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In Open, Andre Agassi ci insegna a eccellere in ciò che odiamo

28 marzo 2022

60 trionfi in tornei internazionali, di cui 8 prove del Grande Slam, ben 101 settimane da numero uno , con un guadagno complessivo in carriera di circa 31 milioni di dollari; che Andre Agassi sia stato uno dei più grandi campioni della storia del tennis è cosa nota. Che potesse trionfare anche come scrittore, invece, era più difficile immaginarlo.

È accaduto con Open, l’autobiografia - pubblicata nel 2009 - che Agassi ha scritto con l’aiuto di J.R. Moerhinger, Premio Pulitzer 2000. E ancora una volta è ai primi posti in classifica, ma delle vendite dei libri. Con merito. Perché la storia personale di uno dei tennisti più amati dal pubblico per l’estro, il talento, e la capacità di suscitare empatia, è un vero e proprio romanzo esistenzialista, che sciorina la gamma dei sentimenti umani più assoluti.

Quando la vita vera è più intensa di un romanzo

Essere un campione è difficile. Abnegazione totale. Forza di volontà per resistere alle avversità. All or nothing, sospesi tra il tutto e il niente. È questa la vita dei numeri uno, e non c’è scelta.

Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio perché non ho scelta. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita…

Come si affronta un conflitto talmente titanico e assoluto? Non sarebbe più facile mollare tutto? Non è così semplice. I grandi romanzi ci dicono che la vita umana è fatta di ossessioni, paure, bisogni atavici, come l’approvazione di coloro che amiamo, e talvolta anche bisogno masochistico di metterci in gioco. E proprio come avviene nei grandi romanzi, spesso le scelte della nostra vita le determinano altri personaggi, i co-protagonisti.

Padre, allenatore, manager

Nella vita di Agassi, un ruolo importante, imperiale, lo detiene Mike, suo padre, un ex pugile di Teheran con un passato da olimpionico senza troppo successo. È lui il consigliere dell’eroe, la sua colonna, e soprattutto la coscienza esterna che lo costringe alla responsabilità di non sprecare il talento e diventare un vincente, pena la caduta nell’abisso del fallimento.

Il piccolo Andre non può che affrontare la severità paterna, la cui metafora sul campo è l’indifferenza meccanica del “drago”, l’incubo delle sue giornate da adolescente: la macchina spara palle che suo padre ha accuratamente modificato con un congegno a frusta, per ottenere proiettili più veloci.

Il drago respira, ha un cervello, una volontà, un cuore nero (…) Papà dice che se colpisco 2.500 palle al giorno ne colpirò 17.500 alla settimana e quasi 1 milione in un anno (…) Un bambino che colpisce 1 milione di palle all’anno sarà imbattibile.

Gli esordi sofferti di un talento ribelle

Essere imbattibile, ecco l’obiettivo. Agassi gioca già a otto anni partite-scommessa, suo padre lo mette in campo contro adulti facoltosi giocandosi migliaia di dollari. E lui vince, sempre. Con questi presupposti la carriera di Agassi avanza a gonfie vele.

L’odiata scuola di Nick Bollettieri, il grande coltivatore di talenti americano, è un campo militare che alleva soldati e non uomini. Andre prova a ribellarsi giocando sul look e s’inventa una chioma bionda, lunga e mesciata, pantaloncini jeans, e i media impazziscono per lui.

Gli inizi da professionista, dai 19 ai 22 anni, non sembrano tuttavia mantenere le attese. Agassi vince qualche torneo ma fallisce le prove del Grande Slam. Perde in finale a Parigi contro l’ecuadoriano Gomez, un buon giocatore ma di certo non un fuoriclasse. Agassi ne soffre.

Vincere? E a che serve? Perché dovrebbe cambiare l’opinione che la gente ha di me? Che io vinca o perda, rimango sempre lo stesso.

L’insperata vittoria a Wimbledon nel 1992 appare comunque come una svolta. Eppure, la carriera di Agassi resta altalenante, complici, meno di un anno dopo, un grave infortunio al polso e il fatto che Andre finisca in mezzo alle cronache rosa a causa della relazione, distruttiva per entrambi, con la diva del momento Brooke Shields.

La ricetta della felicità

Quando Agassi sembra destinato al galleggiamento, a essere un perdente di successo, ecco l’illuminazione sulla via di Damasco, che ha lo sguardo determinato di Brad Gilbert, giocatore senza talento che grazie alla sua forza mentale era riuscito ad arrivare in top ten. Gilbert raccoglie i cocci di Agassi; nel 1994 diventa il suo coach (con lui, Agassi vincerà sei degli otto Slam della sua carriera) ed emetterà una sentenza potente come un decennio di psicanalisi.

“Sai qual è il tuo problema? Il perfezionismo. (…) Se insegui la perfezione, se fai della perfezione il tuo obiettivo ultimo, sai che succede? Insegui qualcosa che non esiste. Rendi infelici tutte le persone intorno a te. (…) Saranno si e no cinque in un anno le volte che ti svegli perfetto ma non sono quelle cinque volte che fanno un tennista. O un essere umano. Sono tutte le altre”.

Il tempo di interiorizzare questa filosofia e per Agassi la vita cambia. Diventa maturo. Dimentica suo padre e la sua influenza. Ma non è un processo rapido. Gli alti e bassi continuano. Complice il matrimonio con la Shields, arrivano molte delusioni. Nel 1997, dopo una sconfitta a Stoccarda al primo turno, contro un giocatore di bassa classifica, Gilbert lo investe come un tifone.

“Che succede Brad?" chiede Agassi osservando Gilbert scuro in volto. “Non possiamo andare avanti in questo modo" risponde Brad. "(…) Non puoi continuare a umiliarti in questa maniera. Hai bisogno di una revisione totale. (…) Devi ripartire da zero”.

Per Agassi lo schiaffo è forte. Il proprio allenatore, quello che lo ha risollevato già una volta, allude a un suo ritiro? Andre si sente ferito, ma come ha sempre fatto, trova nell’orgoglio la forza per reagire.

Odio il tennis più che mai, ma odio ancora di più me stesso. Ma forse il punto è fare proprio ciò che odi, farlo bene e con allegria. (…) Odi il tennis, quindi. Odialo quanto ti pare ma devi pur sempre rispettarlo, e rispettare te stesso.

È una nuova alba, quella definitiva. Dopo quella presa di coscienza arriva una crescita inarrestabile. Un titolo al Roland Garros, tre agli Australian Open e uno agli US Open. E decine di tornei in giro per il mondo. Andre ha interiorizzato che la lotta più dura non è quella in campo contro gli avversari, ma quella contro i propri demoni del passato.

Fino a quando, poco prima del ritiro, non saranno quelli ad arrendersi, una volta per tutte, pronunciando le parole di un finale a sorpresa, più grande di qualsiasi vittoria.

Un uomo esce dall’ombra. Mi prende per un braccio. "Lascia perdere" dice. È mio padre. (…) "Lascia perdere. Va’ a casa. Ce l’hai fatta. È finita. (…)" Dice che prega che mi ritiri. È stufo di questa miserabile faccenda. Sembra che… è mai possibile? Sì, lo leggo nei suoi occhi. Conosco quello sguardo. Odia il tennis.

Cover via FlickrDistributed under Public Domain Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

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