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Leggere Patrick O’Brian significa vivere avventure indimenticabili

12 ottobre 2020
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Lo scrittore Patrick O’Brian, pseudonimo del britannico Richard Patrick Russ, ha dedicato quasi tutta la sua carriera letteraria al racconto decennale di un’amicizia. Un rapporto quasi fraterno tra Jack Aubrey, ufficiale della Royal Navy durante le guerre napoleoniche con un talento sconfinato per tutto ciò che riguarda il mare e la navigazione, e Stephen Maturin, chirurgo di bordo, medico e filosofo naturalista di origini catalane e irlandesi con un talento naturale nel trovarsi coinvolto negli intrighi. I due personaggi sono uno il contrario dell’altro: Jack Aubrey, detto “Jack il Fortunato”, è il tipico lupo di mare, ma sulla terraferma si distingue per continue scelte infelici sul piano finanziario, personale e sentimentale; Stephen soffre come una pena la vita di bordo, ma molto abile nell’arte della dissimulazione, qualità che lo rende l’agente segreto perfetto. Due personalità apparentemente inconciliabili che si sono però rivelate la base ideale per costruire una saga che ha attraversato 20 volumi e ben 30 anni, dal primo pubblicato nel 1970 all’ultimo uscito postumo nel 2004, oltre ad aver ispirato il film del 2003 Master & Commander - Sfida ai confini del mare, con Russel Crowe e Paul Bettany nei panni di Jack e Maturin.

Jack Aubrey sogna di scalare i ranghi della Marina britannica, mentre Stephen è agente segreto volontario che collabora a rovesciare governi per sconfiggere la Francia di Napoleone e la tirannia in qualunque forma si presenti, in favore di ogni indipendenza e autodeterminazione dei popoli. Seguendo i due protagonisti nel raggiungimento dei loro ideali si vivono guerre tra spie e scontri navali descritti in maniera talmente precisa da avere la stessa potenza visiva di un quadro o un film. La maestria velica di Aubrey, fatta di istinto e conoscenza approfondita della tecnica, è infatti un tratto fondamentale nei romanzi di O’Brian, chiusi in ogni volume con un glossario dei termini marinareschi utili per capire una terminologia inizialmente ostica e lontana, ma via via sempre più naturale nel suo integrarsi con la storia. Un buon modo per rendersi conto di essere diventati estimatori di O’Brian è contare il numero di volte sempre minore in cui si ricorre al glossario, trovandosi sempre più spesso a inserire nei propri discorsi gabbie terzarolate, teste di moro, pennoni di parrocchetto, carronate e cabestani.

Leggere O’Brian significa infatti imbarcarsi per un’avventura letteraria che rischia di rapire per sempre negli oceani fatti vivere dalla penna dello scrittore: coprendo un lasso di tempo che va dal 1800 al 1815, la serie Aubrey-Maturin, inaugurata con Primo comando, attraversa le Guerre che videro contrapposti l’impero di Napoleone e la coalizione guidata dalla Gran Bretagna, immergendo il lettore in un susseguirsi di missioni che sono il pretesto per mostrare il mondo e le consuetudini sociali dell’epoca. L’opera di O’Brian è apprezzata proprio per la sua capacità di estendere la narrazione oltre le battaglie navali e le missioni della Royal Navy, offrendo uno spaccato della società attraverso pranzi e cene ufficiali, lettere e dispacci, duelli, conversazioni tra intellettuali o semplici marinai. Questo effetto è ottenuto anche dalla lingua impiegata da O’Brian per scrivere, con il suo retaggio sette-ottocentesco  ispirato a documenti ufficiali e lettere private che l’autore ha raccolto e studiato lungo tutta la sua carriera. Una ricerca storica che si fonda sulle pagine del bimestrale dell’epoca Naval Chronicle, sui documenti dell’ammiragliato conservati dal Public Record Office di Londra, sulle biografie di capitani e ammiragli – in primis, del controverso Lord Thomas Cochrane a cui è ispirata la figura di Jack Aubrey – e sulle consulenze dei funzionari del National Maritime Museum.

Le ricerche di O’Brian si sono estese anche ai grandi progressi scientifici dell’epoca. Stephen Maturin è infatti un chirurgo e medico di bordo capace, ma soprattutto uno scienziato e filosofo naturalista specializzato nell’ornitologia e nell’entomologia: Maturin durante i suoi viaggi ha infatti l’occasione di osservare e catalogare uccelli ancora sconosciuti alla comunità scientifica dell’epoca, oltre a testuggini, balenottere dei mari del Sud, primati e minuscoli insetti. O’Brian utilizza gli animali anche per liberare la sua caratteristica vena comica, laddove vicino a un rozzo marinaio può esserci spazio per un orango ubriaco cui vengono offerte diverse pinte di grog da un equipaggio divertito. Uno humour che gioca continuamente sui punti deboli dei personaggi, come la totale incompetenza marinara di Maturin, guardato dall’equipaggio con tenerezza e spesso con indignazione, oppure alla propensione di Aubrey per motti e barzellette che si trasformano puntualmente in motivo  di imbarazzo perché fuori luogo o travisati da chi lo ascolta. Questa dimensione umana viene però calata nel contesto delle le formalità del Servizio, dalle cene ufficiali con etichetta da rispettare, fino a una serie di regole e consuetudini che arricchiscono le pagine di O’Brian, anche grazie a un narratore esterno che acquista a rotazione il punto di vista ora di Aubrey ora di Maturin, rivelando una psicologia dei personaggi in continua evoluzione, spesso in netto contrasto con l’immagine pubblica da preservare, non sempre con successo. Nell’arco dei romanzi si forma così una catena di convenzioni e pulsioni interiori, che svelano personalità in preda a pene d’amore, preoccupazioni di carattere esistenziale, depressione strisciante – combattuta da Stephen per mezzo di tintura di laudano o altri stupefacenti –, con la musica come espediente per sciogliere i nervi prima delle battaglie o per risolvere dissidi.

La musica, infatti, è in O’Brian un legante naturale tra i due personaggi, che proprio a un concerto si incontrano per la prima volta e non si sopportano, rivelando caratteri opposti ma un medesimo sentire che da rispetto si tramuta in amicizia indissolubile. Legame che spesso si rasserena o rafforza per mezzo di duetti musicali di  violino e violoncello eseguiti nella cabina del comandante, ben trasposti anche in Master & Commander, il film di Peter Weir del 2003 tratto da vari romanzi di O’Brian e che può costituire anche un’ottima introduzione all’universo Aubrey-Maturin. Il film di Peter Weir può essere il primo assaggio ideale per avvicinarsi a dei romanzi il cui eco di un’altra epoca e caratterizzazione dei personaggi ha spinto alcuni ad accostare O’Brian alla scrittrice Jane Austen, soprattutto per la sensibilità che entrambi dimostrano nel trattare i sentimenti dei loro personaggi in campo sentimentale. Infatti, quello che manca nel film Master & Commander è la presenza femminile, che soprattutto nei primi romanzi è spesso il punto focale della trama: Jack passa da un’amante all’altra e si mette nei guai con i suoi superiori, poi  cerca una donna adatta per sposarsi, ma si invaghisce della stessa amata e inseguita da Stephen. Nell’arco della saga si susseguono i matrimoni, le corrispondenze epistolari e i pensieri notturni di uomini che spesso sono costretti a trascorrere anche un anno lontani dalle coste dell’Inghilterra, condizione ricordata a tratti con malinconica nostalgia e in altri come una situazione provvidenziale, a seconda di cosa li aspetta una volta a terra.

Viaggiando con O’Brian si visitano terre lontane e culture dimenticate dalla storia, entrando in un mondo  in cui i viaggi duravano mesi, le lettere facevano il giro del globo via mare, la medicina procedeva per tentativi, fallimenti e amputazioni. Filtrate attraverso le avventure di Lucky Jack e Maturin si fa la conoscenza di dinamiche politiche, strategie militari e tattiche messe impiegate durante la guerra ventennale che sconvolse l’Europa e mise le basi del mondo per come lo conosciamo oggi. Leggendo O’Brian si diventa soprattutto parte di un equipaggio, stringendo amicizia con i suoi membri e affezionandosi al loro destino. Tutto questo grazie a uno scrittore che è riuscito a creare un roman-fleuve (letteralmente romanzo-fiume) che diventa flusso di eventi coerente e realistico, in grado di regalare quell’attimo di pura evasione che da sempre è sinonimo dei grandi racconti di avventura.

Articolo di Carlo Maria Rabai

In copertina, fotogramma tratto dal film Master & Commander - Sfida ai confini del mare (2003)

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