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Il suicidio dell’indiano di Ernest Hemingway

19 settembre 2017

Ci ripetiamo continuamente quanto la letteratura e il cinema americano abbiano colonizzato il nostro immaginario. Poco invece ci interroghiamo su certe irriducibili differenze, su quelle tonalità, espressioni, atteggiamenti che pure talvolta possono farci percepire gli americani alquanto estranei, nonostante ogni nostra positiva predisposizione e benché la conoscenza della vita statunitense sia migliorata grazie ai viaggi, alla maggiore conoscenza della lingua e alla facilità dei contatti in un mondo diventato, almeno su certe rotte, più piccolo.

Confesso di essermi sentito spesso disorientato, al tempo della mia giovinezza, leggendo alcuni, non pochi, scrittori americani. Trovavo comportamenti dei personaggi che non mi tornavano  da un punto di vista di coerenza psicologica, leggevo dialoghi che, certo, suonavano meno ingessati di quelli di certi scrittori italiani che ci imponevano a scuola, ma mi risultavano comunque del tutto innaturali.

Assistevo a eventi che mi apparivano poco comprensibili quanto quelli descritti in un romanzo cinese, con la differenza che l’esotismo cinese era messo in conto da tutti, quello americano no. Certo, in alcuni casi poteva essere un problema di traduzione, ma non sempre.

Confesso di aver fatto tanta fatica, per esempio, a seguire Faulkner, e la faccio tuttora. Come faccio fatica a volte con De Lillo e con Foster Wallace. Non sono mai riuscito a leggere Pynchon. Ci ho provato un sacco di volte. Sempre respinto con perdite. Eppure ho tanti amici pynchoniani convinti che si sono offerti con intelligenza e sensibilità di farsi da intermediari. Nel corso del tempo ho comprato l’opera completa di Pynchon, ma “L’arcobaleno della gravità” è ancora incartato nel cellofan. Prima o poi ce la farò perché, chiaramente, è, come si dice a Roma (molti dei più autorevoli lettori di Pynchon stanno a Roma, sarà un caso), un problema mio.

Ma che possa essere solo un problema mio un poco mi sorprende. Come tutti sono stato segnato profondamente dalla letteratura americana. Per me e per tutti quelli delle generazioni che sono venute subito prima e subito dopo “I saw the best minds of my generation” pesa tanto quanto “Dolce e chiara è la notte e senza vento”, Benito Cereno e Billy Budd sono stati amati più di Renzo e Lucia, per non parlare di Ismaele. Hemingway più del caro Pavese, perché un colpo di carabina in bocca a Ketchum, Idaho sembra a un giovane più estremo di dieci bustine di sonnifero all’hotel Roma a Torino, anche se questi sono discorsi stupidi, ma la giovinezza è gloriosa e stupida.

Anche con Hemingway i conti non sempre tornavano perfettamente, tutti bevevano troppo, facevano esperienze strane e, ne dico una per tutte, il pellerossa che si taglia la gola perché non sopporta di sentire il dolore della moglie che partorisce nel  racconto “Campo indiano”, uno di quelli più celebri con protagonista Nick Adams, è una delle cose che devo ancora capire.

Perché? Perché si uccide l’indiano? Il parto è podalico, la moglie si lamenta da due giorni, ma il dottore, il padre di Nick, è arrivato e le fa un cesareo “con un coltello a serramanico e due metri e mezzo di filo da pesca”. Nasce un maschio, sano, la donna sopravvive. Perché il marito, nella sua cuccetta, si uccide “tagliandosi la gola da un orecchio all’altro”?

Questo è il dialogo tra il piccolo Nick Adams e suo padre:

"È sempre così dura per le donne avere dei bambini?” chiese Nick.
"No, quello era un caso veramente eccezionale.”
"Perché si è ucciso, papà?”
"Non so, Nick. Non ha potuto resistere, immagino.”
"Molti uomini si uccidono, papà?”
"Non moltissimi, Nick.”
"Molte donne?”
"Quasi mai.”
"Qualche volta?”
"Oh sì. Qualche volta.”

Questo frammento di dialogo mi ha tormentato per molto tempo e non cessa d’inquietarmi. È bellissimo, infantile e abbastanza privo di senso logico.

Per molto tempo l’ho interpretato alla luce del sentimento comune con cui gli scrittori americani venivano considerati in quegli anni in Italia: sostanzialmente ancora dei selvaggi che traevano la loro forza dall’assenza di psicologismi e dalla capacità di tracciare una linea narrativa diritta che tagliava fuori tutto quanto rallentava, precisava, circostanziava, indeboliva, fosse pure la logica, la sensatezza.

Ecco, quest’ultima cosa però non veniva mai esplicitamente detta, per cui mi sentivo lasciato solo con la mia non capacità di comprendere tutto fino in fondo.

Di quel racconto anche la fine non mi convinceva: “Quella mattina presto sul lago, seduto a poppa con suo padre che remava, Nick si sentiva assolutamente sicuro che non sarebbe mai morto.

Mi sarei aspettato il contrario. Il dialogo tra Nick e il padre aveva, infatti, proseguendo, un altro memorabile scambio di battute:

“È difficile morire, papà?”
“No, credo che sia piuttosto facile, Nick. Dipende.”

Se il padre gli aveva detto così, pensavo, Nick doveva avere l’impressione che la sua morte sarebbe stata incombente e che poteva avvenire da un momento all’altro.

Questa però, mi dicevo subito dopo, sarebbe stata una fine scontata, e quindi era giusto che Nick pensasse la cosa opposta.

Già. Ma ancora una volta, perché? Per far finire il racconto in una maniera non banale? Solo per questo, per inseguire una conclusione non ovvia, si poteva tranquillamente sorvolare sulla logica? Tanto più che, e questo lo sapevo, l’ossessione per l’estrema facilità del morire era una delle più radicate in Hemingway. Ritorna più volte in tutta l’opera:  “Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto…

La parola degli scrittori è pesante, la parola degli scrittori sulla morte è ancora più pesante. Ma benché fossi, come tutti i miei coetanei di allora, succube dell’auctoritas (ancora di più se quel magistero proveniva da un uomo che aveva sperimentato la semplicità della morte di persona, andandole volontariamente incontro con un gesto di terribile coerenza) intuivo che le affermazioni più radicali si rovesciano facilmente. Sostenere che la morte sia così facile è quasi identico al sostenere che è difficile, come, semplicemente salmodiando la saggezza popolare, sosteneva la mia nonna semianalfabeta quando ripeteva: “Che ci vuole a morire? Ci vuole tanto e non ci vuole niente.

Forse in questa battuta si risolve la contraddizione apparente di Nick Adams, ma il suicidio dell’indiano, quello no, continua a non avere una spiegazione. Non dovevano essere gli indiani capaci di sopportare ogni dolore? Non avevamo visto, proprio allora, nel 1970, il film  “Un uomo chiamato cavallo”, dove veniva mostrata la sanguinosa “Sun dance”, prova di coraggio dei giovani guerrieri  Sioux che danzavano con i capezzoli trafitti da schegge di legno tenute da corde legate a un palo? E questo indiano si sgozzava per non sentire i lamenti del parto di una squaw?

Però è così, quel che non si capisce dura più a lungo in noi. E risuona, ci accompagna, ci strappa, con gli anni, spiegazioni sempre nuove quando ci capita di tornarci col pensiero.

Un giorno, ci conto, le ragioni del suicidio dell’indiano mi appariranno chiare; un giorno leggerò Thomas Pynchon.

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