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Da Tom Waits a Prince: le 27 canzoni che Lou Reed ha inserito nella sua ultima playlist

01 dicembre 2020
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Il 17 dicembre 2013, qualche settimana dopo la sua scomparsa, Lou Reed venne celebrato con un grande evento organizzato dalla compagna storica Laurie Anderson e dal suo collaboratore e amico Hal Willner. La data scelta non era casuale: per i buddisti tibetani il cinquantesimo giorno dalla morte è infatti quello in cui l’anima abbandona il limbo per andare in un posto migliore, e le persone più vicine all’artista decisero che si trattava dell’occasione migliore per ricordarlo. Anche la scelta del luogo non fu casuale: l’Apollo Theatre sulla 125esima strada di Harlem si trova infatti a pochi isolati dall’angolo dove, in una capolavoro di Lou Reed e dei suoi Velvet Underground, il narratore aspettava qualcuno in I'm Waiting for the Man.

Durante il concerto tributo del 2013 suonarono o ricordarono in qualche modo Lou Reed diversi suoi colleghi artisti, spesso appartenenti a scene musicali diverse, che avevano collaborato con lui o lo avevano apprezzato nel corso della sua lunga carriera. L’eterogeneità delle star che si sono date il cambio sul palco quel giorno è indicativa dell’amore che Reed aveva per la musica nel suo insieme. Era infatti un ascoltatore vorace che non si negava mai l’ascolto di qualcosa di nuovo e diverso. Considerava la scrittura di canzoni come una delle forme d'arte più elevate e non mancò mai di interessarsi anche al pop più commerciale, come dimostrava anche il suo account Spotify e le diverse playlist che ospitava.

Reed ne creò due per i suoi follower sulla piattaforma di streaming, intitolate entrambe What I’m listening to (Quello che sto ascoltando): al loro interno si trovano scelte in qualche modo prevedibili, come alcune canzoni di Prince o Tom Waits, ma anche selezioni più sorprendenti, come un brano della rapper Nicki Minaj.

Sia Hal Willner che il cantante Paul Simon hanno però ricordato durante il concerto l’ammirazione di Lou Reed per tutta la musica afro-americana, dal doo-wop a Nicki Minaj, passando per uno dei suoi eroi: il padre del free-jazz Ornette Coleman. Reed apprezzava Coleman proprio perché tra gli anni Cinquanta e Sessanta“aveva allargato le opzioni del jazz”, come scrive il New York Times, sperimentando in continuazione. Un altro a farlo fu sicuramente Miles Davis, di cui Reed ha incluso nella sua playlist Générique, uno dei brani composti per la colonna sonora del film francese Ascensore per il patibolo del 1958.

Nel 1975, sia Reed che Davis toccarono l’apice della loro volontà di scompaginare il mondo della musica con due dischi che ai tempi stupirono fan e critica: mentre Lou Reed pubblicava Metal Machine Music, Miles Davis faceva infatti uscire Agartha e Pangaea, due album registrati live nello stesso giorno a Osaka, in Giappone, tra il pomeriggio e la sera del primo febbraio. Furono due dischi talmente impegnativi e pieni di inventiva da prosciugare l’energia del trombettista allora 48enne che, complici i problemi di salute e di dipendenza, non pubblicò più niente per i successivi cinque anni.

Si trattava di album lunghissimi come in origine era lo stesso Metal Machine Music di Lou Reed, che doveva durare ben sei ore e venne tagliato solo per risultare vendibile al grande pubblico. Si trattò comunque di un fiasco commerciale, essendo un doppio album costruito interamente su distorsioni e cacofonie sonore, volutamente pensato per essere puro rumore, senza alcun accenno di melodia. Con questo disco, Lou Reed estremizzò il discorso già intrapreso nel 1968 con Sister Ray, un brano dei Velvet Underground che era stato pensato come una jam-session in cui ogni membro doveva improvvisare senza curarsi di quanto suonato dagli altri, fedele solo al suo flusso interiore. Sister Ray fornì l’ispirazione per un disco ambizioso per non dire folle del 1969, Trout Mask Replica dei Captain Beefheart & His Magic Band. Nella sua selezione su Spotify, Lou Reed non ha inserito nessun brano di questo album, ma un brevissimo segmento strumentale della durata di poco più di un minuto, inserito da Captain Beefheart nel suo album del 1980 Doc At The Radar Station.

In generale, come testimonia anche il titolo di Metal Machine Music, Reed era interessato anche a un tipo di musica dai suoni più aggressivi. Per questo non sorprende troppo trovare tra i suoi ultimi ascolti Circumspect della band death-metal Napalm Death. D’altronde, il suo ultimo disco pubblicato in vita fu Lulu, progetto portato avanti insieme ai Metallica.

Dopo quella collaborazione, l'ex membro dei Velvet Underground registrò comunque un ultimo brano, The Wanderlust, insieme alla band indie-rock canadese Metric.

In un’intervista la leader del gruppo Emily Haines, presente nella playlist di Reed con il pezzo The Maid Needs A Maid – registrato per il suo progetto parallelo Emily Haines & The Soft Skeleton – ricordava così il primo incontro con Lou Reed: “Quando ci siamo visti la prima volta, non mi ha detto 'Oh, sei la ragazza che suona i synth in quella band dance-rock’. Ha notato che stavo scrivendo e la prima cosa che mi ha chiesto è stata: ‘Chi preferiresti essere: i Beatles o i Rolling Stones?’ E ovviamente io ho risposto i Velvet Underground”. Il motivo per cui lei si identifica con Reed è molto specifico: “Quello che rispetto di quell'uomo, e spero che sia quello che anche lui vede in me, è il desiderio di essere risparmiato da tutto un linguaggio prolisso e pieno di sciocchezze per poter dire semplicemente quello che si vuole dire”.

Lou Reed è ancora una fonte di ispirazione non solo per Haines o per i suoi Metric, ma per tutta la scena musicale alternativa e indipendente contemporanea: nel novembre del 2014 il duo californiano Deerhoof annunciò l’uscita dell’album La Isla Bonita accompagnandolo con un comunicato stampa in cui si diceva che tra le influenze presenti nel disco c’era anche quella di Lou Reed. Anche i Deerhoof trovano posto nella selezione dell’ex Velvet Underground con la loro canzone del 2011 No One Asked To Dance, in compagnia di un’altra band indipendente, i Dr.Dog, che compare in What I’m listening to, vol. 2 con il brano Lonesome. Lou Reed aveva pubblicamente ammesso di amare questo gruppo di Philadelphia durante una conversazione con Hal Willner (anche lui originario della città in Pennsylvania) durante il South by Southwest Festival, qualche giorno dopo la partecipazione dei Dr.Dog a un concerto-tributo organizzato proprio in suo onore.

Un altro artista molto legato a Lou Reed e al suo ricordo è Antony Hegarty. degli Antony and the Johnsons. Scoperto e lanciato da Laurie Anderson e Lou Reed, ha più volte dichiarato di considerare quest’ultimo quasi al pari di un padre. Lou e consorte furono i primi a credere nella potenza espressiva della voce di Antony e nella sua capacità compositiva. Reed lo portò con sé in tour come voce di supporto e incise con lui la canzone Fistful of Love. Anthony ha anche gusti musicali simili a quelli del suo mentore, a partire da Otis Redding, che nella playlist è presente con la sua Shake, rappresentativa del rhythm and blues in auge a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta che ha ispirato alcuni dei lavori più pop e orecchiabili di Lou Reed.

Una delle sue eredità è anche aver dimostrato che si può fare musica con un messaggio controverso anche accompagnandolo con melodie semplici, dolci e di impatto immediato. Per riuscirci è però importante avere una grande sensibilità nella scrittura dei testi. Lou Reed aveva questa dote e non a caso in gioventù coltivava ambizioni letterarie, anche frequentando all’Università di Syracuse nello Stato di New York le lezioni del poeta Delmore Schwartz. A differenza di Leonard Cohen, un altro cantautore focalizzato sui temi più cupi dell’esistenza, Reed non lasciò mai il college e pubblicò anche diverse poesie prima di iniziare  a lavorare come autore di canzoni per la Pickwick Records nel 1964.

Leonard Cohen – presente nella playlist What I’m listening to di Reed con Lullaby – ha pronunciato il discorso introduttivo durante la cerimonia per l’inserimento di Lou Reed nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2008. Leggendo sul palco svariati esempi della poesia contenuta nei suoi testi ha concluso il suo intervento con la frase: “Siamo così fortunati a essere vivi nello stesso momento in cui lo è anche Lou Reed”. A distanza di sette anni dalla sua scomparsa, ascoltare i suoi album e le  playlist dei suoi musicisti preferiti ci ricorda la nostra fortuna nell’aver ricevuto in eredità mezzo secolo di musica di un artista curioso e appassionato come è stato Lou Reed nel corso di tutta la sua straordinaria carriera.

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