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Bitches Brew, l’album di Miles Davis che ha cambiato la storia del jazz

31 ottobre 2019
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Quando sentire dire che Miles Davis ha fatto la storia del jazz non si tratta di un’esagerazione. Dopo aver esordito giovanissimo ai massimi livelli, cominciando la sua carriera con niente di meno che Charlie Parker, per quasi mezzo secolo ha suonato con le più grandi leggende del jazz allora in attività, ideando e interpretando numerose varianti del genere. John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley, Tony Williams, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Dave Holland, Chick Corea, Joe Zawinul, John McLaughlin, Jack DeJohnette e Keith Jarrett sono solo alcuni dei grandi musicisti con cui ha suonato Miles nell’arco della sua vita, regalando al pubblico una serie di capolavori ancora attuali. Uno in particolare ha fatto parlare di sé recentemente: “Immaginiamo un’ostrica con tante conchiglie una dentro l’altra, come una matrioska, e una perla luccicante al centro. In venticinque anni di musica, Miles era riuscito a schiudere quelle conchiglie, una dopo l’altra. E la perla che lo aspettava era Bitches Brew”, scrive il musicologo americano George Grella sul libro che ha dedicato a questa opera.

Il libro, uscito in Italia quest’anno per minimum fax, ripercorre le tappe che hanno dato vita a questo enorme successo discografico, dal contesto storico-musicale in cui presero vita le prime note, fino ai tagli decisivi del produttore della Columbia Teo Macero, tra i più sensibili e capaci del tempo. Si tratta di uno degli album jazz più venduti di sempre, quasi mezzo milione di mezzo nell’anno di uscita, il 1970, fino ad arrivare a oltre 1 milione (disco di platino) nel 2003, senza contare il flusso ininterrotto di ristampe che continua ancora o il numero di ascolti in rete (oltre 2 milioni e mezzo di visualizzazioni su YouTube). Eppure se si ascolta questo album con orecchie inesperte si può restare sorpresi dal suo enorme successo. Non si tratta assolutamente di un ascolto facile; l’album risulta misterioso, enigmatico, a tratti oscuro, e dobbiamo ascoltarlo più volte prima di essere in grado di distinguerne le tracce. A volte non ci rendiamo conto che è finito un brano ed è cominciato uno nuovo, mancano un inizio e una conclusione riconoscibili, la struttura standard della forma è dissolta in un fluire continuo di suoni e di note pronunciati sottovoce, il tutto per una durata a cui non siamo affatto abituati: un’ora e 45 minuti di musica complessiva.

Forse il merito principale di Grella Jr. è proprio la capacità di rendere accessibile l’importanza del lavoro di Miles a chiunque, anche a chi, dopo il primo ascolto, si trova un po’ disorientato. Lo stesso musicologo, rivangando nelle memorie dell’adolescenza, ammette di aver provato le nostre stesse perplessità all’inizio. “A turbarci non era semplicemente il tono sinistro di una musica inarrestabile e inesorabile”, scrive, “ma la nostra incapacità di comprendere cosa accadeva, com’era stata realizzata quella musica, com’era possibile che qualcuno suonasse e pensasse in quel modo. Tentando di ricostruire ricordi e sensazioni di allora, fu qualcosa di simile al primo incontro con una civiltà aliena, dove esseri evidentemente senzienti comunicano tramite un linguaggio in grado di esprimere i concetti più avanzati per mezzo di materiali apparentemente atavici”. Ma questo turbamento di per sé non è una cosa strana, se consideriamo il fatto che la musica di Bitches Brew è una delle più sperimentali e d’avanguardia mai realizzate nella storia della cultura occidentale; lo è invece il fatto che, nonostante il suo lato indecifrabile, sia stato uno strepitoso successo discografico, sin dalla sua prima uscita. Generalmente ciò che vende tanto è ciò che asseconda il gusto del pubblico, non ciò che lo spiazza o lo confonde. Da qui infatti deriva anche il grande successo commerciale della musica pop – “popolare” proprio in virtù della la sua vicinanza alle attese degli ascoltatori – ma Miles Davis, semplicemente, era un caso a parte. La classica eccezione che conferma la regola.

Amante dei vestiti costosi, delle donne e delle macchine di lusso, Miles Davis non ha mai nascosto le proprie inclinazioni per la vita mondana. Solo che queste inclinazioni in lui erano portate all’estremo: non amava solamente vestirsi bene, ma era una vera e propria icona della moda; non si limitava ad andare a letto con un sacco di donne, ma dovevano essere tutte bellissime e di nazionalità diverse; non apprezzava semplicemente le auto sportive, ma girava in Ferrari e Lamborghini. Miles era una via di mezzo tra una rock star e uno studioso disciplinato e introverso, o meglio, era entrambe le cose. Era un artista jazz ma vendeva come una rockstar (cosa tutt’altro che scontata), era un punto di riferimento per le comunità afroamericane ma piaceva anche ai giovani bianchi e benestanti su cui puntavano le etichette discografiche, era un artista profondo e complesso ma che otteneva sempre l’approvazione del vasto pubblico. A partire dall’era bebop fu protagonista di tutti i movimenti che segnarono la storia del jazz (cool jazz, hard bop, modal jazz e jazz elettrico), fu colui che, scrive Grella, “determinò e guidò i cambiamenti, la riforma e controriforma della musica moderna”, e tutto questo avvenne sempre all’insegna del successo commerciale di massa. Non dobbiamo dimenticarci che stiamo parlando di jazz, che, per quanto possa andare di moda in certi periodi, rimanere pur sempre un genere di nicchia. Miles Davis, però, unico tra i jazzisti, fino alla sua morte fu sempre in cima alle classifiche musicali.

Miles Davis. Bitches Brew, 30.03.1970, Columbia Records ©

Gli anni Sessanta segnarono una tappa importante per la storia di questo genere e della musica tutta. Il rock’n’roll perde completamente il suo lato anticonformista e diventa musica commerciale, mentre a farsi carico del desiderio di trasgressività e anticonformismo è un movimento nuovo che prende vita nel Regno Unito: il movimento beat. Capelli lunghi, vita in comunità, ideali pacifisti e interesse per le religioni orientali sono i nuovi tratti provocatori dell’epoca, e gruppi come i Beatles e i Rolling Stones incarnarono così bene lo spirito dei tempi da far dimenticare in breve tempo Elvis Presley e il rock’n’roll. Il disagio nei confronti della modernità, il razzismo, le ingiustizie sociali e la guerra nel Vietnam diventano i temi prevalenti della protesta giovanile, di cui si fanno portavoce, oltre al movimento beat, la musica folk e quella country, diffuse soprattutto in America, grazie a figure come Pete Seeger, Woody Guthrie e soprattutto Bob Dylan. Il rock esploderà invece soprattutto nella seconda metà di questo decennio, grazie ai vari Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison. Il ’67 è il suo annus mirabilis: uno dopo l’altro si succedono gli album d’esordio dei Doors, dei Velvet Underground, di Jimi Hendrix, dei Traffic, dei Grateful Dead, dei Pink Floyd. Il jazz in tutto ciò sembra non aver più molto da dire.

Da un lato il free jazz è diventato una sorta di culto dentro una nicchia, mentre dall’altro ci sono artisti del calibro di Joni Mitchell e Lou Reed che sanno creare un forte legame con il pubblico. Le ricadute sul mercato sono molto pesanti e si fanno sentire concretamente, il jazz comincia a essere estromesso dai negozi di dischi e il lavoro comincia a mancare. Non è superfluo ricordare che oggi forse non saremmo qua a parlarne se non fosse stato per Bitches Brew: le sue vendite sono state una manna dal cielo in un periodo in cui il rock stava per dare il colpo di grazia al jazz. Il ’68 è stato l’anno della rivoluzione mentre il ‘69 quello di Woodstock, il pubblico oramai si aspettava certe cose e il free jazz stava andando in un direzione troppo astratta e sperimentale per poter rappresentare i gusti dell’epoca. Le nuove generazioni, inoltre, volevano sentire gli strumenti elettrici e gli effetti elettronici a cui il rock li stava abituando: Bitches Brew è la risposta a tutto questo, il punto di incontro perfetto tra musica jazz e musica rock. Miles Davis, ancora una volta, si è fatto promotore di una rivoluzione estetica (che più tardi verrà conosciuta col nome di “fusion”) destinata a cambiare la storia della musica, ed è stato in grado di risollevare praticamente da solo le sorti economiche del jazz, convincendo in questo modo la Columbia a investire nuovamente nel genere: 70mila copie il mese della pubblicazione e 400mila alla fine dell’anno sono un risultato straordinario per qualsiasi genere musicale in qualsiasi epoca.


L’album, comunque, nonostante le esigenze commerciali, non è affatto scontato ma estremamente ricercato e sperimentale – la struttura classica della forma canzone è dissolta a favore della libera improvvisazione, non ci sono melodie memorizzabili, sembra perennemente che la musica a un certo punto compaia silenziosamente dal nulla e dopo un po' svanisca ritornando al nulla. Gli strumenti sono quelli del rock, ma l’atmosfera generale è più simile a quella africana piuttosto che a quella degli Stati Uniti. Sembra musica rituale. Le voci sono appena sussurrate, come se alcune cose non potessero essere dette. Si respira molta calma, nessuna fretta, non c’è alcun punto d’arrivo da raggiungere. Il risultato finale è misterioso, enigmatico, psichedelico, ma decisamente efficace. L’album, com’era prevedibile, ha ricevuto dure critiche da parte degli amanti del jazz tradizionale, che vi hanno visto una vergognosa svendita commerciale. Svenduto o no, rimane il fatto che, in termini di vendite, Bitches Brew rappresenta il secondo miglior successo della storia del jazz. Secondo solo a Kind of Blue, ma questa è un’altra storia – un’altra storia firmata Miles Davis.

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