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Quando David Bowie giocò a fare William Burroughs nel suo album Outside

23 marzo 2022
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Il 17 novembre 1974 William Burroughs incontrò David Bowie. Uno era il volto della letteratura beat, un burbero e geniale scrittore dalle mille identità. L’altro un alieno caduto sulla terra, un artista mutaforma e imprevedibile. Come potevano non piacersi? Si incontrarono perché la rivista Rolling Stone aveva commissionato a Burroughs un’intervista con il cantante di Ziggy Stardust.

Prima di quel pomeriggio a casa di Bowie, ognuno di loro aveva avuto un contatto molto limitato con le opere dell’altro. Bowie avrebbe ammesso in futuro che al tempo aveva letto solo Nova Express (1964); Burroughs di aver sentito un paio di tracce, Five Years e Starman. Comunque ne erano rimasti colpiti. Questo incontro influenzerà la carriera di Bowie al punto che il cantante inglese, folgorato dalla lettura di Ragazzi Selvaggi (1971), decise di ispirarsi alla prosa trasgressiva dello scrittore per il suo album successivo, Diamond Dogs, una ballata glam rock da cui spuntò fuori il singolo Rebel, Rebel.

Sempre suggestionato dalle parole del libro e dalla sua atmosfera punk nacque l’ennesimo personaggio interpretato da Bowie, Halloween Jack: ciuffo rosso, mullet, sopracciglia depilate, sguardo malinconioutco e benda sull’occhio sinistro. Indimenticabile.

Ma l’influenza dello scrittore sul Duca Bianco si radicò in profondità tanto da modificare il metodo di lavoro di Bowie suggerendogli l’utilizzo di una delle trovate narrative più estreme di Burroughs. Il poeta della Beat generation, infatti, era solito negli anni sessanta realizzare i suoi lavori sfruttando la tecnica del cut-up, tagliando un testo, mescolandone le parole per poi ricomporre i frammenti pescandoli casualmente. Senza cercare un filo logico ma mantenendo una forma grammaticale corretta. Bowie ne restò così affascinato da sviluppare, anni più tardi, un software per il suo computer, il Verbasizer, che in breve svolgeva il medesimo lavoro, e lo utilizzò per dar vita a uno dei suoi album più sperimentali: Outside.

Il Verbisizer e l’influenza della Beat Generation su Outside

Sì, è un programma che ho sviluppato insieme a un mio amico di San Francisco. L’ho chiamato Verbasizer”, dice Bowie in un video che racconta la genesi del disco. “Prenderà queste frasi che inserisco e le randomizzerà […] alla fine avrò un vero e proprio caleidoscopio di significati, di argomenti, di nomi e di verbi che si mescolano gli uni con gli altri.

Per raccontare come nasce Outside sono fondamentali due elementi. Il primo, per l’appunto, è la tecnica narrativa che Bowie decise di utilizzare. Burroughs aveva perfezionato il cut-up a partire dal suo romanzo di culto Pasto nudo (1959). Partì dall’assunto che ogni parola rappresenta un’immagine e che riuscire a mescolarle per comporre frasi di senso compiuto sarebbe stato come giocare con il montaggio cinematografico. Ma Burroughs sapeva che creare libri fin troppo sperimentali avrebbe influenzato negativamente le sue vendite e utilizzò la tecnica in contesti specifici, spesso per descrivere stati di alterazione o dissociazione dalla realtà.

L’incontro con Brian Eno e il progetto del nuovo album

L’altro elemento fondamentale per la genesi di Outside fu il riavvicinamento di Bowie con Brian Eno. I due si erano persi di vista dopo la produzione della trilogia berlinese ma si erano riavvicinati durante il matrimonio di Bowie con la modella Iman Abdulmajid. In quell’occasione si erano alternati al pianoforte suonando a turno i loro brani e avevano capito di avere voglia di lavorare nuovamente insieme.

Certo è che Outside non è il lavoro canonico di due grandi artisti come Bowie ed Eno che tornano a collaborare allo stesso progetto. Non è un’esaltazione dei vecchi tempi né un ripasso nostalgico di LowHeroes e Lodger. No, Outside è qualcosa di totalmente diverso.

Bowie immaginò un noir che mescolava l’hard boiled americano con le tinte oscure dei serial televisivi come Twin Peaks (Bowie tra l’altro partecipò come attore in Fuoco cammina con me, il film prequel della serie) e il neo brutalismo di Damien Hirst. Diede vita al personaggio del detective Nathan Adler che pescava a piene mani dall’immaginario di Raymond Chandler. Anche le influenze musicali erano tutt’altro che banali, con incursioni nel mondo metal dei Nine Inch Nails di Trent Reznor e con suggestioni tipiche della techno-house. Un vero e proprio caleidoscopio, come lo aveva definito Bowie.

La stessa genesi dell’album avvenne in un ambiente che ricordava l’arte contemporanea sperimentale piuttosto che la classica incisione di un disco. Nei primi periodi Eno e Bowie entravano in sala di registrazione accompagnati dai musicisti che avevano deciso di partecipare a questo strano gioco ideato da due geni della musica. Bowie sistemava la tela e il cavalletto e dipingeva, Eno e i musicisti si lanciavano in improvvisazioni musicali senza copione. In particolare Eno aveva ideato un sistema che chiamava “Strategie Oblique” e, all’inizio di ogni giornata di lavoro, distribuiva delle carte ai musicisti sulle quali era indicato un personaggio da interpretare durante la session. Le indicazioni erano molto precise, come: “Sei un ex membro di un gruppo rock sudafricano molto deluso. Suona tutte le note che non ti erano permesse”. Bowie scriveva solo quando si sentiva ispirato dalla sessione in corso, altrimenti continuava a dipingere.

L’ascolto di Outside di Bowie

“For we’re living in a safety zone
Don’t be holding back from me

Poiché viviamo in una zona di sicurezza
Non starmi troppo lontana” (The Motel, David Bowie)

All’ascolto il disco si dimostra eccezionale, un pot-pourri di influenze e di mood tali da lasciare storditi la prima volta. D’altronde Bowie era uno che amava il fatto che l’ascoltatore costruisse un suo senso dettato dalle suggestioni; non amava racchiudere il suo lavoro in una realtà ristretta. Così durante lo scorrere dei pezzi si salta dal techno industrial di The Hearts Filthy Lesson, ai pezzi più duri e rock come Hallo Spaceboy; dalle tracce sospese come The Motel, vicina a quelle atmosfere noir rievocate dalla storia del detective Adler, fino ai ritmi martellanti di I’m Deranged.

Pennellate di colore che trasformano Outside in un’opera d’arte vicina alla pittura: coi suoi testi cupi, gotici e con le sonorità ipnotizzanti, Bowie manifesta la volontà di disorientare l’ascoltatore. In questo modo il Duca Bianco, proprio come il suo mito e ispiratore William Burroughs, racconta la dissociazione dalla realtà, non di un solo personaggio ma di un mondo intero.

Credits:

Cover: David Bowie – TopPop 1974 08, AVRO. Distributed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Netherlands license via WikimediaWilliam S. Burroughs. CC BY-NC-ND 2.0 on Flickr

Immagine interna 1: David Bowie – TopPop 1974 08, AVRO. Distributed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Netherlands license via Wikimedia

Immagine interna 2: William S. Burroughs. CC BY-NC-ND 2.0 on Flickr

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