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Perché dovresti conoscere la nuova scena jazz inglese

23 giugno 2020
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Già nel 2015, si è iniziato a parlare di quella che il Guardian per primo ha chiamatoBritish jazz invasion”. Un fenomeno nato prima di tutto a Londra e animato da ragazzi in grado di proporre una nuova rilettura, innovativa ma sempre elegante, dei dettami del genere. La consacrazione definitiva per questa nuova scena arriva tre anni dopo: nel 2018, esce infatti We Out Here, una compilation pubblicata non a caso dalla Brownswood Recordings, l’etichetta che più ha contribuito a far conoscere il fenomeno, pubblicando gli album di quasi tutti i musicisti interessanti del movimento.

A curare We Out Here c’è Gilles Peterson, il proprietario della stessa label e di altre etichette molto importanti in passato, come la Acid Jazz e la Talkin’ Loud. È lui a diventare in breve il padrino della scena, scovando e lanciando tantissimi giovani musicisti. Peterson in prima persona insiste per esempio a far uscire il disco degli Yussef Kamaal, Black Focus, album che può essere considerato il manifesto della nuova scena, in grado di mescolare gli insegnamenti dei numi tutelari del genere con suggestioni ritmiche e groove prese in prestito da altri contesti musicali. Peterson stesso fa notare come proprio la voglia di mischiare influenze diverse sia uno dei punti di forza del fenomeno che ha contribuito a creare: "Tutti fanno musica originale, e questo è un segno davvero importante. L'ultima cosa di cui il jazz ha bisogno è un'altra versione di Summertime o Feeling Good. Creare musica originale, ecco cosa vogliono le persone”.

Il jazz arrivò in Gran Bretagna dall’America nel 1919 grazie alla Southern Syncopated Orchestra, ma l’inizio del loro legame rimane indissolubilmente legato a una nave da crociera che partiva dai porti inglesi per arrivare fino a New York: la Queen Mary. È su questa imbarcazione che nel 1949 iniziarono a suonare quella rivoluzionaria musica due dei primi grandi jazzisti britannici: il pianista Ronnie Ball e il contrabbassista Peter Ind. Per diciotto mesi i due musicisti fecero la spola tra l’Europa e America, entrando in contatto con la scena della Grande Mela e soprattutto con Lennie Tristano, il leggendario pianista italo-americano che aveva perso la vista da bambino. Fu quest’ultimo ad avvicinare Ball e Ind al jazz, dandogli lezioni nella sua casa di Flushing, a Long Island, quando la Queen Mary finiva la sua traversata in America.

Nei decenni successivi, tolti alcuni grandi nomi come Joe Harriott, Evan Parker e Michael Garrick, la scena jazz anglosassone rimase ancorata alla riproposizione dei modelli d’Oltreoceano: si assistette a qualche sperimentazione nata dall’incrocio tra il rock e il jazz, ma in generale la scena non spiccò quasi mai per originalità. Qualcosa cominciò a cambiare a partire dagli anni Ottanta, quando il jazz inglese iniziò a prendere massicciamente ispirazione da mondi musicali diversi. La commistione tra questa musica ed elementi presi dal soul, dal funk e dall’elettronica portarono alla nascita di un nuovo sottogenere per la prima volta tutto “made in UK”: l’acid jazz. Da allora la scena britannica si emancipò gradualmente, guadagnandosi una propria identità autonoma ed esplodendo periodicamente in ondate.

La lezione dell’acid jazz, che mischiava con successo generi diversi, è stata assimilata dalle generazioni successive di musicisti ed è alla base del recente rinascimento del genere in Regno Unito.

Il luogo dove nasce e prospera la new wave inglese è la parte Sud di Londra. In questa zona della capitale, sono venuti a suonare anche i migliori giovani artisti americani come Kamasi Washinghton ed è il posto dove i musicisti di casa si incontrano e molto spesso decidono di suonare insieme. Sempre al Guardian, la conduttrice radiofonica Teju Adeleye ha fatto notare come la scena assomigli quasi a una comunità di persone accomunate dalla stessa passione: “Gli artisti non sembrano superstar inaccessibili: vengono tutte le sere nei locali per le jam e per improvvisare. Avere spazi disponibili a un prezzo onesto, dove le persone possono andare e sperimentare davanti a un pubblico è importante. Si promuove in questo modo qualcosa di genuino in una città dove in genere molto viene promosso da iniziative aziendali".  Esistono luoghi come il  centro di sviluppo Tomorrow's Warriors, il cui obiettivo primario è proprio supportare lo sviluppo di nuove leve del jazz, con un occhio di riguardo per le donne e i musicisti neri.

Prima di uscire con il loro disco fondamentale Juan Pablo: The Philosopher, gli Ezra Collective si sono conosciuti proprio al Tomorrow’s Warriors. In questo centro, nato per rendere l’educazione jazz accessibile chiunque, hanno studiato un po’ tutti i pesi massimi della “nouvelle vague” inglese da Shabaka Hutchings a Nubya Garcia. È interessante notare come si tratti quasi sempre di persone che si sono avvicinate al jazz dopo aver avuto degli imprinting molto diversi in passato: negli Ezra Collective, qualcuno dei membri ha avuto il primo approccio con la musica in chiesa mentre altri hanno conosciuto il mondo dei suoni direttamente da genitori musicisti. Tra le influenze di molti di questi ragazzi c’è ovviamente anche il rap, in un continuo scambio reciproco tra i due mondi.

Questo incessante processo di arricchimento da entrambe le parti ha contribuito a rendere questa ennesima rivisitazione del jazz una materia fluida, difficile da definire e incasellare, anche all’interno del singolo genere. Un artista come Shabaka Hutchings rappresenta in modo perfetto una musica multiforme e aperta a farsi ispirare dai suoni del resto del mondo. Hutchings è nato a Londra ma è cresciuto nelle Barbados, iniziando a nove anni a suonare il clarinetto. Non ha ascoltato mai solo jazz, facendosi influenzare anche dal rap americano e dai ritmi locali prima di far ritorno in Inghilterra e l’eterogeneità dei suoi ascolti è percepibile nella sua musica. Anche Shabaka ci tiene a rimarcare quanto il suo lavoro non possa essere inquadrato in una singola definizione: “Quelli che io venero come i miei punti di riferimento nella musica jazz hanno sempre detto che non amano essere incasellati in quella parola (jazz). È limitante: gli mostra più quello che non possono essere di ciò che possono diventare. Quindi, perché dovrei considerarmi un musicista che ha delle limitazioni?”.

Shabaka Hutchings riprende l’idea di Duke Ellington che, stanco di essere bloccato dai limiti del jazz, arrivò a definire il suo lavoro “musica classica americana”. D’altronde dare una definizione di cosa sia il jazz è estremamente complicato. Il critico musicale Nat Hentoff ha individuato gli elementi fondamentali del genere in “un ritmo pulsante (ma non necessariamente regolare); un senso dell’improvvisazione; una tecnica strumentale vocalizzata e per converso una tecnica vocale di tipo strumentale; l’uso di timbri e di poliritmi radicati nella musica folklorica afro-americana di tre secoli”.

Wisdom of Elders, uno degli album più rappresentativi della musica di Shabaka Hutchings, presenta tutti questi elementi ma li mischia con suggestivi richiami alle radici africane del genere. Il disco è stato prodotto assieme ai sudafricani The Ancestors e nasce dalla lunga frequentazione dell’artista con la vivace scena jazz di Johannesburg. Hutchings si è avvicinato a questa realtà a Londra, grazie alla sua amicizia con Mlageni, uno dei simboli del jazz sudafricano, ben conosciuto anche nell’ambiente inglese. Nell’arco di tre anni di continui viaggi e concerti, Shabaka Hutchings ha conosciuto poi gli altri musicisti locali che hanno registrato con lui a Johannesburg Wisdom of Elders, un lavoro che si pone a metà tra le vibrazioni del jazz inglese e l’eredità musicale e culturale custodita in Sudafrica.

Hutchings non è che l’alfiere di una generazione di musicisti figli di immigrati che non ha perso il contatto con le proprie radici e le sfrutta per creare una musica unica e dall’impronta multiculturale. Una figura da cui è impossibile che non abbiano preso ispirazione in questo senso i ragazzi inglesi è quella di Don Cherry. Il trombettista, dopo aver suonato con uno dei padri del free-jazz come Ornette Coleman, decise di sperimentare, ibridando il suo lavoro con musiche folkloristiche appartenenti a remoti universi culturali. I Waaju si inseriscono in questa scia con il secondo recente album Grown. I cinque londinesi sono stati influenzati pesantemente nelle sonorità dalle loro origini latine e africane, come si intuiva già nell’esordio Ali’s Mali. Questo lavoro era un omaggio al chitarrista africano Ali Farka Touré che veniva reinventato, in un mix di jazz, elettronica e percussioni cubane. Tutto questo bagaglio di esperienze si ritrova ancora di più in Grown, un disco che, come dice il titolo, certifica un’ulteriore crescita. La base della loro musica rimane il jazz ma, sopra questo tappeto sonoro, si aggiungono riferimenti vari: dall’afrobeat al folk cubano, fino al funk e alla musica dub.

I Waaju vengono da esperienze diverse in altre formazioni e mostrano un’altra caratteristica del movimento: la sua interscambiabilità. Gli artisti, infatti, hanno spesso più progetti diversi e suonano sia da soli che con diverse band musica anche molto diversa a seconda delle situazioni. Sheila Maurice-Grey è un altro esempio di questa attitudine, visto che suona contemporaneamente nella band Kokoroko e nell’ensemble multietnico tutto al femminile Nerija. Sheila, che si fa chiamare spesso anche solo Mrs. Maurice, rappresenta l’anima femminile di una scena estremamente inclusiva, che non fa differenze di sesso o di razza. La trombettista inglese ha origini composite (la madre viene dalla Sierra Leone mentre il padre è cresciuto in Guinea-Bissau, e i nonni da Sud Africa e Zimbabwe) e mette in discussione il concetto di identità non solo con la sua musica ma anche attraverso la sua carriera parallela di artista visiva. Come scrive lei stessa, il suo percorso artistico mira a riflettere sul significato di "travisare anziché essere travisato”, con una particolare attenzione all’ “iper-sessualizzazione del corpo femminile nero nel corso della storia sin dai primi del 1800”.

La forza del jazz inglese oggi sta nella sua modernità, nel voler essere una musica aperta e globale, in grado di essere profonda e capace di parlare indirettamente della società in cui nasce e matura. Shabaka Hutchings ha fotografato bene la situazione attuale: “In questo momento, in Inghilterra il jazz è diventato cool, ti può capitare di entrare in un locale e vedere un gruppo di ventenni che improvvisa, una cosa che sarebbe sembrata anacronistica – da golden-era anni Sessanta – fino a un paio di anni fa. Ma soprattutto c’è un pubblico di giovani che viene a queste serate e le riempie pagando anche 25 euro”. Un successo meritato, che poggia su basi abbastanza solide per renderlo duraturo. Londra continuerà ad andare a tempo di jazz ancora per un po’.

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