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Enrico Rava: il jazzista italiano che ha conquistato New York

06 settembre 2021
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«Sono a New York, nei primi anni Settanta. Arriva una telefonata: è il sassofonista Ornette Coleman, la leggenda del free jazz, che deve sostituire il suo trombettista Don Cherry, altrettanto famoso. Ha sentito parlare di me, mi chiede di andare a provare della musica a casa sua. Ci vado ma sono emozionatissimo, viene fuori un disastro (almeno secondo me). Torno a casa e avverto tutti. “Se chiama di nuovo Ornette ditegli che non ci sono. Anzi, ditegli che sono morto”. Per mesi, prima di entrare nei locali, ho controllato che non fosse fra i clienti». È uno dei tanti gustosi episodi che il trombettista Enrico Rava, il jazzista italiano più famoso nel mondo, racconta nel documentario che gli è stato dedicato qualche anno fa, «Note necessarie» di Monica Affatato.

Rava, che a settantasette anni (molto ben portati) è costantemente sulle scene, è fatto così: in lui il senso dell’umorismo si unisce al costante understatement, tanto che sembra sempre stupito della stima che lo circonda. Eppure per coglierne l’importanza basta sentire che cosa dicono di lui i tanti testimoni che nello stesso film vengono interpellati, dall’artista Michelangelo Pistoletto al pianista scoperto proprio da Rava, Stefano Bollani. È lui a usare la frase che dà il titolo al film: «Enrico ha una dote straordinaria, in musica va sempre al punto, non spreca mai nulla. Suona solo le note necessarie».

Per questo probabilmente, nel corso dei decenni, il trombettista ha saputo valorizzare tanti giovani talenti che hanno rappresentato via via le successive generazioni del jazz italiano. Dando loro spazio, lasciando il tempo di sbocciare, come piante a cui si permettere di ricevere la luce. Anche Enrico Rava, in fondo, è cresciuto così. Bohémien fin da piccolo, e per questo attratto dal romanticismo del jazz delle origini, detesta l’idea di andare a lavorare nell’azienda di famiglia. Quando scopre Miles Davis e il suo soprannaturale lirismo resta senza fiato, capisce che è quella la vita che cerca.

Così sparisce dalla sua Torino per andare a Roma, la città della Dolce Vita e delle avanguardie artistiche. Nella capitale suona con Gato Barbieri, straordinario sax argentino che lo fa innamorare del Sudamerica, ed entra nel gruppo di un altro eccezionale sassofonista, lo statunitense Steve Lacy; proprio con lui, ironia della sorte, finisce col suonare in Argentina, nel 1966. Il disco inciso quasi per caso in quell’occasione, «The Forest And The Zoo», è oggi un classico del free jazz.

Con Lacy, Enrico Rava approda infine a New York; fa la fame, come tutti i jazzisti di ricerca, ma conosce icone del calibro di Cecil Taylor, il grande pianista al quale di recente Rava ha dedicato un concerto ancora a New York, e la giovane caporchestra Carla Bley. Le imprese di Enrico Rava lo rendono noto anche in Europa: in Germania incide per le etichette Mps e soprattutto Ecm, della quale sarà il primo (e a lungo l’unico) italiano in scuderia. Infine anche l’Italia ne riconosce l’importanza, e dagli anni Ottanta ne documenta ampiamente la musica.

Che jazz è quello di Enrico Rava? Una volta era molto vicino al free, ma con un amore per la melodia che lo rendeva affine al suo amico Gato Barbieri. Poi ha recuperato vasti stralci del passato, dal bebop al jazz tradizionale, il suo primo amore. Ma suona sempre contemporaneo; non a caso lo strumento che duetta meglio con la sua tromba è la chitarra elettrica, passata nel corso del tempo fra le mani di tanti virtuosi, da John Abercrombie a Roberto Cecchetto.

Il gusto per l’elettricità lo avvicina alle svolte del suo adorato Miles Davis, sul quale c’è un altro aneddoto. «Sempre a New York, suono con un gruppo molto funky. La sera del concerto entro nel club e mi trovo davanti Davis che mi guarda e bofonchia: “Ti tengo d’occhio”. Mi precipito al telefono, chiamo casa: “Portatemi subito un valium. Anzi, tutta la scatola”. Ingollo tutto e infatti suono bene, tranquillissimo. Davis alla fine mi avvicina soddisfatto e mi dà un buffetto sulla spalla. Lui ha fatto il pugile dilettante per anni… un dolore…».

Le immagini sono state gentilmente fornite da Guido Gaito Ufficio Stampa

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