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Frank Sinatra e il suo ruolo nella lotta per i diritti civili

02 luglio 2019
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Di tutte le vite vissute da Sinatra, probabilmente pochi conoscono la versione umanamente più luminosa e brillante. La sua grande voce, le indiscusse doti da entertainer, l’alcolismo, il tabagismo selvaggio, le scappatelle e gli amori da copertina, le relazioni torbide con i gangster italo-americani, offuscano la grandezza dell’uomo e il ruolo fondamentale giocato nella lotta per i diritti civili e l’integrazione.

La pellicola Green Book, vincitrice come miglior film agli scorsi Oscar, ha portato alla conoscenza del grande pubblico un problema che ha afflitto gli Stati Uniti fino a buona parte degli anni Sessanta: la segregazione razziale. Nonostante il riconoscimento, da parte del pubblico e della stampa, delle grandi doti di molti di loro, la discriminazione non risparmiò neppure artisti della fama e il calibro di Sammy Davis Jr., Harry Belafonte, Fats Domino, Lena Horne e Nat King Cole. Per chi come loro era solito esibirsi nei casinò della vivace e disinibita Las Vegas, vigevano diverse restrizioni, tra cui la necessità di essere sempre accompagnati in ogni loro movimento all’interno del casinò da un bianco, l’obbligo di mangiare nelle cucine senza poter attraversare le sale da gioco “disturbando” i clienti abituali, nonostante lo status di star della serata, o l’impossibilità di alloggiare negli hotel come qualsiasi altro ospite, costretti ad attraversare tutta la città per riposarsi nei motel destinati ai “negri”. In questo contesto desolante, Sinatra è riuscito a sfruttare la notorietà e il peso specifico della sua fama battendosi per impedire ulteriori discriminazioni, evitare l’umiliazione degli artisti afroamericani e garantendo equo trattamento.

Frank Sinatra nasce nella città di Hoboken, in New Jersey, nel 1915, dove scopre il significato dell’integrazione sin dalla tenera età. Il padre siciliano e la madre di origine ligure rappresentano per lui l’esempio della possibile convivenza e mediazione tra culture e modi di essere distanti. Oltretutto, la Hoboken di quell’epoca offre una situazione etnica estremamente variegata, in cui va in scena la rispettosa coesistenza tra irlandesi, italiani, afroamericani ed ebrei. Gli immigrati italiani, fortemente ghettizzati dalla società americana, sono il bersaglio predestinato di una stereotipizzazione selvaggia da parte della stampa e della popolazione statunitense. La dedizione del padre di Frank, Antonino Martino, lavoratore assennato impegnato nella comunità locale, e della madre Natalina Maria Vittoria, ostetrica e donna benvoluta per il proprio ruolo sociale, aiutano il piccolo Sinatra a crescere sviluppando valori universali di solidarietà, complice la Grande Depressione.

Durante l’adolescenza, Frank capisce che gli studi accademici non fanno per lui e che deve provare a costruirsi una vita da cantante – decisione a cui seguono alcuni screzi con il padre, che avrebbe preferito tutt’altra carriera per il figlio. Nel tentativo di sfondare l’aspirante star si trasferisce da Hoboken alla vicina New York, città che lo adotta e alla quale verrà per sempre associato, a partire dagli anni di gavetta, in cui si esibisce con piccole orchestre e si dedica allo studio del canto per migliorare la propria tecnica vocale. Il successo arriva per lui nel 1940, frutto della perseveranza di un ragazzo capace di far fronte alle numerose avversità legate perlopiù ai pregiudizi sulle sue origini. La collaborazione prima con il trombettista Harry James, col quale registra uno dei suoi cavalli di battaglia All or Nothing at All, e l’orchestra di Tommy Dorsey poi, gli garantiscono la visibilità e la fama ricercata, insieme alle critiche dei media, soliti punzecchiarlo per le origini italiane – sulla base di stereotipi che Sinatra ha sempre disatteso, vestendosi di tutto punto e sfoggiando un accento impeccabile, senza inflessioni parodistiche.

La sua bella presenza gli consente anche l’entrata nel mondo cinematografico. Sinatra incarna l’esempio del sogno americano, un self-made man glorificato da adolescenti pronte a fare follie per lui, le cosiddette bobbysoxer (così chiamate per la loro abitudine di indossare calzini bianchi chiamati bobby socks). Se da un lato le ragazze lo adorano, dall’altro il successo lo rende meno simpatico ai suoi coetanei: un’avversione esasperata dal suo mancato arruolamento nell’esercito per la seconda guerra mondiale. In molti credono che l’esenzione sia una diretta conseguenza della popolarità; in verità Sinatra non è arruolabile per via di un timpano perforato sin dalla nascita, che lo ha reso sordo da un orecchio. Negli anni Quaranta cominciano anche le prime collaborazioni con artisti afroamericani, coi quali condivide una visione artistica comune, un percorso che nel tempo gli permette di intrecciare relazioni professionali con Ella Fitzgerald, Duke Ellington, Billie Holiday, Quincy Jones e tanti altri. Fortemente irritato dalle discriminazioni razziali che percepisce ancora più intensamente una volta entrato nel mondo dello showbiz, oltre che dall’antisemitismo rinsaldato durante la seconda guerra mondiale, Sinatra si espone pubblicamente nel 1946, partecipando al cortometraggio di Mervyn LeRoy The House I Live In. Nel corto ci sono 10 ragazzini intenti ad aggredire un bambino ebreo: Sinatra, interpretando se stesso, riesce a fermarli, convincendoli che siamo tutti figli dello stesso mondo. “Mio padre viene dall’Italia, ma sono americano, dovrei forse odiare tuo padre perché proviene dall’Irlanda, Francia o Russia? Non sarei il primo degli stupidi?” The House I Live In è una delle prime prese di posizione da parte di una superstar popolare contro il razzismo e uno dei documenti storicamente più importanti a livello sociale, tanto da essere stato ammesso nel 2007 all’interno della National Film Registry per meriti culturali e storici.

Sinatra ha dimostrato sempre grande cuore nei confronti di chi lo circonda, non tollerando le discriminazioni rivolte ai colleghi solo per il diverso colore della pelle e garantendo ad esempio l’ingaggio del cantante nero Sammy Davis Jr., uno dei suoi più grandi amici, per una serie di spettacoli al Capitol Theatre con una remunerazione pari a quella di un artista bianco. Quello tra i due performer è un sodalizio fortemente radicato, tanto che Sinatra è il primo ad aiutare Davis Jr. quando resta vittima di un grave incidente d’auto a Las Vegas, in cui perde l’occhio sinistro. Il rifiuto da parte di tutti gli ospedali della città di prestargli soccorso per via del colore della pelle influisce ulteriormente sulla volontà di Frank di contrastare la discriminazione razziale. La degenza di Davis Jr. si svolge nella villa di Sinatra a Palm Spring: questo riposo forzato si rivela l’occasione per insegnare a Frank il tip-tap, di cui Sammy è uno dei migliori interpreti e che si aggiunge alle già variegate abilità del cantante. La loro unione che si fa ancor più salda con la nascita del Rat Pack, il sodalizio artistico composto da Sinatra, Davis Jr., Dean Martin, Joey Bishop e Peter Lawford, estremamente prolifico in ambito cinematografico, ma ancor di più nel mondo degli spettacoli dal vivo. Negli show a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, Sinatra si scontra ancora una volta con l’ipocrisia della società americana, che continua a discriminare tutti gli artisti afroamericani in cartellone a Las Vegas, a partire da Nat King Cole, l’unico artista in termini di popolarità avvicinabile a Sinatra: una macchina da soldi che garantisce migliaia di dollari a serata ai proprietari degli hotel con le proprie performance, ma che in quanto nero è costretto a vivere da reietto.

Cole ha un ruolo cruciale nella lotta per un trattamento egualitario e Frank Sinatra è una grande sponda per lui: qualora un hotel non accetti musicisti afroamericani, nemmeno Frank decide di alloggiarci. Inoltre assegna una scorta a tutti i suoi colleghi afroamericani e “infastidisce” regolarmente gli organizzatori di Las Vegas, ponendo continui aut aut: “Se i miei musicisti devono vivere tutti nell’altra parte della città, allora non avete bisogno di me”. Grazie alle battaglie portate avanti dal cantante, la segregazione razziale a Las Vegas diminuisce e se la città in quegli anni gode di boom economico e di successo lo deve soprattutto a lui e alla scena musicale. “Un amico per me non ha razza, non appartiene a nessuna classe o minoranza. Le mie amicizie si basano sull’affetto, il rispetto reciproco e la sensazione di avere qualcosa in comune. Questi sono dei valori eterni che non possono essere classificati”, predica The Voice, in prima linea per un trattamento paritario, con cospicue somme di denaro donate ai movimenti per le lotte civili e esibizioni memorabili, come quella insieme a Quincy Jones e l’orchestra di Count Basie alla prigione di Lorton nel 1965, davanti ad un pubblico di 3mila persone composto perlopiù da afroamericani, oppure quella del 1967 alla Carnagie Hall, in favore della raccolta fondi per il NAACP (l’associazione nazionale per la promozione delle persone di colore), in cui canta una versione indimenticabile di Ol’ Man River davanti ad un commosso Martin Luther King.

Parte del progresso sociale statunitense è imputabile a Frank Sinatra e alla sua volontà di non tirarsi mai indietro di fronte alle sperequazioni sociali. Troppe volte della controversa vita del cantante si ricordano soprattutto aspetti poco edificanti, come ad esempio le tormentate relazioni sentimentali ed i tradimenti, il supporto alla presidenza Nixon, i rapporti mai del tutto chiariti con la mafia italoamericana. Ma nel corso della sua lunga carriera il cantante ha dimostrato rara integrità morale. Conscio del valore delle proprie parole e del suo ruolo nella comunità, Sinatra ha sfruttato la notorietà per portare luce su temi “scomodi”; senza paura di perdere l’apprezzamento dell’opinione pubblica, è sistematicamente intervenuto in prima persona per cambiare le più radicate convinzioni razziste, risultando determinante nel riconoscimento di pari diritti e trattamento per gli afroamericani. “Abbiamo una lunga strada da percorrere per quanto riguarda la questione razziale. Finché la maggioranza degli uomini bianchi penserà che uno sia negro prima ancora di essere una persona, siamo nei guai. Non capisco perché non possiamo crescere”.  Sinatra ha combattuto i pregiudizi e le barriere dell’intolleranza, convincendo gli scettici di quanto l’integrazione e la contaminazione siano linfa vitale per una società equa, armoniosa e culturalmente rilevante. Ecco perché non dovremmo ricordare solo la sua voce, ma molto, molto di più.

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