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La lunga marcia delle donne nel jazz

27 settembre 2018

Una donna sale sul palcoscenico: subito si immagina che sia la cantante. Succede, e non solo nel jazz; ma bisogna riconoscere che questa musica, tanto basata sulla libertà, possiede anch’essa i suoi stereotipi dei quali fatica a liberarsi, e quello della subordinazione femminile è uno dei più gravi. Per questo la tendenza a una "jazz women’s lib", in atto da almeno una ventina d’anni, è ben più che un fenomeno sociale o di costume: è una vera rivoluzione che contribuisce a modificare l’intera percezione del jazz.

Grandi interpreti o cantanti "canarine"?

All’inizio, a dire il vero, le cantanti rappresentavano un modello molto libertario. Un’icona come Bessie Smith, "l’Imperatrice del Blues", negli anni Venti era portavoce di un nuovo modello sociale, l’afroamericano affrancato dai latifondi del Sud. Presto però la cantante jazz, bianca o nera, fu ridotta a una sorta di pin-up, per attirare pubblico con la propria avvenenza. Ci si scordò anche delle non poche pianiste di rilievo: come Lil Hardin, che sposò Louis Armstrong e lo pilotò, da attenta manager-musicista, verso uno strepitoso successo.

Nell’epoca delle big band le cantanti erano chiamate canaries, "canarini", e considerate poco più di uccellini in gabbia. Ma spesso i musicisti ne conoscevano la forte personalità artistica: Billie Holiday era trattata come strumentista tra gli strumentisti, Ella Fitzgerald seppe guidare la big band del suo scopritore Chick Webb quando questi morì prematuramente, Sarah Vaughan fu assunta come seconda pianista, oltre che cantante, da Earl Hines, uno dei massimi virtuosi dello strumento. Altre volte era il temperamento a emergere: Anita O’Day rifiutò gli abiti vistosamente vaporosi e pretese di indossare la stessa divisa degli orchestrali con cui suonava.

Strumentiste dimenticate

Ma l’importanza delle donne, soprattutto strumentiste, rimase a lungo sottotraccia. Solo da poco si sta ricostruendo l’appassionante vicenda delle Girl Bands, i gruppi di sole donne che durante la seconda guerra mondiale colmarono (come in altri settori produttivi) i vuoti lasciati dagli uomini chiamati alle armi.

Le International Sweethearts of Rhythm a metà degli anni Quaranta in She’s Crazy With The Heat.

Ancora più raro è il ricordo di singole virtuose: la trombettista Valaida Snow, l’arpista Dorothy Ashby, l’organista Shirley Scott. Ma forse è più grave la disattenzione verso grandi arrangiatrici e compositrici che sapevano organizzare in modo unico la musica di gruppi e orchestre. Personalità come Mary Lou Williams, protagonista dello Swing e anticipatrice del bebop (sostenne figure come Charlie Christian, Thelonious Monk, Dizzy Gillespie), in costante metamorfosi espressiva fino alla morte nel 1981; oppure la trombonista Melba Liston, eminenza grigia dei maggiori dischi del pianista Randy Weston.

La maestria di Mary Lou Williams, indifferente a mode e stili in The Man I Love.

L’orchestra di Quincy Jones nel 1960 in My Reverie, solista Melba Liston.

Dagli anni Sessanta a oggi: storia di un riscatto

Si dovrà aspettare l’estrosa Carla Bley, negli anni Sessanta, perché un ruolo così importante e delicato venga riconosciuto a una femmina. Da allora, però, i riconoscimenti alla cosiddetta "altra metà del jazz" non hanno fatto che aumentare. Ogni strumento conta ormai donne di rilievo: la batteria con Terri Lyne Carrington e Cindy Blackman (che è anche la moglie di Carlos Santana; e chissà quando si dirà che Carlos Santana è il marito di Cindy Blackman), il flauto con Nicole Mitchell, la tromba con Stacy Rowles e Ingrid Jensen, la chitarra con Mary Halvorson, il sassofono con Jane Ira Bloom e Matana Roberts, le percussioni con Marilyn Mazur; per non parlare del contrabbasso, che ha conosciuto una vera fioritura con figure quali Esperanza Spalding e Linda Oh.

La contrabbassista Esperanza Spalding, invitata alla Casa Bianca nel 2016, suona e canta On The Sunny Side of the Street.

Le donne sono numerosissime anche in un’altra tendenza che rappresenta il "nuovo" jazz, la sua grande internazionalizzazione, dove le jazziste italiane fanno valorosamente la loro parte. Ma qui vorremmo concludere tornando alla riflessione iniziale. Molte volte non si tratta solo di ascoltare delle jazziste donne, ma artiste che immaginano un jazz al femminile: più variopinto e trasparente, meno aggressivo. Una figura (fra le tante) che si muove in questo campo è la compositrice e caporchestra Maria Schneider; e sotto la sua direzione anche gli uomini suonano un po’ più al femminile.

Il suono dell’orchestra di Maria Schneider, colto dal vivo in Francia al festival di Vienne nel 2008. Ingrid Jensen è la solista al flicorno.

In Cover, Mary Lou Williams. Via Pagina Facebook @WHUTTV

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