09 giugno 2019
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Mina Mazzini nella sua lunghissima carriera ha avuto modo di dimostrare in ogni occasione la propria originalità. Ha staccato di netto qualsiasi interprete della canzone italiana (e non solo) per popolarità, capacità e tecnicismi fuori dal comune. La celebre “Tigre di Cremona” ha saputo scegliere le influenze più particolari su cui modellare il proprio repertorio: Elvis, Sinatra, Sarah Vaughan, Chet Baker. Ascoltare il jazz, gli standard e le ballad americane ha formato la sua cultura musicale ma soprattutto ne ha affinato il gusto, rendendola un’artista chiaramente distinguibile. A questo, Mina ha unito una minuziosa scelta di colleghi che l’hanno guidata nelle lavorazioni e negli arrangiamenti delle canzoni, come Ennio Morricone e Giulio Libano. Non si può non citare la scelta accurata degli autori dei testi: dalla collaborazione con Mogol ai testi audaci di Gino Paoli, da Maurizio Costanzo a Cristiano Malgioglio. Mina è originalità, coraggio, gusto, la vetta inarrivabile della canzone italiana.

Sono molti gli artisti e le celebrità che ne hanno ribadito la grandezza. Sarah Vaughan disse di lei: “Se non avessi una voce vorrei avere quella di Mina”, Armstrong la descrisse come “la cantante bianca più grande del mondo”, Elvis Costello ne campionò una canzone all’interno del brano When I Was Cruel N° 2. La definizione migliore è però di Pedro Almodovar, che nel suo film Dolor y Gloria ha inserito alcune sue canzoni, come la struggente interpretazione di Come Sinfonia:  “La tessitura vocale di Mina è infinita, è la più grande voce che abbiamo avuto in Europa”.

La voce di Mina ha un’estensione di ben tre ottave, qualità di cui ha saputo dare prova in brani come Brava o Le mille bolle blu, canzoni decisamente popolari e interpretate su registri alti con una voce ricca di armonici. Questi risultati li ha raggiunti da completa autodidatta: nemmeno a inizio carriera, infatti, Mina prese lezioni di canto per imparare a gestire la propria voce nelle esecuzioni. In una delle rare interviste rilasciate, si legge nelle sue parole la volontà di andare fuori dagli schemi e di non sottostare ad alcuna regola: la cantante, prima di entrare in studio per incidere i pezzi o prima di esibirsi dal vivo, non ha mai riscaldato la propria voce con esercizi o altro, bensì con una “bella sigarettina”, ricordando poi che “per cantare canzonette non c’è bisogno di troppe attenzioni”.

Da un punto di vista tecnico, la voce di Mina è a metà tra un mezzosoprano e un soprano, scesa nell’estensione con il passare degli anni. Questo l’ha resa una cantante trasversale, la cui voce ha saputo adattarsi a tutti i generi musicali e a qualsiasi composizione le fosse presentata, che fosse jazz o bossa nova.Vero e proprio maestro è stato per lei Frank Sinatra. Negli anni Sessanta, dopo aver suonato negli Stati Uniti, rifiutò una collaborazione con “The Voice”, che la voleva con lui per un eventuale tour di ritiro dalle scene. Tuttavia, la lezione di Sinatra per la cantante restò fondamentale: dal suo modo di cantare mutuò l’abilità di interpretare il pianissimo in modo leggero, appoggiandosi dolcemente sulla strumentale. Questo tipo di repertorio fu essenziale per Mina per uscire dagli schemi rigidi della cultura popolare italiana del Dopoguerra, un mezzo per evadere dalla monotonia delle canzoni che passavano in radio, cantate da quelli che lei definiva i “claudiovilli”.

Mina ha unito alle proprie doti vocali un gusto raffinato nella scelta delle collaborazioni da intraprendere, dei produttori con cui lavorare o degli autori con cui scrivere canzoni. Una delle prime partnership fu, come accennato, quella con Gino Paoli, con cui scrisse nel 1960 Il cielo in una stanza, raggiungendo un enorme successo di pubblico e di critica, nonostante il soggetto scandaloso. Anche la struttura del brano è atipica, con quattro strofe di lunghezza differente, nessun ritornello e un congedo che riprende l’ultima strofa. La resa musicale del testo è affidata unicamente alla bravura di Mina, visto che non contiene un supporto fonetico di rime o assonanze.

Risale al 1966 la pubblicazione di uno dei più grandi capolavori della musica italiana: Se telefonando. Composta da Ennio Morricone, il brano è un’infusione totale dello stile del Maestro in forma di canzone. Nacque in origine come sigla del programma televisivo della Rai Aria Condizionata, una sorta di spin-off di Studio Uno. La canzone fu presentata dalla stessa cantante nella sedicesima puntata dell’edizione del 1966 del noto programma creato da Antonello Falqui, di cui fu anche presentatrice. Il testo del brano, poi pubblicato come singolo, fu scritto a quattro mani da due personalità provenienti dal mondo del cinema, del teatro e della televisione: Ghigo De Chiara e Maurizio Costanzo. Anche qui Mina non mancò di far parlare di sé: il testo, è abbastanza ambiguo, venne modificato cambiando la strofa originale “Poi nel buio la tua mano d'improvviso sulla mia” in “Poi nel buio le tue mani d'improvviso sulle mie” perché fosse meno equivocabile. Mina, convinta della propria scelta, pubblicherà la versione originale nel 1999 all’interno della raccolta Mina Gold 2.

Nel 1967  Mina decise di interpretare una canzone uscita tre anni prima, scritta da un giovane Fabrizio De André, un’altra scelta insolita e particolare. Di fatto contribuì al successo del cantautore genovese che, grazie al guadagno ottenuto dai diritti, lasciò l’università e potè dedicarsi interamente alla musica. Degli anni Settanta sono le collaborazioni con Battisti e Mogol, sia nel celebre duetto al Teatro 10 sia per la scrittura di quattro inediti (Insieme e Io e te da soli del 1970, Amor mio e La mente torna del 1971). In questi stessi anni collaborò con Cristiano Malgioglio, famoso per i suoi testi audaci, come L'importante è finire nel 1975 e Ancora ancora ancora nel 1978.

Circa venti anni dopo Mina collaborò con un altro grande artista italiano, Adriano Celentano: insieme pubblicarono nel 1998 Mina Celentano, un album di duetti che unì le anime anticonvenzionali dei due artisti, che già avevano cantato e recitato insieme con Chet Baker in Urlatori alla sbarra, nel 1960. I due si conobbero proprio sul set del film diretto da Lucio Fulci e nonostante si siano trovati spesso in competizione in un testa a testa nelle classifiche delle vendite, sono sempre stati stretti da un legame difficile da scalfire. Per Celentano, Mina è la personificazione dell’arte musicale: “Mi colpì la sua eccezionale musicalità non solo nel cantare, ma anche nel parlare. Lei ha una musicalità innata anche nei gesti, qualunque cosa faccia.” La collaborazione tra i due artisti fu tuttavia molto travagliata, visti i numerosi impegni di ciascuno. Per questo l’idea di produrre un disco fu messa in pausa per parecchio tempo, fino a quando i due riuscirono a incontrarsi a Lugano per gettare le basi del lavoro che ha regalato capolavori come Acqua e Sale e Brivido felino, e album più recenti, come quello uscito nel 2016, Le migliori.

Le parole di Bruno Canfora, che ha scritto per lei Brava, sottolineano una volta in più l’unicità di Mina: “È qualcosa che le ha permesso soltanto la sua natura, la sua macchina canora, la sua fisicità: che almeno in musica, a quanto io sappia, appartiene soltanto a lei.” Parafrasando le parole di De André, è come se fosse nata con la musica nel Dna, e non è difficile capire perché molti dei suoi colleghi scorgano in lei questa caratteristica, vista la leggerezza con cui affronta le interpretazioni, eppure l’intensità che emana da ciascuna di esse. Una vera e propria “bomba che non si può disinnescare”, come l’ha definita Celentano, Mina ha forgiato il proprio repertorio tramite ascolti inusuali, mostrando grande coraggio nella scelta di autori, collaboratori e cantanti tra i meno inflazionati. Solo attraverso il suo anticonformismo è riuscita a ergersi al di sopra di tutto lo scenario della canzone italiana. Mina è complessa, coraggiosa e originale. In una sola parola: ineguagliabile.

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