27 marzo 2026
Impatti sui mercati finanziari
Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi aerei contro l'Iran. Sebbene le reazioni dei mercati finanziari siano state inizialmente relativamente contenute, il blocco dello Stretto di Hormuz e i danni alle infrastrutture petrolifere e del gas degli Stati del Golfo hanno aumentato il premio per il rischio sugli asset rischiosi. Il Qatar, che rappresenta circa il 20% della produzione globale di gas naturale liquefatto (GNL), non è più in grado di esportare GNL. Anche in uno scenario ottimistico in cui il conflitto si concludesse a breve termine, è probabile che le conseguenze economiche si protraggano più a lungo. Dall'inizio dell'anno, il prezzo del petrolio (Brent) è aumentato del 76%, mentre i prezzi del gas TTF europeo sono cresciuti di oltre il 90%. Queste oscillazioni dei prezzi riflettono il forte aumento delle tensioni geopolitiche. Tuttavia, i prezzi rimangono al di sotto dei livelli raggiunti nel 2022 in seguito all'invasione dell'Ucraina. Oltre all'impatto immediato sui mercati energetici, potrebbero risentirne anche le catene di approvvigionamento globali. Oltre a essere un corridoio energetico fondamentale, lo Stretto di Hormuz rappresenta una via di transito cruciale per fertilizzanti, prodotti petrolchimici e gas industriali. Queste interruzioni dei flussi potrebbero manifestarsi con un certo ritardo, ma potrebbero avere un impatto sui costi delle materie prime e sui margini aziendali nel lungo termine, innescando una seconda ondata di pressioni inflazionistiche.
Un contesto più incerto per gli investitori
Nelle ultime settimane la volatilità dei mercati azionari e obbligazionari è aumentata notevolmente. Nei mercati azionari, la maggiore incertezza si riflette in una maggiore disparità di performance tra regioni e settori. Europa e Asia rimangono più vulnerabili a causa della loro dipendenza energetica, mentre i mercati statunitensi hanno mostrato una maggiore resilienza. I mercati obbligazionari stanno gradualmente scontando aspettative di inflazione più elevate, con i rendimenti dei titoli obbligazionari a lungo termine in forte aumento nelle ultime settimane.
Alla ricerca di beni rifugio
Sebbene l'oro abbia tradizionalmente beneficiato dello status di bene rifugio, ciò non sta accadendo dall'inizio della crisi mediorientale, con i prezzi in calo del 17% in USD. Nel 2025, il prezzo dell'oro è quasi raddoppiato, spinto dalla forte domanda delle banche centrali e dal contemporaneo calo dei tassi di interesse e del dollaro USA. Dall'inizio di marzo, tuttavia, il contesto è cambiato. Il dollaro USA si è rafforzato e i tassi di interesse sono aumentati. Con l'aumento dei rendimenti obbligazionari e la conseguente maggiore attrattiva del reddito fisso, i metalli preziosi – che non offrono flussi cedolari– tendono a perdere parte del loro appeal in termini relativi. Inoltre, alcuni investitori hanno utilizzato i significativi guadagni accumulati sull'oro per compensare le perdite in altre classi di attività nelle ultime settimane.
Al contrario, il dollaro USA, che nel 2025 era stato fortemente messo in discussione come bene rifugio, sta ora rafforzandosi. Nel contesto attuale, si prevede che la crescita economica statunitense si dimostri più resiliente, grazie all'indipendenza energetica del paese. Detto questo, le esigenze di finanziamento legate al conflitto potrebbero continuare a pesare su un livello di debito pubblico già elevato. In questo contesto, manteniamo il nostro obiettivo a 12 mesi per il cambio EUR/USD a 1,20.
Il nostro scenario base rimane confermato
Per il momento, manteniamo uno scenario di rallentamento della crescita economica globale, messa sotto pressione da prezzi del petrolio persistentemente alti. Una recessione richiederebbe che i prezzi del petrolio rimanessero al di sopra dei 100 dollari al barile per diversi mesi, il che non rientra nel nostro scenario di base, soprattutto in vista delle imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Detto questo, la completa riparazione delle infrastrutture energetiche danneggiate richiederà tempo, impedendo un ritorno ai livelli di prezzo pre-conflitto.
Implicazioni monetarie ed economiche
Come già evidenziato, la situazione attuale indica una traiettoria inflazionistica al rialzo rispetto alle aspettative iniziali.
Nell'area dell'euro, la BCE ha mantenuto i tassi di interesse invariati a marzo, ma ha già incorporato nelle sue proiezioni macroeconomiche aggiornate impatti significativi sulla crescita e sull'inflazione per il 2026, per tenere conto dell'aumento dei prezzi dell'energia. Le previsioni di inflazione della BCE per il 2026 sono state riviste al rialzo al 2,6% (dall'1,9%), mentre le aspettative di crescita sono state riviste al ribasso allo 0,9% (dall'1,2%), con scenari alternativi in caso di ulteriore escalation del conflitto. Il nuovo scenario centrale della BCE prevede uno shock dei prezzi limitato e temporaneo, con un calo relativamente rapido dei prezzi dell'energia a partire dal terzo trimestre.
Al momento, la BCE prevede ancora che l'inflazione torni al suo obiettivo del 2% nel 2027. La banca centrale continua a insistere su un approccio «riunione per riunione», in base ai dati economici, per adattare la propria politica monetaria. La presidente della BCE, Christine Lagarde, ha indicato che un inasprimento "misurato" della politica monetaria potrebbe essere preso in considerazione qualora l'inflazione si mantenesse al di sopra dell'obiettivo per un periodo prolungato, ma evitando al contempo un'eccessiva volatilità dei tassi di interesse e dei mercati del credito.
Nella sua ultima riunione, anche la Federal Reserve ha rivisto al rialzo le proprie previsioni di inflazione per il 2026, seppur in modo più contenuto, sulla base dell'ipotesi implicita di uno shock temporaneo. Il presidente della Fed, Jerome Powell, ha affermato che è "troppo presto per conoscere" il pieno impatto inflazionistico del conflitto in Iran. In questa fase, la Fed prevede ancora un ritorno dell'inflazione verso l'obiettivo del 2% in un arco di tempo relativamente breve. Come la BCE, anche la Fed si sta prendendo del tempo per valutare l'impatto del conflitto sulle dinamiche inflazionistiche, rimanendo pronta a reagire, se necessario, nella prossima riunione di aprile.
Entrambe le banche centrali si trovano ad operare in un contesto caratterizzato da una crescente incertezza geopolitica. Sebbene il controllo dell'inflazione rimanga il loro obiettivo primario, il loro margine di manovra è limitato dai crescenti rischi per la crescita economica. Le future decisioni di politica monetaria dipenderanno in larga misura dall'evoluzione del conflitto e dal suo impatto sui prezzi dell'energia.
Conclusioni
In questo contesto macroeconomico simile alla stagflazione (*), adottiamo un atteggiamento più cauto nei confronti degli asset rischiosi, in particolare delle azioni globali, del credito ad alto rendimento e del debito dei mercati emergenti.
Abbiamo abbassato il giudizio sull’azionario globale a Neutrale, dopo aver mantenuto una posizione Positiva dalla fine del 2022. Da un punto di vista regionale abbiamo abbassato il giudizio su Giappone e Mercati Emergenti a Neutrale – con una posizione più cauta sull'Asia e mantenendo una visione Positiva sui paesi latinoamericani esportatori di petrolio – e abbiamo abbassato il giudizio sull'Europa a Sottopeso.
In termini di settori, abbiamo abbassato a neutrale il settore Energia, pur continuando a privilegiare il sottosettore delle attrezzature e dei servizi petroliferi. Nel breve termine, alcuni segmenti stanno emergendo come beneficiari dell'attuale contesto, in particolare i produttori occidentali di fertilizzanti e i metalli strategici utilizzati in ambito bellico.
Diversi sottosettori industriali rimangono attraenti, sostenuti dall'accelerazione della spesa per la difesa e le infrastrutture nelle economie occidentali. Anche l'interesse degli investitori per le energie rinnovabili e l'efficienza energetica è in aumento. Il piano per accelerare la diffusione delle tecnologie a basse emissioni di carbonio al fine di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, combinato con l'impennata della domanda di elettricità da parte dei data center, rappresenta un potente megatrend strutturale.
Alcune strategie alternative, come i fondi long/short market-neutral, meno dipendenti dall'andamento generale del mercato, possono offrire vantaggi di diversificazione rispetto ai mercati azionari e obbligazionari. In periodi di elevata volatilità, queste strategie possono contribuire a ridurre il rischio complessivo del portafoglio e a limitare i drawdown, pur rimanendo investiti.
In questo contesto, è opportuno adottare un approccio prudente nei portafogli a reddito fisso. L'esposizione alla duration dovrebbe essere mantenuta al di sotto del benchmark, sia in Europa che negli Stati Uniti. Il fatto che i tassi di interesse a breve termine siano aumentati più rapidamente dei rendimenti delle obbligazioni a lungo termine (appiattimento della curva dei rendimenti) suggerisce che le opportunità più interessanti risiedano nelle obbligazioni con scadenza da 3 a 5 anni, piuttosto che in quelle con duration superiore a 10 anni. Qualora le aspettative di imminenti rialzi dei tassi di interesse dovessero invertirsi, le obbligazioni a breve termine potrebbero beneficiare di un calo dei rendimenti.
Per il momento manteniamo un giudizio neutrale sulle obbligazioni sovrane nel complesso e continuiamo a privilegiare le obbligazioni societarie europee con rating Investment Grade.
*Stagflazione: un contesto economico caratterizzato da una crescita economica debole e da un'inflazione elevata.
Siamo a tua completa disposizione per supportarti con una consulenza personalizzata.