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Economia
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Perché l’attenzione è diventata la risorsa più preziosa che abbiamo

22 ottobre 2019
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L’avvento di Internet ha incarnato per molti la speranza in un mondo più egualitario e più libero, soprattutto alla luce del grande valore che attribuiamo all’informazione e alla sua diffusione. "La conoscenza è potere. La scrittura è fonte di potere nelle società moderne, perché rende possibile trasmettere conoscenza meglio, più rapidamente e più lontano”, ci scrive Jared Diamond in Armi, acciaio e malattie, e la via maestra per comprendere la realtà sembrava chiara: attingere a quante più fonti possibili, leggere e confrontare i contenuti, riflettere fino a trovare una mediazione fra le narrazioni che avevamo a disposizione. Un po’ come Fantozzi che, da buon cittadino, per informarsi prima delle elezioni compra tutti i giornali e ascolta tutti i dibattiti. La virtù, al suo solito, si sarebbe trovata da qualche parte in mezzo alle varie voci.

Questo modo di esercitare il pensiero, fruttuoso fintantoché l’informazione mediata era scarsa, appare oggi insostenibile, un’intuizione già articolata da Herbert Simon all’inizio degli anni Settanta, quando avvertiva in “Designing organizations for an informatic rich world" che l’informazione si nutre dell’attenzione di chi la recepisce e pertanto “un’abbondanza di informazioni crea povertà di attenzione”. È importante distinguere e capire la relazione tra informazione diretta e informazione mediata. L’informazione mediata, anche assumendo che sia di ottima qualità, non ha potere di per sé. Per essere digerita dalla nostra mente e diventare una fonte di nutrimento, infatti, deve richiamare e organizzare le nostre esperienze dirette e personali, ovvero dare un nome a ciò che già sappiamo e che da soli, forse, non riuscivamo ancora ad articolare.

Quando il contatto diretto con il nostro vissuto interiore, o con il funzionamento della natura, degli oggetti e dei fenomeni che ci circondano viene meno, l’informazione mediata diventa sempre più sfocata e si svuota di significato. Un esempio: la parola fratellanza sa essere evocativa in quelle società in cui le famiglie numerose sono diffuse. Richiama un’esperienza ricca e variegata, magari un misto di affetto e rivalità, il crescere insieme, il dover condividere risorse limitate. Invece, per una società in cui i più crescono come figli unici, la stessa parola diventa qualcosa di astratto, lontano, meramente concettuale, scollegata dall’esperienza, perde via via la sua ricchezza.

Mentre i nostri stili di vita si allontanano sempre di più dall’osservazione diretta e dalle esperienze pratiche, la tecnologia ci consente di accedere senza sforzo alla più grande quantità di informazione mediata che sia mai stata disponibile nella storia umana.
Non solo ce lo consente, ma ci induce a farlo: le piattaforme social fanno a gara per strapparci qualche secondo in più del nostro tempo. Studenti brillanti ed esperti di neuromarketing vengono pagati per catturare la nostra attenzione e rivenderla alle aziende inserzioniste: una pratica che ha preso il nome di “economia dell’attenzione”.
Nulla è lasciato al caso: dalla banalissima scelta dei colori – il blu che crea dipendenza, il rosso che accende un senso di urgenza – al “mi piace”, che fa leva sull’umano desiderio di ricevere approvazione; dalla costruzione di schermate che non finiremo mai di
scorrere, alla rassicurante familiarità della personalizzazione.

Da un lato avere troppa scelta confonde, le piattaforme vengono disegnate in maniera sempre più ambiziosa e la ricerca di titoli e immagini punta a risultati sempre più immediati e capaci di stimolare forti risposte emotive, mentre i nostri click tendono ad adagiarsi su contenuti sempre più vuoti e di scarsa qualità: così la gara fra i “mercanti dell’attenzione” – come sostiene Cal Newport, professore di informatica presso la Georgetown University e autore di Deep Work: Rules for focused success in a distracted world e Digital Minimalism: Choosing a focused life in a noisy world – rende la nostra la concentrazione sempre più debole e frammentata, compromettendo sia la nostra capacità di cogliere gli stimoli che sono fisicamente più vicini a noi, sia il pensiero profondo, attraverso il quale esercitiamo la nostra autonomia nell’attribuire significati alle esperienze. Non sorprende dunque che il tema della concentrazione sia diventato di centrale importanza, e abbia alimentato una vasta letteratura. Daniel Goleman, psicologo, giornalista e scrittore noto per L’intelligenza emotiva, nel 2013 ha pubblicato Focus. Come mantenersi concentrati nell’era della distrazione, un libro dedicato al benessere delle generazioni a venire che fornisce spunti su come allenare la concentrazione. Newport, invece, nei suoi scritti, sostiene che la capacità di rimanere concentrati sarà il superpotere del Ventunesimo secolo.

La meditazione, esportata in Occidente sotto forma di tecniche di rilassamento e di concentrazione, si è infatti ampiamente diffusa tanto nei contesti aziendali quanto nelle nicchie. E persino la fantascienza ha esplorato il tema. Il romanzo Anathem di Neal Stephenson, per esempio, immagina un mondo in cui le élite intellettuali vivono in ordini monastici, isolati dalle masse perennemente distratte dalla tecnologia.
Sociologia e psicologia parlano quindi di sovraccarico cognitivo: un fenomeno che genera una confusione tale da rendere difficile prendere decisioni e focalizzare la propria attenzione. In inglese esiste un termine più specifico : “infoglut” – letteralmente saturazione di informazione. Il Business Dictionary lo definisce come segue: “Masse di informazioni in perenne crescita, così debolmente catalogate e organizzate da rendere quasi impossibile il muovercisi all’interno e cercare o trarre qualunque tipo di conclusione o significato”.

Fino a ora abbiamo guardato all’infoglut come a un effetto collaterale dell’economia dell’attenzione. Da un punto di vista politico, tuttavia, si tratta di un fenomeno strategico ai fini della censura. Tradizionalmente il potere ha combattuto la critica bloccando il flusso di informazioni indesiderate. Oggi è molto più efficiente contrastarle affogandole in un mare di informazioni fuorvianti, parziali o false – sostiene Andrejvic in Infoglut: How Too Much Information is changing the way we Think and we Know. E nel libro Merchants of Doubt ad esempio, Naomi Oreskes e Erik Conway offrono un racconto dettagliato di come un piccolo gruppo di scienziati riescano a far vacillare il consenso su temi quali i danni del fumo e la pericolosità delle piogge acide. Instillare confusione e disorientamento su temi meno solidi – possiamo facilmente immaginarlo – è ancor più semplice.

Il tutto assume la forma di un’ipnosi collettiva in tre passaggi: catturare l’attenzione, confondere, impartire un ordine. Uno scenario un po’ apocalittico che ricorda una curiosa imprecazione cinese citata dal Slavoj Zizek nell’introduzione di Benvenuti in tempi interessanti: “Che tu possa vivere in tempi interessanti”. Storicamente i “tempi interessanti” sono stati periodi di irrequietezza, guerra e lotte per il potere che hanno portato sofferenze a milioni di innocenti. Il passaggio da un’epoca alla successiva fa tremare le abitudini e le sicurezze fino ad allora costruite, lasciando tutti sospesi in un temporaneo vuoto.I consigli per far fronte a questa situazione sicuramente non mancano: lasciare spazi vuoti, riabituarsi al silenzio e alla mancanza di stimoli, conoscersi, meditare, leggere, scegliere che cosa vale la pena di scegliere, esercitare come si diceva la capacità di focus e concentrazione concentrazione, fare lavori manuali, sviluppare il pensiero critico. E aggiungerei essere indulgenti con noi stessi quando non riusciamo a mantenere tutti questi buoni propositi: è difficile. Ma vale la pena provarci: ne va della qualità della nostra esistenza, e non solo.

Siamo chiamati a prendere coraggio, o almeno a provarci. Intorno a noi il mare d’informazione e il costante brusio di sottofondo: riuscire a stare in silenzio diventa sempre più difficile, mentre le sirene del neuromarketing iniziano presto a cantare, promettendoci delle soluzioni ai problemi che ieri notte, presi dall’insonnia, avevamo cercato su Google. Ci verrà voglia di tuffarci per raggiungerle, e probabilmente cederemo. O magari, all’ennesima chiamata, cambieremo idea a metà strada e riusciremo a tornare indietro, sulla nostra barca, aggrappati al timone.

Articolo di Cristina Diana Bargu.

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