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Economia
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Con Fairbnb la rivoluzione etica della sharing economy riparte da Bologna

24 luglio 2019
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Nel 2007 i neolaureati Joe Gebbia e Brian Chesky decisero di affittare alcuni posti letto nel loro appartamento di San Francisco a degli sconosciuti per sostenere le spese dell'affitto. Da quella prima esperienza nacque l'idea del sito di home sharing Air Bed and Breakfast, che oggi tutto il mondo conosce come Airbnb. Con un fatturato stimato nel 2017 di 2,6 miliardi di dollari (e 100 milioni di utili), 3,5 milioni di host in tutto il mondo e 400 milioni di utenti nel solo 2018, il sito punta a far viaggiare un miliardo di persone l'anno entro il 2028. Questi numeri sono stati letti come un campanello di allarme da governi e amministrazioni di tutto il mondo, specialmente nelle grandi mete turistiche di Europa e Stati Uniti.

La speculazione immobiliare scatenata in larga parte da Airbnb e dalle piattaforme concorrenti ha portato a un'impennata dei prezzi di vendita e di affitto in molte città, spingendo gli abitanti ad abbandonare i centri storici per trasferirsi in zone periferiche e più economiche. Tradendo l'idea originale di Airbnb, sempre più annunci sono riconducibili a società o privati che hanno fatto dell'home sharing un modello di business, sottraendo al mercato decine di migliaia di immobili. Il risultato sono centri storici sempre più omologati l'uno con l'altro, abbandonati dai residenti che contribuivano alla loro identità peculiare e trasformati in alberghi diffusi estesi per isolati, a beneficio dei turisti mordi e fuggi del fine settimana. Diverse amministrazioni locali stanno cercando di correre ai ripari pretendendo dalla società californiana maggiori controlli sugli annunci o imponendo agli host un limite massimo di notti in cui affittare il proprio appartamento.

Il cambiamento per invertire l'effetto Disneyland nei nostri centri storici non può passare solo da leggi più severe, ma da un modello alternativo a quello che propone Airbnb dal 2007. Questa è l'idea alla base della startup Fairbnb, che vuole restituire alla sharing economy il suo valore etico, destinando una parte dei suoi ricavi al finanziamento di attività e realtà locali a beneficio di tutta la comunità. Ne abbiamo parlato con Daniele Avellino, cofondatore e socio di Fairbnb.

Come è nata l'idea di Fairbnb?

Fairbnb è il frutto dell'incontro fortunato di diverse realtà, un gruppo eterogeneo per età e nazionalità che ha messo in condivisione una serie di progetti per dare vita a uno più grande. Tutto è iniziato nel 2016 con l'incontro di tre startup: il mio gruppo di Bologna che puntava a reimmaginare le piattaforme di home sharing per finanziare l'economia solidale, uno ad Amsterdam con l'obiettivo di risolvere una serie di problemi sempre più evidenti del modello Airbnb e uno a Venezia che voleva trovare modi alternativi per creare posti di lavoro sfruttando le potenzialità della net economy. Il team di Bologna e quello di Amsterdam si sono incontrati una volta a Berlino per tracciare le linee guida del nostro progetto e poco dopo si è unita Venezia. Da allora lavoriamo principalmente a distanza, in attesa di riunirci tutti nella sede di Bologna per il lancio di Fairbnb.

Diverse idee di partenza, ma quale è il vostro ideale comune?

Secondo il rapporto Oxfam 2019 uscito a gennaio, 26 super miliardari possiedono un patrimonio pari alla somma di quello di 3,8 miliardi di abitanti del Pianeta. Questo squilibrio è la prova che il sistema capitalistico è ormai fuori controllo e dobbiamo trovare delle soluzioni per arginarlo. Anche se molte delle grandi aziende della Silicon Valley si sono adeguate ai meccanismi che inizialmente volevano cambiare, ci hanno comunque fornito gli strumenti per portare avanti gli ideali con cui sono nate realtà come Google o lo stesso Airbnb. Noi siamo convinti che la tecnologia e la sharing economy possano avere un impatto positivo sulle comunità locali e il benessere di chi le abita, se usate in maniera etica. Vogliamo proporre un'alternativa al sistema degli "appartamenti bancomat" che svuotano i centri storici in tutta Europa e nel mondo per crearne uno che riunisca proprietari di casa, viaggiatori e cittadini in un circuito virtuoso che vada a beneficio delle comunità locali.

Ma, in concreto, come si affronta una corazzata come Airbnb?

Oltre all'aspetto etico, il nostro obiettivo è arrivare in breve tempo a offrire agli utenti una piattaforma che offra le stesse funzionalità di Airbnb e dei suoi concorrenti, ma senza le loro derive. Qui entra in gioco la nostra peculiarità: come gli altri Fairbnb trattiene una commissione del 15% sul prezzo dell'appartamento messo online. Metà è destinato alle spese di gestione del sito, ma l'altra metà viene subito reinvestito a beneficio della comunità. La nostra ambizione è andare a finanziare decine e decine di progetti sociali nelle città, proposte in più casi possibile dai loro stessi abitanti. Pensiamo che questo possa diventare un enorme valore aggiunto per il nostro utente tipo. Inoltre le piattaforme esistenti non sono studiate per creare un vero scambio di esperienze e cultura tra la community di viaggiatori e gli host, perché immaginate per un turismo mordi e fuggi da weekend. Noi, invece, vorremmo implementare nel nostro sito una serie di tool per permettere a chi viaggia di contattare prima del suo arrivo i padroni di casa, in modo da creare un rapporto che vada oltre il banale scambio di un mazzo di chiavi.

Come scegliete i progetti su cui investire nelle varie città?

Una parte fondamentale del nostro progetto si trova in quelli che noi definiamo nodi locali: un gruppo di persone che abitano in una città che si riuniscono una o due volte al mese per confrontarsi , trovare nuove idee e decidere quali proporre ai futuri utenti di Fairbnb. Il nostro team, una volta deciso di aprire alle prenotazioni in una determinata città, cerca tre progetti iniziali sui quali investire e un'organizzazione o comitato locale che ci affianchi nel portarli avanti e nell'avviarne di nuovi. Una volta trovato questo nucleo di partenza, costruiamo un gruppo di referenti che creda nel nostro progetto e ci aiuti a consolidare i rapporti con la comunità locale e, in misura minore, a verificare che non ci siano speculazioni da parte dei proprietari di casa. Al momento la nostra volontà è che almeno la metà dei progetti da finanziare sia proposta dalle nostre community locali, ma la speranza è che questa percentuale diventi sempre più alta.

Qual è il vostro rapporto con le amministrazioni locali?

Fino ad oggi abbiamo trovato riscontri molto positivi, tanto che stiamo per stipulare un accordo di collaborazione con i comuni di Bologna e di Barcellona. Troviamo spesso la volontà da parte delle amministrazioni di venirci incontro: il modello tradizionale di home sharing garantisce un introito immediato ai proprietari e alle città tramite la tassazione, ma nel lungo periodo finisce per allontanare i suoi abitanti dai centri storici e privarle della loro identità. Alcuni luoghi, anche in Italia, si stanno spopolando a ritmi preoccupanti, con la conseguente perdita di tradizioni e culture secolari. Questo ormai è chiaro ai sindaci di quasi tutte le più importanti mete turistiche, in Europa e non solo, e la nostra idea di alimentare una filiera che restituisca le città ai loro abitanti è un punto di forza quando ci relazioniamo con le amministrazioni.

Quali sono le principali criticità che avete incontrato fino a ora?

Inizialmente non è stato facile coordinarci come team di lavoro con persone che vivono a centinaia di chilometri di distanza, ma superato il primo impatto ora riusciamo a farlo senza grandi intoppi. Nei prossimi mesi vogliamo arrivare a darci una struttura più verticale per rendere più efficaci le funzioni di monitoraggio e controllo degli host e dei progetti, oltre a trovare un amministratore delegato, pur mantenendo la struttura societaria di una cooperativa. Oltre alla parte organizzativa, è sempre una sfida la ricerca di nuovi investitori disposti a scommettere su Fairbnb. Dopo le difficoltà iniziali i finanziamenti sono arrivati, ma siamo sempre felici di trovare nuovi capitali per espandere la portata del nostro progetto.

Quando è previsto il lancio di Fairbnb?

È tutto pronto per la fine di luglio quando daremo avvio a una fase beta con gli host di Bologna, Venezia, Valencia, Barcellona, Amsterdam e Genova. Da quel momento prenderà avvio un periodo di tre mesi per mettere alla prova la piattaforma e la tenuta del nostro modello, ma l'obiettivo è di essere presenti in 120 città in tutta Europa nell'arco dei primi 15 mesi di attività. Abbiamo già ricevuto manifestazioni di interesse da investitori e host in Nord America, ma preferiamo crescere per gradi e consolidare la nostra posizione in una realtà che è più familiare a tutto il nostro team.

Quali sono i vostri piani per il prossimo futuro?

Prima di tutto, a partire da settembre la maggior parte del team si riunirà in pianta stabile nella nostro quartier generale di Bologna per iniziare a lavorare a tempo pieno sulla crescita di Fairbnb. Fino al lancio di fine luglio molti di noi hanno lavorato affiancando il progetto al loro lavoro principale, ma le prospettive di crescita sono solide e abbiamo deciso di dedicarci alla piattaforma a tempo pieno. Guardando al futuro invece, oltre ad aumentare le città del nostro portfolio, vogliamo consolidare la nostra posizione in quelle dove siamo già presenti: l'idea è investire tempo ed energie nei nostri nodi locali perché nel tempo si trasformino in associazioni o cooperative in grado di gestire servizi come imprese di pulizia degli appartamenti, ristoranti sociali, negozi di prodotti solidali o supermercati a chilometro zero. Per noi crescere non significa un aumento fine a se stesso degli introiti, ma una crescita del capitale da impiegare nel miglioramento delle comunità che vorranno credere nella nostra idea.

Articolo di Flaminio Spinetti

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