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Il miglior investimento per i miliardari? La filantropia

10 luglio 2019
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Nel 2015 il premio Nobel per l’economia è stato vinto da Angus Deaton per le sue analisi sui consumi, sulla povertà e sul welfare. Tra questi studi ne spicca uno, con lo scopo di confutare la generica convinzione per cui una maggiore ricchezza corrisponderebbe anche a una maggior felicità. Nell’analisi dell’economista viene infatti evidenziato come avere un reddito annuo di 75mila dollari (66mila euro), sia sufficiente a garantirsi serenità e realizzazione personale, e che un ulteriore aumento della cifra non influirebbe sulla propria felicità. 66mila euro all’anno corrispondono a introiti mensili per 5500 euro, cifra ben superiore alla media degli stipendi di gran parte della popolazione, ma resta comunque un’ottima occasione per riflettere sul valore delle risorse che si hanno a disposizione.

Anche ben prima della pubblicazione degli studi di Deaton, in molti si erano già interrogati su quale fosse la migliore destinazione dei propri soldi “in eccesso”, trovando la risposta nella filantropia. Quando si è abbastanza ricchi da essere felici, l'obiettivo diventa rendere felice chi non ha le risorse per garantirsi una vita dignitosa: per questo sempre più multi-milionari hanno deciso di impegnarsi in prima persona per dare una mano a chi più ne ha bisogno.

Quando si parla di filantropia non si può non parlare della Bill & Melinda Gates Foundation, la più grande associazione di beneficenza al mondo, fondata dall’inventore di Microsoft e da sua moglie, che si occupa di combattere povertà e malattie nei Paesi del terzo mondo.

Bill Gates, oltre a donare buona parte dei suoi averi, è riuscito ad attirare l’attenzione di altri benefattori sulla propria causa, riuscendo a riunire ben 153 miliardari tra cui Warren Buffet, ai tempi della prima donazione il suo più diretto concorrente al titolo di “uomo più ricco del mondo”. Nonostante Gates sia l’inventore del sistema operativo che ha rivoluzionato l’informatica e la storia della tecnologia, il suo impegno sociale è forse il suo merito più grande e il motivo per cui verrà ricordato come una delle persone più influenti della nostra epoca.

L’inventore di Facebook, Mark Zuckerberg, che potrebbe essere considerato il Gates della generazione successiva, sia per l’impero informatico che ha costruito, sia per la stessa propensione alla filantropia, ha dichiarato nel 2015, in seguito alla nascita della figlia, di voler donare il 99% dei suoi averi per rendere il mondo della sua primogenita un posto migliore.
Quelle che possono sembrare le dichiarazioni a cuore aperto di un neo-papà sono state già ampiamente rispettate: a oggi, Mark e sua moglie Priscilla Chan hanno donato 45 miliardi di euro per cause umanitarie.

Sempre Angus Deaton, tuttavia, ci ha messo in guardia su come questi gesti di smodata generosità possano avere effetti controproducenti: elargire una grossa somma solo per sostenere una popolazione a rischio, implica che una volta esaurito quel denaro le condizioni tornino a essere come prima. Quello che suggerisce l’economista è di dare il via, piuttosto, a una serie di finanziamenti protratti nel tempo, che servano a creare progetti strutturali e coinvolgano direttamente gli abitanti della zona, in modo da renderli indipendenti una volta fornitigli i mezzi per emanciparsi.

Anche se la filantropia è sempre stata legata al concetto di donazione, sta prendendo forza in questi anni un’altra tendenza, quella dell’investimento etico, che prevede di fare affidamento solo su fondi d’investimento che puntino i propri capitali su aziende impegnate in progetti sociali ed ecosostenibili. Questi fondi, prima di decidere dove allocare i capitali, indagano attentamente non solo i bilanci ma anche l’operato dei propri partner, escludendo a priori tutte quelle attività legate all’estrazione di combustibili fossili, alla produzione di armamenti o che implichino lo sfruttamento dei lavoratori.

Scegliere un fondo etico non è solo una decisione appunto etica, ma anche economica: negli anni, infatti, i loro rendimenti hanno sempre mantenuto un trend positivo, addirittura superiore a quello dei fondi tradizionali, attirando sempre più capitali verso il settore della finanza sostenibile e garantendo, sia ad aziende che a privati, di fare del bene senza vedere il proprio utile diminuire.

L’Italia è da sempre una nazione sensibile ai temi della filantropia, una delle prime realtà in Europa, con donazioni annue pari a 7,2 miliardi di euro sui 60 complessivi raccolti in tutto il continente. La generosità non è un indicatore che incide sul PIL, ma può dire molto sullo spirito di un popolo e sui valori dei suoi cittadini. Come ci insegna Andrew Carnegie, imprenditore inglese vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento e ricordato come uno dei primi grandi filantropi: “Nessun uomo può diventare ricco senza arricchire gli altri. Colui che muore ricco, muore in disgrazia”.

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