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Perché non possiamo usare solo il PIL per valutare il benessere economico

23 agosto 2019
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Fino a un paio di decenni fa, i numerosi volumi di cui si componeva un’enciclopedia erano una presenza costante in ogni salotto buono. Possedere un’enciclopedia, in un mondo pre-internet, era fondamentale non solo per mere ragioni pratiche ma anche per il valore implicito che veniva dato a quei voluminosi tomi: mostrare un’enciclopedia serviva a far capire agli eventuali visitatori che in quella casa era benvenuta la cultura. Con il successo della rete e del web alla portata di tutti l’importanza delle enciclopedie è notevolmente diminuita e quei volumi rimangono a prendere tuttalpiù polvere, fossili di un passato senza Wikipedia.

Qualche anno fa, il fondatore di Microsoft Bill Gates ha usato la storia delle enciclopedie per spiegare una delle falle che si porta dietro un’economia basata unicamente sulla crescita del Prodotto interno lordo di un Paese. Tante cose positive, come le innovazioni tecnologiche, portano infatti a un calo del PIL, anche quando il benessere della società aumenta e il miglioramento percepito è oggettivo. Avere tantissime informazioni in maniera gratuita, ricordava Gates, è un sensibile upgrade rispetto al passato ma, se consideriamo tutto nell’ottica del PIL, si stava meglio quando l’acquisto di costose enciclopedie aumentava il guadagno di qualcuno e il ricircolo del denaro nel mercato.

Il problema principale del PIL, come ci conferma questo esempio, è che l’indicatore misura bene la produzione, le entrate e le spese ma non è utile se si vuole fotografare lo stato di benessere di un singolo o di una collettività. L’ex rettore di Harvard Derek Bok faceva notare bene il paradosso di un mondo in cui si pretende di quantificare il benessere di interi stati usando una misura che non era stata pensata originariamente per questo: "Le persone oggi non sono più felici di quanto lo fossero 50 anni fa, nonostante il reddito pro-capite sia raddoppiato o quadruplicato".

Il PIL era nato per essere una semplice stima dei redditi nazionali. Negli anni Trenta, in un mondo che si preparava a una nuova guerra e che vedeva raggiungere nuovi picchi di povertà e disoccupazione, il PIL fu pensato per sopperire alla mancanza di indicatori abbastanza sofisticati per quantificare la ricchezza nazionale. I suoi limiti erano tuttavia già noti anche allo stesso creatore, il Premio Nobel Simon Kuznets. L’economista faceva notare infatti anni dopo quanto si dovesse utilizzare con cautela un indicatore che era per sua stessa natura più "quantitativo" che "qualitativo".

Per il PIL non c’è differenza infatti tra un’automobile del 1982 e una berlina accessoriata di oggi se entrambe vengono vendute allo stesso prezzo. I miglioramenti nella qualità di quello che acquistiamo non sono quantificabili utilizzando l’indicatore inventato da Kuznes. Questo problema si ripropone anche quando si vorrebbe valutare la distribuzione della ricchezza: Il PIL considera uguali due Stati, anche se hanno lo stesso reddito distribuito in maniera diversa ed è differente anche il livello di mobilità sociale. A un PIL alto contribuiscono anche gli aspetti più terribili della nostra vita: cresce con i disastri ambientali, l’inquinamento, il consumo di suolo, gli incidenti, l’uso di medicine o di droghe, la produzione di armi. Qualsiasi transazione che produce un effettivo guadagno a qualcuno aiuta la crescita del Prodotto Interno Lordo.

Già durante il World Economic Forum del 2016 a Davos molti economisti avevano invocato il superamento di un modello valutativo che si appoggiava unicamente sull’analisi del PIL. Tra questi il professore del MIT Erik Brynjolfsson, sintetizzava così la questione: "Ho capito che il PIL non è una misura di benessere, non è una misura di quanto bene stiamo facendo tutti. Conta le cose che stiamo comprando e vendendo, ma è del tutto possibile che il PIL vada nella direzione opposta rispetto al benessere ". Mirare a una crescita scriteriata di quello che in inglese è indicato con l’acronimo GDP è un errore. Significa impostare il discorso unicamente su parametri quantitativi dimenticando la qualità. Il risultato di questa scelta è quella che ha provocato danni non solo alle persone, schiacciate da crescenti diseguaglianze, ma anche all’ambiente. Herman Daly è stato un importante economista e sostiene che il modello attuale tratti la Terra alla stregua di un business in liquidazione. Daly fa anche notare che ci troviamo in un periodo di "crescita antieconomica", dove il PIL cresce ma la società che ci sta dietro no.

Oggi proliferano movimenti che propongono una "decrescita felice" per superare il PIL. Brynjolfsson nel suo intervento faceva notare quanto fosse necessario un nuovo modello per la crescita: "In passato abbiamo reinventato il business e ora dobbiamo reinventare la maniera in cui misuriamo l’economia", sostiene il professore. Trovare un degno erede del PIL è però estremamente complicato: non perché manchino nuovi indicatori ma benché al contrario ne esistono troppi. L’Istat quantifica 130 diversi indicatori di benessere e perdersi in tale marasma è inevitabile. La strada migliore sarebbe forse quella di integrare il PIL con i dati prodotti da altre misure più moderne. La Nuova Zelanda ha annunciato che il suo bilancio 2019 riferirà anche su come le spese nazionali incidono sul benessere. Gli economisti nell’ultimo decennio stanno sviluppando approcci "intelligenti" per misurare la felicità e valutarla assieme a un qualunque altro indicatore.

Qualche mese fa, il Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ammoniva: "Ciò che misuriamo influenza quello che facciamo: se misuriamo la cosa sbagliata, faremo la cosa sbagliata. Se ci concentriamo solo sul benessere materiale – per esempio sulla produzione di beni, piuttosto che sulla salute, l'educazione e l'ambiente – saremo distorti nello stesso modo in cui le misurazioni sono distorte; diventeremo più materialisti." Siamo un po’ quello che misuriamo: guardare tutto solo con l’ottica del PIL è limitante e non ci aiuterà a diventare persone migliori.

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