Letture
8 minuti
Tech & Innovazione
Tech & Innovazione

Il nostro cervello è l’unico organo che non invecchia

05 febbraio 2020
autore:

Il cervello è una macchina così ben strutturata da permetterci di pensare, agire e vivere la vita di ogni giorno senza dover prestare attenzione alla sua attività. Di notte, mentre siamo incoscienti, riorganizza le informazioni accumulate nel corso della giornata, elimina il superfluo e immagazzina ciò che è utile. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il cervello non è tra gli organi più soggetti all’invecchiamento, anzi: grazie alla sua plasticità, questa macchina complessa mostra una grande capacità di recupero e di resilienza verso i danni che ne derivano. Negli individui sani, infatti, grazie alla sua plasticità e alla sua capacità di adattamento, è in grado di sopperire alla morte e al deterioramento delle cellule, tanto che la vita quotidiana non ne subisce le conseguenze.

Come tutti gli altri organi, anche il cervello è influenzato dallo scorrere del tempo, ma nella maggior parte dei casi resiste bene, anzi benissimo, soprattutto se lo si compara all’inevitabile declino di tutti gli altri organi: solo il 5-8% della popolazione mondiale, infatti, va incontro a demenza, la cui forma più comune (50-80% dei casi) è la malattia di Alzheimer. Questa consiste in una perdita di memoria e altre facoltà intellettive di cui non sono ancora note del tutto le cause e per la quale non esiste ancora una cura, anche se alcuni trattamenti possono rallentarne i sintomi; in ogni caso, il suo impatto è così grave da interferire sulla vita quotidiana e sul comportamento, tanto che negli Stati Uniti questa forma di demenza è la sesta causa di morte.

Gli scienziati non hanno ancora chiarito le origini del problema, ma ritengono che il morbo impedisca a parti della fabbrica della cellula di funzionare bene; i guasti a un singolo sistema provocano problemi in altre zone e, con il diffondersi del danno, piano piano tutte le cellule perdono la capacità di compiere il loro lavoro e muoiono, provocando danni irreversibili nel cervello, che si traducono in mancanze di memoria, cambiamenti della personalità, e problemi nello svolgimento delle attività base della quotidianità. Quasi tutti, con l’avanzare dell’età, sviluppano placche (depositi di proteina beta-amiloide negli spazi tra le cellule nervose) e grovigli (cioè fibre contorte di proteina Tau che si sviluppano all’interno delle cellule stesse), ma è stato scoperto che chi soffre del morbo di Alzheimer tende a svilupparne molti di più e secondo un modello prevedibile, che parte da settori importanti per la memoria per poi diffondersi in altre regioni.

Nonostante la maggior parte dei pazienti affetti da Alzheimer abbia superato di molto i 65 anni – a parte un 5% di pazienti che va incontro a un’insorgenza precoce, tra i 40 e i 50 anni – e quindi il maggiore fattore di rischio sia considerato l’età avanzata, l’Alzheimer però non è il risultato del normale decorso di invecchiamento. Nella grande maggioranza dei casi, infatti, la morte dei neuroni e la perdita di connessioni tra essi ha ben poco impatto sulle nostre vite quotidiane. L’iper-attivazione dei neuroni più longevi della materia bianca, che li porta a un logoramento più marcato rispetto a quelli più giovani, potrebbe essere la causa del contenuto declino cerebrale che avviene anche negli anziani sani. Gli individui con queste caratteristiche portano a termine le azioni quotidiane senza problemi: in qualche modo il cervello è in grado di riconfigurarsi per portare a termine gli stessi compiti malgrado i cambiamenti nella materia bianca.

Nel cervello di alcuni individui sani, poi, ci sono livelli della proteina beta-amiloide più elevati che in altri; non è chiaro il motivo, ma potrebbe accadere perché i loro cervelli producono più amiloide – proteina coinvolte in molte funzioni e in particolare nei legami tra cellule – di quanta dovrebbero o non sono in grado di smaltirla efficacemente. L’amiloide in eccesso può risultare dannosa, e in alcuni casi infiammare e “uccidere” i neuroni, risultando tra i colpevoli dell’Alzheimer. Eppure, non necessariamente livelli di amiloide più elevati del normale significano automaticamente che la persona svilupperà l’Alzheimer: il cervello può essere comunque in grado di gestirli senza problemi. Questo organo, infatti, è così resiliente che a malapena ci si rende conto del suo invecchiamento. Nelle persone mediamente sane in tarda età il cervello si adatta alle mutate condizioni.

È tutto merito della sua plasticità: mentre gli altri organi svolgono sempre la stessa azione in modo ripetitivo – dalla digestione operata dallo stomaco, al filtraggio di reni e fegato – da quando nasciamo a quando moriamo, il cervello no. Contrariamente agli altri animali, che alla nascita sono completamente formati, il nostro tasso elevato di evoluzione fa sì che il corpo e il cervello si sviluppino più lentamente: di conseguenza, alla nascita abbiamo davanti ancora lunghi anni prima di raggiungere la maturità fisica e cerebrale. L’enorme quantità dei neuroni di un neonato deve essere attivata e modellata per funzionare appieno: è quel che succede nei primi tre anni di vita, un periodo di crescita in tutte le aree di sviluppo del bambino, che prosegue in realtà per circa 25 anni, nel corso dei quali continuiamo ad apprendere e a rafforzare alcune connessioni cerebrali rispetto ad altre, sviluppando ad esempio la capacità di ragionare in astratto.

L’adolescenza da questo punto di vista è un periodo cruciale, in cui il cervello subisce il cosiddetto “pruning”, letteralmente la “potatura” di una gran quantità di sinapsi superflue. Inoltre, si completa lo sviluppo della materia bianca, formata da fibre che collegano aree importanti del cervello e che si arricchiscono di mielina, la cui funzione è rendere la trasmissione dei segnali più efficiente. Migliorano così i collegamenti tra aree deputate al linguaggio, al movimento, alla memoria e alle emozioni. È proprio per i cambiamenti in corso nel loro cervello che gli adolescenti mostrano comportamenti di separazione dalla famiglia, ricerca del rischio e delle sensazioni forti. È l’incredibile plasticità del cervello adolescente che espone l’individuo a grossi rischi, ma allo stesso tempo gli offre grandi opportunità.

Già relativamente poco dopo la fine di questo periodo il cervello inizia a logorarsi. Per alcune ricerche la fase calante inizia nel corso dei trent’anni, per altre addirittura nei venti, mentre gli studi più ottimisti individuano l’inizio del decadimento nella mezza età. Questo declino è a carico soprattutto della corteccia prefrontale e dei lobi mediali, le aree coinvolte in funzioni come la pianificazione, il processo emozionale, l’apprendimento e la memoria, che rimpiccioliscono. Tuttavia, nella vita quotidiana gli effetti di questo declino a malapena si vedono: secondo uno studio dell’Università della California le persone dimenticano grossomodo un decimo di parola all’anno, quindi su una sequenza di 17 parole in dieci anni se ne dimentica una.

Il sistema nervoso centrale resta ancora in buona parte un mistero. Anche se non si sa ancora perché e come avvenga, sembra che alcune esperienze che coinvolgono le connessioni di reti neurali fatte nei primi anni di vita (ad esempio l’apprendimento in classe) rendano più facile per il cervello adattarsi ai mutamenti che avverranno al suo interno più in là negli anni. Se è vero, quindi, che non sapere come e perché succeda rende più difficile evitare lo sviluppo della demenza e curarla, il cervello può essere mantenuto giovane, esercitando la sua capacità di resilienza attraverso una dieta corretta, l’attività fisica, una vita sociale attiva, lo studio, la lettura e il coinvolgimento in nuove attività di apprendimento, come lo studio di nuova lingua o la coltivazione di un hobby.

Ci sono anche (rari) individui, definiti “Super Agers”, che a 80 anni d’età e più, nei test di memoria cognitiva mostrano performance pari a quelli che ci si aspetterebbe in un cinquantenne o da un sessantenne. La cosa sorprendente è che si tratta di una categoria di persone molto eterogenea: appartengono a diversi livelli socio-economici e gruppi etnici, hanno titoli di studio diversi e alcuni tra loro hanno subito grossi traumi (uno, ad esempio, è un sopravvissuto dell’Olocausto, mentre diversi altri hanno subito la perdita di un figli), alcuni bevono alcolici, altri fanno regolarmente esercizio fisico, altri ancora usano il bastone o la sedia a rotelle, ma hanno alcune caratteristiche in comune: le risonanze magnetiche mostrano una corteccia cerebrale più sviluppata del normale per la loro età, che presenta segni di declino a una velocità inferiore rispetto alle persone che invecchiano normalmente. Mostrano anche una quantità maggiore dei neuroni detti “di Von Economo”, la categoria di neuroni meno presente in persone che soffrono di problemi mentali gravi come la schizofrenia; questo perché sembra che tali neuroni giochino un ruolo importante nelle connessioni sociali: gli scienziati non sanno ancora perché avere più connessioni sociali contribuisca alla resilienza del cervello, ma solitudine e isolamento sociale sono tra i segni precoci della demenza. Mentre la ricerca per capire i segreti di invecchiamento e demenza fa il suo corso, quindi, sta a noi tenere in esercizio la plasticità del nostro cervello.

Vuoi informazioni sulla nostra consulenza e sui nostri servizi?

Naviga il sito e vedi tutti i contenuti di tuo interesse