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Tech & Innovazione
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Cos’è Clubhouse, il social network basato sulla voce più discusso del momento

11 febbraio 2021

Nelle ultime due settimane si sta parlato anche in Italia di Clubhouse, il nuovo social network basato sulla voce che rompe con i vecchi modelli di condivisione basati su testi e immagini a cui per anni siamo stati abituati.

Lanciato negli Stati Uniti ad aprile 2020 – grazie ad un finanziamento di 12 milioni di dollari da parte di una società di venture capital – dai suoi creatori californiani Paul Davison e Rohan Seth, rispettivamente ex Pinterest ed ex Google, ha ricevuto solo qualche settimana fa un altro investimento per 100 milioni di dollari e ha già visto l’iscrizione di personaggi come Elon Musk, ceo di Tesla, e Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, che con la loro partecipazione hanno alimentato l’hype che avvolge il social.

Una delle caratteristiche distintive di Clubhouse è senza dubbio la sua esclusività: per il momento, infatti, l’app è disponibile solo per i dispositivi iOs – gli sviluppatori pare siano già al lavoro per estendere l’utilizzo anche ad Android – ed è accessibile solo tramite invito. Ogni nuovo iscritto ne ha due a disposizione, inviabili a due contatti a scelta presenti in rubrica, e può ottenerne di nuovi a seconda della sua partecipazione e creazione di nuove “room” su Clubhouse.

Disponibile in lingua inglese, il social ha un’interfaccia molto semplice, in cui le room costituiscono il luogo in cui gli utenti si ritrovano per interagire, parlando. Chiunque può crearne o programmarne una, dandole un titolo specifico o un argomento e invitando sul palco alcuni speaker con cui avviare l’intervento, la masterclass o il confronto. Gli utenti, infatti, si dividono in ogni room in tre ruoli: quello di moderatore, che viene automaticamente assegnato a chi crea la stanza e può essere da questo conferito ad altri partecipanti; quello di speaker, abilitato a parlare; quello di uditore, con possibilità di alzare la mano per intervenire nella conversazione, accordabile dai moderatori.

La buona riuscita di un dibattito su Clubhouse dipende innanzitutto dalle capacità dei moderatori, chiamati non solo a scandire il tempo degli interventi e a passare la parola sul palco virtuale, ma anche a gestire i partecipanti qualora non rispettassero le linee guida della community, incentrate su aspetti come il rispetto reciproco, l’educazione, l’ascolto attivo e una partecipazione positiva ai meccanismi del social.

Clubhouse si propone come uno spazio di discussione in cui affrontare argomenti più tecnici e specifici o più generici e leggeri, rivolti a quei professionisti e imprenditori attenti al mondo del digitale, a creativi, giornalisti, influencer, psicoterapeuti, e non solo. Chiunque lavori in qualsiasi campo ha la possibilità di trovare chi condivide i suoi interessi, grazie a una selezione di argomenti che il social media chiede a ciascuno di operare inizialmente, per proporre prima di tutto contenuti che possano essere di reale interesse per l’iscritto.

Molti nodi relativi all’utilizzo dei dati e la privacy, come accade per le altre app made in Silicon Valley che si sono dovute nel tempo adattare anche al Gdpr europeo, sono ancora in via di approfondimento e di risoluzione, e saranno il tema più dibattuto mentre il social si diffonde pian piano in tutto il mondo. Nel frattempo, possiamo perderci, anche solo nell’ascolto, tra una rassegna stampa del mattino, una masterclass sull’engagement e lo storytelling, una room spiritosa su Sanremo o una senza nome in cui seguire il flusso di argomenti proposti dagli speaker.

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