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Eugene Goostman, il ragazzino-robot che ha superato il Test di Turing

13 aprile 2022

Il 17 giugno 2014, alla Royal Society di Londra, si tiene la celebrazione per il sessantesimo anniversario della morte di Alan Turing. Un personaggio che non ha bisogno di presentazioni: insindacabilmente ritenuto il papà del computer moderno, ha previsto prima degli altri l’escalation delle intelligenze artificiali quando ancora questo termine sembrava uscito fuori dai romanzi fantascientifici di H.G. Welles.

Per omaggiare il grande matematico e crittografo britannico, la Royal Society indice ogni anno una competizione che mostri il valore degli ultimi ritrovati in termini di IA. E nello specifico, si ricerca un’intelligenza artificiale in grado di ingannare i giudici, convincendoli attraverso il dialogo di stare parlando con un essere umano in carne ed ossa. Questo gioco, questo esperimento, è detto “Test di Turing” e fino al giugno del 2014 nessuna macchina è mai riuscita a superarlo.

I giudici della competizione vengono coinvolti in una serie di "speed date" durante i quali tengono conversazioni virtuali di circa 5 minuti indiscriminatamente con bot o altri esseri umani. Alla fine della chiacchierata devono specificare la natura dell’interlocutore. E così arriva il nostro protagonista: Eugene Goostman, un ragazzino di tredici anni. All’inizio della conversazione si scusa per il suo pessimo inglese e per la sua grammatica non così perfetta, ma l’inglese non è la sua lingua madre. È brillante, simpatico, goffo quando sbaglia e cerca di correggersi. Ma è anche un gran bugiardo. Perché Eugene non esiste, in realtà è una raffinata intelligenza artificiale. E sarà la prima nella storia a convincere più di un terzo dei giudici di aver intrattenuto una conversazione con un ragazzino vero e a superare il “Test di Turing”.

Come nasce il “Test di Turing”?

Nel suo paper del 1950 “Computing Machinery and Intelligence” Alan Turing sorprese il mondo con una domanda: le macchine possono pensare? Era già un azzardo inserire le parole “macchine” e “pensare” nella stessa frase; suggerire poi l’idea che in futuro i computer sarebbero stati in grado di esercitare una capacità fino a quel momento a uso esclusivo degli esseri umani, fece infuriare più di qualcuno.

Turing propose di arrivare alla risposta attraverso un gioco: “The Imitation Game”. Al gioco partecipano tre giocatori: un uomo, una donna e un giudice (di cui non importa il genere). I tre comunicano solo in forma scritta, senza potersi vedere. Il giudice può porre delle domande ai due e, alla fine della partita, deve stabilire quale dei due è l’uomo e quale la donna. Uno dei due giocatori però ha il ruolo di disturbatore, vince solo se il giudice dà una risposta sbagliata.

Ecco, dice Turing, immaginiamo che il disturbatore sia un’intelligenza artificiale che vuole ingannare il giudice facendogli pensare di essere un umano. Questo è il “test di Turing”. “Sono sicuro”, scrisse il geniale scienziato, “che quando arriveremo all’anno 2000 i programmi per computer saranno talmente avanzati che dopo cinque minuti il giudice non avrà più del 70% delle possibilità di capire se sta parlando con un umano o una macchina”. In pratica Alan Turing parlava di Eugene Goostman.

Come Eugene ha convinto i giudici

Quel 7 giugno alla competizione, in veste di giudice, partecipa anche l’attore britannico Robert Llewellyn. Racconterà sulle pagine del The Guardian il modo in cui si è fatto “fregare” da Eugene Goostman.

“Quel piccolo furbetto è molto più brillante di quanto non potessi immaginare”. Llewellyn racconta di aver proposto una frase suggerita dai suoi follower su Twitter ai due interlocutori. La frase era una domanda scritta in modo sgrammaticato: “How mutch wood ewe pay 4 a pear of shews?” che, letta ad alta voce e tradotta in italiano, suona più o meno come: “Quanto dovrei pagare per un paio di scarpe?”. L’obiettivo era semplicemente confondere l’intelligenza artificiale che non sarebbe riuscita a capire il senso della frase fermandosi alla sintassi scorretta.

Con somma sorpresa di Llewellyn, entrambi gli interlocutori capirono che si parlava di scarpe. Uno dei due chiese solamente come mai volesse comprare delle calzature; l’altro scherzò sul fatto di non amare troppo la moda, e che quindi ai piedi portava delle scarpe da sostituire al più presto. Llewellyn non aveva dubbi, dal momento che le IA non erano certo famose per il loro senso dell’umorismo. Indicò che la prima conversazione era quella tenuta con un’IA e la seconda con un essere umano. Ovviamente era stato Eugene Goostman a scrivere la battuta.

Programmato per vincere

Perché Eugene ebbe un tale successo? Quella di Eugene era una strategia costruita ad arte dagli sviluppatori. L’arma vincente dell’IA fu il fatto di averla dotata di una personalità convincente. Eugene si presentava come un ragazzo di tredici anni che non parlava perfettamente l’inglese. Ogni piccolo errore e ogni risposta non troppo pertinente veniva implicitamente assorbita dai giudici come un segnale della sua giovane età o della mancanza di esperienza nel dialogare in una lingua straniera. Inoltre Eugene raccontava aneddoti sulla sua famiglia, sul suo porcellino d’India e sui suoi progetti per il futuro. Un personaggio credibile, una storia credibile.

Oltre il 33% dei giudici con cui aveva conversato indicarono di aver avuto una discussione buffa ma reale con un ragazzino simpatico e sveglio. Di certo non con un'intelligenza artificiale. Era la prima volta che succedeva nella storia.

Non mancarono di accendersi polemiche per contestare il primato e in molti criticarono l’impresa, dicendo che per dirsi valido il test avrebbe dovuto ingannare il 50% dei giudici. Ma era stato lo stesso Turing, nel suo articolo, a stabilire la percentuale di successo dei giudici nel riconoscere l'intelligenza artificiale inferiore al 70%.

Inoltre si riaccese quella vecchia discussione sul valore dell’imitazione: un’IA che imita un essere umano è davvero dotata di intelligenza? Per rispondere a questa secolare domanda bisognerebbe stabilire cosa si intende per "intelligenza" e domandarsi se gli esseri umani stessi agiscono sempre e indiscriminatamente spinti dalla loro intelligenza piuttosto che dalla routine o dalle loro abitudini. Ciò che è certo è che se quel 33% dei giudici convinti di parlare con un bambino vero non avessero poi saputo che si trattava di un Pinocchio virtuale, avrebbero descritto il giovane Goostman come un ragazzino simpatico e brillante. E tanto basta.

Credits

Cover: Artificial intelligence, photo by Maksim Tkachenko, distributed under the Getty Images license via Getty Images

Immagine interna: Alan Turing Age 16 Colorized, PhotoColor. Distributed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license via Wikimedia

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