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Perché la creatura di Frankenstein, primo androide con un’anima, è attuale nella discussione filosofica sulla tecnologia

17 settembre 2021

Nel maggio del 1816, la sorellastra di Mary Shelley, Claire Clairmont, diventata l’amante di Lord Byron, convinse i coniugi Shelley a seguirla a Ginevra. Mai scelta fu più infelice: il 1816 passò alla storia come “l’anno senza estate”, una pioggia incessante costrinse la futura autrice di Frankenstein e gli altri soggiornanti a trascorrere lunghe, interminabili ore barricati in casa. Passarono il tempo leggendo storie tedesche di fantasmi, fino a quando Byron propose di comporre loro stessi una storia. Tutti cominciarono a scrivere, tranne Mary, che non ebbe subito la giusta ispirazione. Si era parlato a lungo di mostri e fantasmi e quella notte Mary ebbe un incubo. Sognò uno studente che si inginocchiava di fianco alla creatura che aveva assemblato; creatura che, grazie a una qualche forza sovrannaturale, cominciava a mostrare segni di vita. Mary immaginò dunque la storia di un medico che, credendosi un dio, voleva creare la vita.

Così nacque uno dei romanzi più noti del genere gotico: “Frankenstein o il moderno Prometeo”, comunemente conosciuto come Frankenstein. Ideato tra il 1816 e il 1817, pubblicato nel 1818 e modificato dall’autrice nel 1831 per una seconda edizione.

Non solo un romanzo gotico, ma proposta di temi su cui dibattere filosoficamente

Frankenstein non è solo un romanzo gotico. Il libro inaugurò tematiche di grande impatto in un’epoca in cui la ricerca scientifica stava accelerando enormemente. Incarnò da subito una serie di suggestioni che nei secoli sono rimaste sempre calzanti, anzi, se possibile sono diventate sempre più centrali nella società: il rapporto col diverso, la paura del progresso tecnologico, la questione dell’animo umano.

Il primo elemento di riflessione filosofica, ancora attuale, è la presenza/assenza nella vicenda della figura divina, che sin da principio si pone come limite che il geniale scienziato vorrebbe eguagliare e, addirittura, superare. Il libro di Mary Shelley è un monito e una profezia su una scienza che pretende di sostituirsi al divino: moderno Prometeo, quindi, ma anche Adamo ed Eva, che ai limiti imposti osano ribellarsi. Nato “il mostro”, la forza generatrice raffigurata dal suo creatore, sparisce dal romanzo: la solitudine che la creatura denuncia è lo spaesamento dell’uomo contemporaneo di fronte a un destino senza guida.  Il limite da imporre a una scienza sconsiderata, la paura del progresso che genera mostri e, dall’altra parte, lo spaesamento dell’essere umano dinanzi alla mancanza del divino, sono i temi immediatamente individuabili già nella sinossi dell’opera.

Un mostro senza nome

Un altro elemento che spicca immediatamente una volta iniziata la lettura del romanzo è il tema della paura del diverso. Il dottor Frankenstein ha dato vita a un “outsider”, qualcosa che non è come gli altri esseri umani. Di fatto, una volta creato, non sa come gestirlo. Né lui, né i suoi simili hanno possibilità di gestirlo, anzitutto perché non riescono a comprenderlo e poi perché ne avvertono la natura abominevole, quasi sacrilega, capace di mettere in discussione tutti i loro dogmi etici e morali. Questa creatura non dovrebbe esistere, tanto che non ha nemmeno un nome.

In una delle opere seminali per la letteratura mondiale, ovvero l’Odissea, Omero faceva chiedere da  Alcinoo a Ulisse (Od., VIII, 550 – 554):

“Dimmi il tuo nome. Come la madre e il padre
ti chiamavano e gli altri in città e i vicini di casa?
Nessuno c’è senza nome, umile o nobile sia egli nato:
a che viene alla luce i genitori sempre un nome a ciascuno dànno.”

La creatura nata dal folle esperimento del dottor Frankenstein un nome non ce l’ha. Per gli esseri umani che interagiscono con “il mostro” sarebbe inaccettabile chiamarlo per nome. Significherebbe riconoscerne l’esistenza, attribuirgli un’identità. Non gliene affida uno nemmeno l’autrice del romanzo.  Si può essere più diversi di così?

Frankenstein ispiratore di film di successo

Frankenstein ha avuto un rapporto molto stretto con il cinema. La sua vicenda ha ispirato direttamente numerosissime pellicole. Il film con Boris Karloff è generalmente ricordato come il Frankenstein originale, ma il primo adattamento del romanzo di Mary Shelley è in realtà un cortometraggio muto del 1910, della durata di tredici minuti, realizzato in tre giorni presso gli Edison Studios nel Bronx, a New York.

Non è però dei rifacimenti cinematografici che parleremo, ma di pellicole che dai temi del romanzo della Shelley hanno preso ispirazione. Si tratta di tre capolavori assoluti della cinematografia mondiale.

Il conflitto tra magia e tecnologia ispirò Fritz Lang a creare uno dei film più importanti della storia del cinema: Metropolis. Il film racconta la storia di una citta fortemente classista, divisa tra un sopra e un sotto, abitati rispettivamente dai cittadini più abbienti e quelli più poveri. Inevitabilmente le disparità sociali portano a una rivolta e gli operai bloccano la produzione mandando in crisi il sistema. Il dittatore Fredresen fa allora costruire un robot che ha le fattezze di Maria, la protagonista del film, e che semina discordia tra gli operai.

Nei disordini che seguono, le fabbriche si fermano, la città rischia il collasso e gli operai la loro vita: solo quando il robot viene distrutto, ritorna la pace sociale. Viene facile tracciare un parallelo tra la creatura della Shelley e l’innocente robot che finisce per incrinare l’unità che gli operai avevano raggiunto per rivendicare i propri diritti. Di nuovo torna il tema dell’uomo che si sostituisce al divino, la paura che la disobbedienza alla morale comune possa generare mostri.

Il secondo film è 2001: Odissea nello spazio, il capolavoro di Stanley Kubrick del 1968. Anche in questo caso si ha a che fare con degli esseri umani che sfidano il buon senso alla ricerca di un progresso illimitato. E anche in questo caso tra le loro creature ne emerge una, Hal, che ha acquisito una sua personalità, quasi una sua anima che non necessariamente persegue i medesimi scopi pensati dai suoi creatori.

L’ultimo è Blade Runner, di Ridley Scott, del 1982. Una vicenda inquietante, perché altamente verosimile. In questo caso la tecnologia è così raffinata da essere diventata “troppo umana”.

I temi sono estremamente attuali, dal momento che oggi abbiamo a che fare con diverse macchine dotate di intelligenze artificiali sempre più stupefacenti.  L’essere umano (come il dottor Frankenstein)  ha davvero il diritto di creare degli androidi praticamente coscienti (come la creatura) non solo per utilizzarli come schiavi, ma anche decidendo quanto essi debbano vivere?

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