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Tech & Innovazione
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Come la tecnologia può aiutare la nostra mente a stare meglio

08 giugno 2020
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Non deve stupire di imbattersi sempre più spesso in appelli per un uso equilibrato di una tecnologia sempre più pervasiva in ogni aspetto della nostra vita. Infatti, se da una parte un uso esagerato di app e social network sembra avere ripercussioni negative sulla nostra struttura cerebrale tanto da associarlo all’abuso di sostanze stupefacenti, dall’altra l’immensa mole di dati immagazzinati nel nostro smartphone può aiutare la nostra mente a stare meglio. Il Black Dog Institute di Sydney, uno dei centri di ricerca, trattamento e prevenzione di disturbi dell'umore più importanti al mondo, ha individuato proprio nei big data, nella realtà virtuale e nel machine learning i tre futuri campi di sviluppo in cui la l’avvento della digitalizzazione può avere un impatto rivoluzionario nel trattamento e diagnosi delle malattie mentali.

Fino a ora, in gran parte dei casi meno gravi di disagio psichico la prima decisione di affidarsi a terapie o a specialisti è stata affidata agli stessi pazienti Anche perché la ricerca medica è riuscita raramente a fornire spunti sulla dinamica temporale dei sintomi, cruciale sia per la diagnosi che per la pianificazione del trattamento. Al contrario, grazie a smartphone e altri device oggi abbiamo l'opportunità di raccogliere gratuitamente e senza sosta informazioni oggettive sul nostro comportamento, generando una mole di dati utile sia per la ricerca che per l’utente stesso.

Per esempio, nell’ultimo decennio abbiamo imparato ad allenarci e programmare la nostra routine quotidiana con app di monitoraggio per la nostra salute fisica, ma in molti meno sappiamo che ne sono state create altrettante per il nostro benessere mentale. Una delle più diffuse è il ciondolo Leaf Urban di Bellabeat, azienda statunitense leader dell'health tracking, che grazie a sensori interni registra automaticamente non solo movimenti, distanze percorse e calorie consumate, ma anche la qualità e la quantità del sonno e dei cicli mestruali. Prodotto esclusivamente per un pubblico femminile, prevede i livelli di stress in base alle abitudini di vita e propone esercizi di meditazione e respirazione per rilassarsi.

Il dispositivo Pip, invece, acquisisce informazioni dai pori dei polpastrelli, analizzando l’attività elettrodermica, ovvero l’aumento di sudore, e inviando feedback a una app in base al livello di stress. Il numero di applicazioni simili presenti sullo store Apple e Google Play potrebbe continuare all’infinito: si va da Hands Up Therapy a Healthstored, da WorkGuru, a Health Mapper fino a Moodbug, ognuna focalizzata sui diversi disturbi della nostra mente, dallo stress sul lavoro all’alcolismo. Sono stati avviati anche dei progetti in cui le persone possono condividere di propria iniziativa i dati digitali con operatori sanitari e ricercatori. È il caso di Our Data Helps, nato sul web con lo scopo di rispondere a due domande sul tema del suicidio: “Perché avviene?” e “Come possiamo impedire che avvenga ancora?”. Dando accesso ai propri social network, parenti di vittime, sopravvissuti e persone che hanno avuto istinti suicidi possono dare un grande contributo alla ricerca e alla prevenzione su questo fenomeno. “I tuoi dati possono salvare vite”, recita il claim del progetto di Qntfy, team formato da data scientist e psicologi.

L’analisi dei big data non è l’unico apporto che la tecnologia può dare per cercare di migliorare la diagnosi e il trattamento di disturbi psicologici. Daniel Freeman, psicologo, professore e ricercatore presso l’Università di Oxford ha co-fondato l’Oxford VR, branca dell’azienda del campus a nord di Londra che utilizza e sviluppa tecnologie immersive. Il paziente viene inserito con questo dispositivo all’interno di scenari virtuali che riproducono le sue specifiche difficoltà psicologiche per studiarne le reazioni e assisterlo nel trattamento. Il team di Freeman si è occupato in particolare di fobia delle altezze e ansia sociale ricreando ponti e altri luoghi da evitare per chi soffre di vertigini nel primo caso e contesti come una metropolitana affollata nel secondo. Con una media di sole due ore di trattamento, assicura Oxford VR, la terapia immersiva è in grado di ridurre le paure dei pazienti del 68%.

Anche nel campo dell’apprendimento automatico, il cosiddetto machine learning, la ricerca medica sta facendo grandi passi in avanti. Un gruppo di psicologi della Carnegie Mellon University in Pennsylvania ha sviluppato un algoritmo in grado di analizzare le espressioni facciali basandosi su 68 punti differenti del volto. In questo modo il comune Face ID utilizzato per sbloccare lo smartphone potrà anche essere di aiuto nel trovare collegamenti tra le espressioni facciali e gli stati emotivi delle persone depresse. Un’altra applicazione dal grande potenziale è Mindstrong, creata da tre medici, tra cui l’ex direttore dell’Istituto per la salute mentale degli Stati Uniti Tom Insel. A differenza di altri prodotti simili che aiutano a combattere l’ansia o la depressione offrendo giochi ed esercizi, Mindstrong analizza come utilizziamo il nostro smartphone. Una volta installato, il software lavora in background per raccogliere dati relativi al modo in cui digitiamo, clicchiamo o scrolliamo, concentrandosi sugli errori che compiamo mentre scriviamo, il tempo che trascorre mentre leggiamo un testo o la velocità con cui passiamo da un programma all’altro. Il dataset raccolto viene cifrato e analizzato in remoto da un’intelligenza artificiale e può fornire indizi importanti, rivelando, per esempio, una ricaduta nella depressione o l’insorgere di una fase maniacale.

Accanto ai vantaggi della tecnologia vanno però segnalati i rischi legati alla riservatezza dei dati e in più in generale alla privacy degli utenti. Uno studio pubblicato lo scorso settembre da Privacy International, organizzazione benefica inglese che difende il diritto alla privacy nel mondo, ha rivelato come 136 siti sulla depressione e disturbi bipolari in Francia, Gran Bretagna, e Germania condividessero le informazioni degli utenti con inserzionisti, colossi hi-tech e data broker. Tra le pagine analizzate, quelle che contenevano elementi di marketing erano il 97,78% e la maggior parte era riconducibile ai tre grandi colossi tech, Google, Facebook e Amazon. Già un'inchiesta condotta nel 2017 dalla testata The Australian aveva puntato i riflettori sulle profilazioni illegali di Facebook, dopo aver scoperto un documento interno dell’azienda in cui si leggeva che gli algoritmi del social network potrebbero determinare i "momenti in cui i giovani hanno bisogno di un'iniezione di autostima" e proporre loro messaggi pubblicitari quando sono più sensibili. Una pratica molto simile a quella contestata nel 2018 a Cambridge Analytica, società di consulenza britannica coinvolta nella campagna elettorale di Donald Trump e per la Brexit e accusata dal New York Times e da The Observer di aver utilizzato illegalmente i dati personali di 87 milioni di utenti Facebook per confezionare messaggi ad hoc e influenzare il loro voto.

Se da una parte la mobile-health rappresenta un’occasione per migliorare l’assistenza sanitaria e psicologica, dall’altra parte è necessaria un’evoluzione della giurisprudenza e della normativa a supporto. Un primo passo è stata compiuto con l’introduzione del Regolamento Ue n.2016/679 emanato dal Parlamento europeo. Il cosiddetto Gdpr stabilisce che “i dati personali attinenti alla salute fisica o mentale di una persona fisica vadano protetti, compresa la prestazione di servizi di assistenza sanitaria che rivelano informazioni relative allo stato di salute di una persona”. Oltre a questi dati vengono considerati sensibili anche quelli genetici e biometrici. L’art. 12 del Regolamento stabilisce inoltre che “il titolare del trattamento debba adottare misure appropriate per fornire all’interessato ogni informazione utile in forma concisa, intelligibile e facilmente accessibile, usando un linguaggio semplice e chiaro”. Il Gdpr prevede però un ampio spazio di manovra riservato a diverse attività svolte parallelamente all’ambito sanitario. Per esempio tutte le ricerche a contenuto scientifico perseguite con finalità di beneficenza in ambito farmaceutico e accademico possono essere svolte senza richiedere il consenso del soggetto interessato. Un vuoto legislativo che richiede un grande livello di attenzione a tutti i cittadini digitali.

L’attenzione della tecnologia per la salute mentale è in rapida crescita in tutto il mondo. Dal 2016 sugli store digitali il numero delle app dedicate è aumentato del 57% rispetto al decennio precedente. Un sondaggio tra gli utenti che ne usufruiscono quotidianamente ha rilevato che oltre il 70% considera la privacy e la crittografia elementi fondamentali, mentre la sicurezza dei dati rimane una delle principali preoccupazioni anche per i medici che vogliono tenere sotto controllo i propri pazienti fuori dagli orari delle visite tradizionali. Se si riuscirà a colmare il gap normativo e a informare in modo più efficace riguardo ai possibili effetti collaterali della rete, nell’arco di pochi anni la vita di milioni di persone in tutto il mondo conoscerà un grande miglioramento.

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