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Borghi e poesia: i luoghi più affascinanti che hanno dato i natali a poetesse e poeti italiani

05 luglio 2021

Spesso la si sottolinea come una costante: il luogo di nascita racconta sempre molto della nostra personalità e, non di rado, dei nostri obiettivi, del nostro futuro, del nostro modo di vedere il mondo. Il peso che ha l’ambiente che forgia ognuno di noi diventa ancora più significativo quando ci si trova di fronte a persone straordinarie. Si pensi a figure come Giosuè Carducci, primo italiano a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1906 e indimenticabile artista della parola, che da le Rime a Juvenilia, dalle Odi Barbare alle Conversazioni critiche, dimostra uno spiccato sguardo all’antichità classica che più che replica si fa approfondimento, variazione sul tema, riattualizzazione delle atmosfere.  Si pensi a Giovanni Pascoli, figura imprescindibile della letteratura italiana e, insieme a Gabriele D’Annunzio, massimo esponente di quel decadentismo che mischiò filosofia, arte ed estetica dando vita a molte delle opere di maggior impatto dell’Ottocento. Ma si pensi anche a personaggi chiave della poesia italiana più recente come Lalla Romano e Patrizia Valduga, entrambe in grado di spaziare tra le più svariate forme letterarie e compositive – dai versi ai romanzi, dalle traduzioni al giornalismo – senza mai perdere il proprio forte tratto caratteristico.

Ecco quindi che la riscoperta dei borghi che hanno visto nascere Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Lalla Romano e Patrizia Valduga può indirizzarci sulla strada di una piena comprensione delle loro liriche e di quelle che possono essere state le radici del loro estro e genio letterario.

Se cominciamo dalla Valdicastello che ha dato i natali a Carducci, ci rendiamo presto conto di come anche solo la piccola frazione di un comune abbia, in Italia, tratti quotidiani, scenari, abitudini e usanze assolutamente uniche e in grado di influenzare non poco le esistenze di chi se ne trova all’interno. Valdicastello fa infatti parte del comune toscano di Pietrasanta, in provincia di Lucca, e accolse nascita (luglio 1835) e primissimi anni di vita del poeta italiano. Il luogo fu la scelta del padre, Michele, al termine del confino che subì a causa delle sue attività politiche con aspirazioni rivoluzionarie, che guardavano alla Francia dei moti del 1830.

Proprio qui, Michele si sposò con Ildegonda Celli, e, appena un anno dopo, ebbe il primogenito, destinato a diventare una delle figure letterarie più note e apprezzate della storia. Incredibile pensare ora a quella ristretta area della Versilia come una parte cruciale della formazione, delle opere, persino del periodare di Carducci. Dal meraviglioso edificio noto come Pieve di San Giovanni e San Felicita e immerso tra gli ulivi quasi a costituire l’ingresso nel borgo, passando per il caratteristico torrente Baccatoio e saltando tra le ripetute valli di Monte Lieto e Vallebuona.

Impossibile non rinvenire nei versi del poeta i riverberi – continui ma sempre diversamente rielaborati – di quegli ambienti, atmosfere e sensazioni, che lui stesso – ricordando a distanza di 30 anni le sue origini – lodò con le seguenti parole: “che monti, che verde, che ombre, che fiumi, che ruscelli risonanti freschi sotto i castagni e gli olivi fra il verde”.

Spostandoci invece a San Mauro di Romagna – oggi ribattezzata San Mauro Pascoli proprio in onore del poeta – ci troviamo di fronte al tipico centro storico romagnolo, parte della provincia di Forlì-Cesena. Qui – a “San Mevar” come dicono appunto i romagnoli – nacque nel 1855 Giovanni Pascoli, ed è fondamentale evidenziare il legame strettissimo e al contempo triste, violento e crudo del poeta con uno dei punti più radicati e celebri dell’area: il padre di Pascoli era infatti amministratore della tenuta dei principi Torlonia nota come La Torre, e nell’agosto del 1867 egli fu assassinato con una fucilata per ragioni mai del tutto chiarite, ma probabilmente legate proprio a dissidi sul lavoro.

Pascoli ricorderà spesso la terribile e segnante vicenda, che mischia tristemente territorio, origini, storia e legami familiari; su tutto, la citerà con i tratti e le supposizioni più dettagliate ne La cavalla storna, mentre nella poesia X agosto analizzerà la figura paterna proprio attraverso un percorso attraverso la notte della sua morte.

Nella Demonte di Lalla Romano – in piemontese “Demontcomune del cuneese di appena 2mila abitanti – si possono rintracciare le radici di quel “raccontarsi” che ha visto l’autrice porre se stessa al centro della narrazione praticamente per tutta la sua vita, in uno sforzo d’analisi della borghesia settentrionale che si trova in ogni sua opera.

Si pensi agli scenari descritti ne La penombra che abbiamo attraversato (1964), dove alla rielaborazione letteraria del lutto per la perdita della madre fa da sfondo quella campagna cuneense tipica della Valle Stura, a metà tra Alpi Marittime e Alpi Cozie, con vista sulla Francia e picchi sugli oltre 3.000 metri del Monte Tenibres.

All’interno dei tratti medievali e poetici di Castelfranco Veneto è invece nata la contemporanea Patrizia Valduga, che ha fatto della musicalità dei ritmi e dello stile ricercato la sua cifra.

Cifra in grado, a partire da Medicamenta (1982) in poi, di innescare un vero e proprio recupero delle forme più antiche e illustri della tradizione letteraria; dai sonetti ai madrigali, dalle ottave alle terzine, il tutto combinato all’attualità del nostro Paese, in una intenzionale ricerca di una vera e propria lingua che combini e contamini l’antico e il moderno, che forse non avrebbe mai preso avvio senza l’ispirazione di quelle mura di cinta e quelle strutture antiche, tra le quali batte però un cuore moderno.

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