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Hibakujumoku: gli “alberi sopravvissuti”, simboli di pace per il Giappone e per il mondo intero

29 luglio 2021

Tutti ricordano le vicende legate a Hiroshima e Nagasaki, nel lontano 1945,  che ancora oggi rimangono due delle pagine più scure della storia contemporanea mondiale. Quello che non tutti conoscono, però, è la storia dal lieto fine degli Hibakujumoku, gli alberi che contro ogni aspettativa e previsione degli esperti hanno ricominciato a fiorire subito dopo l’accaduto.

Ripercorrendo il filo della storia di questi alberi, simbolo per eccellenza della resilienza  e della vittoria della natura sulle azioni dell’uomo, non possiamo che iniziare dal commento pessimista che caratterizzò diversi scienziati dopo le vicende storiche del ’45. In particolare tra questi troviamo Harold Jacobsen, membro del Manhattan Project, che dichiarò che  nelle zone colpite non si sarebbe osservata nessuna forma di vita per un periodo di almeno 75 anni.

Il fatto incredibile fu che invece Jacobsen aveva torto, come ampiamente dimostrato dalla storia. Infatti, alcuni alberi che si trovavano, e si trovano ancora adesso, a poche centinaia di metri dall’epicentro  sono sopravvissuti e oggi hanno acquisito lo status di simboli di pace, non solo per il Giappone ma per il mondo intero.

Sono 32 le specie che sono uscite indenni ai fatti, conosciuti con nome di, letteralmente “alberi che hanno subito un’esplosione atomica”, il cui elenco completo è stato redatto dall’Istituto delle Nazioni Unite per la formazione e la ricerca ed è consultabile sul sito ufficiale dell’organizzazione internazionale. Tra questi anche un salice piangente (Salix babylonica), il più vicino all’epicentro di Hiroshima, con una distanza di appena 370 metri.

I primi germogli delle foglie a cui si era assistito già dalla primavera successiva ai fatti sono stati fin da subito accolti come un evento straordinario e una testimonianza della resilienza della natura nei confronti delle azioni dell’uomo. Oltre alla carica simbolica che questi Hibakujumoku hanno assunto nel tempo, è molto interessante scoprire anche i motivi biologici che hanno permesso la loro sopravvivenza, riuscendo a smentire le previsioni più nefaste su tutte le forme di vita nella zona.

Tra i tanti esperti di botanica che si sono interrogati su questo aspetto, anche Stefano Mancuso, accademico di fama mondiale e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV), si è occupato approfonditamente della vicenda.

Come ha raccontato all’interno del suo saggio “L’incredibile viaggio delle piante”, una raccolta straordinaria di racconti in prima persona sul mondo vegetale, Mancuso è venuto a conoscenza degli Hibakujumoku casualmente durante uno dei suoi soggiorni in Giappone, accompagnato sul luogo da un ex console giapponese che aveva servito in Italia durante la sua carriera, conosciuto incidentalmente in un ristorante di Kitakyushu.

In occasione della visita ai 170 alberi ancora presenti ad Hiroshima, l’accompagnatore giapponese gli rivelò anche i motivi dell’origine del nome Hibakujumoku che significa appunto “alberi esposti alla bomba atomica” nel rispetto di tutti coloro che hanno vissuto la storia del luogo in quegli anni. Una scelta che, ancora una volta, sottolinea e conferma l’estrema educazione e delicatezza del popolo giapponese rispecchiando l’immaginario collettivo dell’occidente.

In seguito a tale incontro, Stefano Mancuso decise di approfondire la questione, andando ad analizzare in maniera scientifica quali potessero essere le caratteristiche che hanno permesso a queste forme di vita vegetali di sopravvivere, a differenza delle forme di vita animali, incluso l’uomo stesso, che hanno invece dovuto soccombere.

Come ha osservato, le loro radici sono sopravvissute agli oltre quattromila gradi Celsius sviluppatisi nei pressi dell’ipocentro dell’esplosione, in quanto protette dalla loro posizione interrata, e grazie al suolo che è quindi riuscito a fare da scudo anti-nucleare.

Ulteriore ragione del trionfo degli Hibakujumoku  è insita nella composizione delle piante in generale, fatte cioè da una struttura unitaria, ma costituita da molteplici moduli autosufficienti gli uni rispetto agli altri, priva di un’organizzazione gerarchica e specializzata, che invece caratterizza il corpo umano e i suoi organi, governati dal cervello.

Questa spiegazione rivela solo una piccola quantità rispetto alla vastità di nozioni che a oggi ancora ignoriamo sul mondo vegetale, le quali ci dovrebbero far riflettere e insegnare un maggiore rispetto nei confronti di quelli che sono i nostri coinquilini silenziosi ma indispensabili per il benessere del Pianeta.

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