Letture
9 minuti
Architettura & Design
Architettura & Design

Illustrare le parole: il tono di voce di Emiliano Ponzi

13 luglio 2020
autore:

Non uno stile ma un tono di voce. La parola come centro di tutto. La noia, nemico da temere. È Emiliano Ponzi, in estrema sintesi: illustratore, narratore, artista. Originario di Reggio Emilia ma cresciuto a Ferrara dove inizia a frequentare corsi tenuti da un disegnatore di Dylan Dog, Emiliano approda a Milano a 18 anni per studiare allo IED. Oggi vive tra il capoluogo lombardo e New York e ha all’attivo una lunga serie di cover, grafiche e animazioni per la Repubblica, New York Times, Le Monde, The New Yorker, Newsweek, oltre che per case editrici e aziende come Einaudi, Feltrinelli, Mondadori, Lavazza, Bulgari, Pirelli, Amnesty International, Armani, Triennale Design Museum, Penguin Books e persino il MoMA di New York. Non ha mai avuto un piano B, si è sempre dedicato anima, testa e corpo alla sua passione e le sue creazioni ormai sono conosciute e riconosciute in tutto il mondo.

Emiliano Ponzi, come nasce un’illustrazione?

La parola è l’origine di tutto. Poi attraverso un processo di estrazione e di raffinazione si arriva alla realizzazione di un’immagine. Il primo step dunque è quello di giocare con le parole, con i loro doppi sensi, i significati collaterali, trasversali o evocativi per arrivare a delle idee che in seguito diventeranno uno schizzo su carta o computer: questi schizzi serviranno per capire se l’idea può avere una sua solidità e soprattutto per testare la sua comprensibilità per l’utente finale, perché tutto deve avere un linguaggio universale.

Per questo non parla di uno stile ma di un tono di voce?

Esatto, perché secondo me lo stile invecchia mentre il tono di voce no. Questo è l’aspetto principale.

Come definirebbe allora il suo tono di voce?

In generale è il cappello di tutta la comunicazione, quindi rispecchia un po’ quello che è il proprio temperamento e il modo in cui si guarda il mondo. Il mio quindi è un tono di voce un po’ hopperiano, più voyeuristico, ovvero di chi spia. Per esempio, citando proprio Edward Hopper, se ritraggo una persona che ne guarda un’altra alla finestra posso disegnarla a mano utilizzando tre colori piatti.

Utilizza sempre una stessa palette di colori, ma ce n’è uno di cui non può fare a meno e uno che invece le risulta più difficile da utilizzare?

Tendenzialmente cerco di non usare mai sempre gli stessi colori, anche se il blu è abbastanza ricorrente nei miei disegni, soprattutto nell’uso delle ombre, perché in un’illustrazione permette di settare subito il primo e il secondo piano: il blu più freddo viene utilizzato sul fondo mentre quello più caldo sta davanti. È un modo per gerarchizzare gli elementi. Il colore invece che odio, proprio come David Hockney che lo utilizzava molto, è il verde: è un colore difficilissimo da impiegare ed è quindi molto comune tra gli artisti l’insofferenza nei suoi confronti.

Cosa non può mancare nel processo creativo di un illustratore?

Parlando di arte applicata è fondamentale che, da parte della committenza, non manchi mai la chiarezza comunicativa rispetto a quello che si vuole ottenere. Oppure la libertà, cioè avere carta bianca, il che significa che il committente si è affidato completamente al lavoro del creativo. O l’una o l’altra. Nella terra di mezzo la confusione dal lato del committente genera confusione in chi poi quelle parole o quegli input dati li deve trasformare in una immagine, una illustrazione.

E lei cosa preferisce tra queste alternative?

Dipende da una serie di fattori laterali come il tempo che si ha a disposizione, la declinazione del lavoro. Certo avere carta bianca quando si hanno velleità che vanno oltre l’arte applicata è preferibile. Il rischio però è quello di perdersi in un ermetismo un po’ da artista, lasciando da parte il compito dell’illustratore. Molti dei lavori che faccio sono già una scusa per sperimentare.

Il suo legame con gli Stati Uniti è ormai consolidato, avendo lei ottenuto anche il visto permanente. Non si può parlare di Emiliano Ponzi quindi senza parlare degli States: cosa rappresentano per lei?

Per rendere bene l’idea di cosa hanno rappresentato e rappresentano per me prendo in prestito una metafora usata da Massimo Vignelli nel ‘64 [nel libro The great New York subway map, MoMA Press, 2017, Emiliano Ponzi racconta con le sue illustrazioni la storia della segnaletica della Metropolitana di New York concepita da Massimo Vignelli nel 1972, ndr.] cioè andare a “trovare un cielo un po’ più grande”. Ho visitato gli Stati Uniti moltissime volte e non so se si tratti di una questione cognitiva o di luce o reale, ma quando andai lì per disegnare il libro America West mi resi conto, soprattutto guardando i tramonti dell’Arizona, che il cielo è davvero molto più grande, è pazzesco. Ed è una metafora che vale sia a livello di business che esperienziale cioè per fare esperienze che escano un po’ fuori dal provincialismo di paese.

New York invece è diventata la sua seconda casa a metà con Milano: se dovesse descriverla in 3 parole come la definirebbe?

New York per me rappresenta un’opportunità, una sfida perché, come si dice, se ce la fai lì ce la puoi fare ovunque e, in terza istanza e di conseguenza, anche un vettore per il ritorno perché proprio in virtù di questo una volta che ce la fai lì forse puoi un po’ rallentare il passo nel senso che andando sempre a cento all’ora puoi tornare e goderti tutto quello che hai fatto. Tra l’altro è da poco uscita una cover di metalinguaggio su New York per il New York Times Sunday Review che illustra la mia visione di questa città. Diciamo che io, proprio come la città di New York, non mi fermo un attimo, sono iper prolifico, lavoro anche 20 ore al giorno e quindi se già di mio tendo sempre ad andare molto veloce, New York è una città che ti spinge a farlo ancora di più, con il rischio poi di non gustarsi le cose che si fanno. Quindi per me rappresenta non un “one-way ticket” ma un biglietto che permette di tornare indietro e di dire: bene, adesso che abbiamo fatto tutto ciò che dovevamo fare è arrivato il momento di rilassarsi e di godersi il presente.

In questo spirito dove si vede fra 10 anni, ancora nel futuro o finalmente nel presente?

Secondo me l’ambizione di ogni persona dovrebbe essere quella di vivere il presente con “mindfulness”, cioè in maniera consapevole. Forse mi vedrei un po’ meno impegnato nell’arte applicata e un po’ di più in una stanza con uno spazio bianco di fronte, delle macchie di vernice per terra e un grande quadro da finire. Per me la declinazione della felicità è quando si sta per fare una cosa e non quando la si è compiuta.

Ha affermato che “abbiamo disimparato a stare dentro la solitudine”. Negli ultimi tempi ha cambiato idea?

Io mi sono abituato alla solitudine anche per necessità lavorative, quando negli anni passati non avevo ancora il mio studio. Raccontare sul Washington Post quello che è successo nel 2020 a me e agli italiani è stato un modo per metabolizzare tutto, facendo acquistare a questa solitudine un valore, soprattutto per concentrarsi sulle priorità e sul proprio mondo interiore.

Se la solitudine non la spaventa, allora cosa le fa paura?

La noia. Mi manda in uno stato catatonico depressivo e proprio per questo faccio sempre tante cose per esorcizzarla. E che un giorno potrei non riuscire a fare le cose che mi piacciono perché magari mi tremerà la mano…

Se da un lato ha ricominciato a disegnare a mano dall’altro ha anche grande interesse verso la realtà virtuale: come si coniugano queste due spinte?

Per ora la tensione verso il disegno e la colorazione a mano sono più un divertissement, perché mi riportano a una dimensione più intima e di rapporto fisico. Per me è molto interessante disegnare a mano e spero di avere sempre più la possibilità di farlo per avvicinarmi a un aspetto più museale, artistico. La realtà virtuale, invece, è stata una parentesi che potrà di certo continuare ma che ho vissuto più come sperimentazione. Ho fatto dei progetti molto interessanti e che mi hanno divertito, ho imparato, ma se dovessi scegliere preferirei sporcarmi le mani con i colori.

Che ruolo ha il pubblico per lei?

Questa è una domanda molto importante. Diciamo che bisogna scegliere, o lo fa la contingenza, se avere una carriera “da brand” o, senza presunzione, più artistica. Se scegli di essere un brand fai quello che fa un brand di moda, cioè sempre le stesse cose, che ti rendono immediatamente riconoscibile e portano a sceglierti proprio perché ti ripeti, over and over. Questomi ucciderebbe. Credo che il mio sia un pubblico che ha voglia di stare al mio passo, seguendomi nei miei movimenti che possono essere passare dalla realtà virtuale, al computer, al disegno a mano ma anche da illustrazioni più o meno pittoriche.

Quali progetti ha in cantiere?

C’è un progetto a cui tengo moltissimo ma di cui non posso ancora svelare molto. Posso però dire che si tratta di un libro che sto realizzando per la collana più importante di Einaudi. È un libro disegnato, quindi non parliamo solo di una copertina, ma anche di disegni che illustreranno la storia di un grandissimo scrittore giapponese. Questo credo che sia il progetto più autoriale e ad ampio respiro dell’anno: non il più importante in assoluto per la commissione o il più remunerato, ma rispetto al momento in cui mi trovo io adesso e il più autoriale.

Articolo di Patrizia Vitrugno

Vuoi informazioni sulla nostra consulenza e sui nostri servizi?

Naviga il sito e vedi tutti i contenuti di tuo interesse