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60 anni di Peter Jackson, il regista che ha portato il fantasy nel grande cinema d’autore

27 ottobre 2021

È buona norma non iniziare una storia dal finale a lieto fine, ma per questa volta faremo un’eccezione, perché il twist di questa vicenda è talmente famoso che non sarebbe una sorpresa per nessuno. Durante la cerimonia di assegnazione dei Premi Oscar del 2004, c’era un solo nome che circolava tra gli addetti al lavori: “Il ritorno del re”, il terzo film della trilogia de “Il Signore degli Anelli” diretto da Peter Jackson.

Ora, prima della trilogia, Jackson non era di certo uno sconosciuto tra gli amanti del cinema, piuttosto un regista di culto che si era affermato con produzioni di “serie B” e aveva un gusto per il fantastico davvero unico. L’idea di realizzare un film sul romanzo fantasy per eccellenza firmato da J.R.R. Tolkien circolava nell’ambiente da tanto, troppo tempo, e soprattutto aveva dato vita a una serie di fallimenti e aspri scontri con i tolkeniani che avevano visto la storia ripensata in mille modi diversi. Quell’uomo neozelandese che aveva sfidato ogni convenzione, persino il suo fisico durante l’estenuante lavorazione dei tre film (si spostava in bici da un set all’altro e aveva perso quasi 30kg), aveva invece messo d’accordo tutti. Quella sera il suo film avrebbe vinto 11 statuette d’oro, tutte quelle per le quali era stato candidato, entrando nella storia come il film più premiato di sempre. Peter Jackson, che quest’anno compie 60 anni, era il regista che aveva portato il fantasy a trionfare nel grande cinema d’autore.

La passione per i mostri e per Ray Harryhausen

Quella passione per il fantastico ce l’aveva dentro da sempre. D’altronde era nato il giorno di Halloween del 1961. A due passi da Wellington, Nuova Zelanda. Da bambino aveva mangiato pane e “Thunderbirds”, la serie TV di fantascienza a base di marionette e veicoli futuristici, e poi un giorno aveva visto “King Kong” e aveva deciso che nella vita avrebbe fatto quello: costruire mostri giganti e riprenderli mentre distruggevano città. Si era fatto regalare una videocamera Super 8 dai genitori, aveva sperimentato con le tecniche di stop motion ed era cresciuto con il mito di Ray Harryhausen, il famoso animatore di Hollywood.

Non fu una sorpresa, insomma, che il suo primo progetto, “Bad Taste” fosse un film con dei grotteschi mostri alieni. Un “film di serie B” lo definirebbe qualcuno, anche perché la fattura della pellicola era del tutto amatoriale: Jackson usufruì di alcune sovvenzioni statali e si occupò in prima persona di realizzarne ogni aspetto, dalla sceneggiatura agli effetti speciali. Nel cast scritturò amici e vicini di casa che di certo non si aspettavano che, quattro anni più tardi, nel 1987, il film venisse proiettato al Festival del Cinema di Cannes. E che sarebbe piaciuto moltissimo, tanto da diventare una vera e propria pellicola cult con distribuzione in 12 paesi. Il film successivo, ancora più scorretto, era “Meet the Feebles”, nel 1990, e poi quello che viene definito come uno dei film più splatter mai realizzati, “Braindead”, nel 1992.

“Creature del cielo” e il rapporto con Hollywood

Insomma, Jackson sembrava destinato a un filone di pellicole per stomaci forti. E qui arriva il primo colpo di scena, perché nel 1994 mette la firma su “Creature del cielo” con una giovanissima Kate Winslet. Una storia delicata e terribile che si ispira a un vero fatto di cronaca con protagonista la scrittrice di gialli Juliet Hulme. Proprio questo film e il successivo “Sospesi nel tempo”, un horror fantasy con protagonista Michael J.Fox, gli valgono le attenzioni delle case di produzione hollywoodiane. Attraverso questi contatti arriverà a produrre la trilogia de “Il Signore degli Anelli”.

Peter Jackson nella Terra di Mezzo

C’erano degli ostacoli non indifferenti alla realizzazione di un film basato sul libro culto di J.R.R. Tolkien “Il Signore degli Anelli”. Prima di tutto i diritti appartenevano al produttore Saul Zaent che, dopo i fallimenti degli adattamenti animati, non aveva alcuna intenzione di imbarcarsi in un progetto enorme diviso in tre film, con un cast stellare e una post produzione molto costosa. Jackson cercò per diverso tempo una casa di produzione che potesse abbracciare la sua idea: i tre film sarebbero stati girati contemporaneamente in Nuova Zelanda, dove i costi di produzione sarebbero stati più bassi e dove si sarebbe occupato lui in prima battuta degli effetti speciali con lo studio che aveva fondato, la Weta Workshop. Alla fine riuscì a trovare un produttore che credeva nel suo progetto.

L’idea di Jackson era valida, ma l’intera operazione era comunque un azzardo: riportare il fantasy al cinema all’inizio degli anni 2000 era molto difficile, e la produzione dei tre film senza pause avrebbe sì abbattuto i costi di sviluppo (anche perché in caso di successo gli attori non avrebbero potuto chiedere aumenti del cachet per i capitoli successivi), ma nel caso in cui il primo film si fosse rivelato un flop, Jackson avrebbe avuto una quantità di materiale inutilizzabile non indifferente. Le riprese durarono 15 mesi, e contro ogni previsione i costi di produzione schizzarono alle stelle. Ma tutti credevano nel progetto.

Un atto di fede ampiamente ripagato. Nel 2001 “La compagnia dell’anello”, il primo film della trilogia, ottenne tredici nomination agli Oscar. “Le due torri”, la seconda parte, fu un altro successo senza pari. E poi quella consacrazione storica: “Il ritorno del re” e il record di statuette. Quel ragazzino con la Super 8 che sognava di poter riprendere i suoi mostri era diventato l’uomo d’oro di Hollywood. Due anni dopo realizzò quel sogno e diresse il remake di “King Kong”. Il cerchio era chiuso.

Sessant’anni di traguardi

Nonostante abbia raggiunto tutti i suoi obiettivi, Jackson non si è di certo fermato negli anni successivi. Ha di nuovo portato al cinema il fantastico con “Lo Hobbit”, ha affrontato il thriller drammatico sempre con molta delicatezza in “Amabili resti” e ha stupito il pubblico con “They shall Not Grow Old”, documentario sulla Prima Guerra Mondiale ottenuto da filmati di repertorio digitalizzati e ricolorati. E i suoi sforzi hanno trasformato irrimediabilmente l’industria cinematografica neozelandese, ora estremamente più prolifica che in passato, e quella americana. La Weta Workshop ha lavorato con i grandi del cinema come James Cameron e Steven Spielberg, e Jackson ha finanziato e lanciato alcuni dei registi più interessanti degli ultimi anni come il sudafricano Neill Blomkamp.

Sessant’anni di Peter Jackson hanno insegnato al cinema che nessun progetto è irrealizzabile. Nemmeno quelli che sembrano cause perse in partenza, nemmeno quelli che hanno già fallito o che hanno combattuto a lungo contro una produzione travagliata. E soprattutto ha dimostrato che il cinema d’autore, per l’appunto, lo fa l’autore, non il genere di appartenenza. E che un fantasy può correre con la stessa dignità degli altri film, perché non esiste una pellicola più nobile di un’altra a propri.

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