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Adolfo Farsari, l’uomo che fece conoscere il Giappone all’Occidente

06 febbraio 2018

Militare di carriera, imprenditore, espatriato in fuga dai debiti; marito e padre devoto, volontario tra i nordisti americani contro la schiavitù, avventuriero in Oriente. E poi fotografo, anzi: il fotografo che fece conoscere il Giappone all’Occidente. Quella di Adolfo Farsari è la storia di una vita eccezionale che merita di essere raccontata, anche in virtù del 120esimo anniversario della sua morte, che ricorre il 7 febbraio 2018.

Biografia di un avventuriero

Nato nel 1841 a Vicenza da una famiglia borghese, Farsari si iscrisse all’Accademia Militare di Modena ed entrò nell’armata italiana. Oppresso dai debiti, decise di imbarcarsi da Marsiglia alla volta di New York, dove si arruolò da convinto abolizionista tra le file dei nordisti. Finita la guerra, nel 1865 a New York si sposò con una vedova benestante ed ebbe due figli. Ma nel 1867 interruppe la corrispondenza che da anni intratteneva con la famiglia italiana e abbandonò la casa newyorkese. Per anni la famiglia in Italia lo cercherà, fino a rassegnarsi all’idea della sua morte.

Soltanto ventuno anni dopo, nel 1888, Farsari tornerà a dare notizie di sé, con l’imbarazzo di chi si ritiene imperdonabile. Racconterà della morte del suo secondo bambino, della moglie perduta nell’alcolismo, della decisione di arruolarsi nella marina americana. Una scelta che lo portò a viaggiare per il mondo, fino all’arrivo in Giappone: nel 1878 The Japan Directory, l’elenco in lingua inglese delle compagnie d’affari presenti a Yokohama, lo cita come manager di una ditta di sigari.

Il Giappone attraverso le prime fotografie

Erano gli anni dell’era Meiji, “periodo del regno illuminato” (1868-1912), l’epoca in cui il Giappone, dopo secoli di isolamento, cominciava ad aprirsi al mondo occidentale; e la città portuale di Yokohama, uno dei pochissimi accessi consentiti agli stranieri, conobbe un vero e proprio boom turistico, con molti globe trotters che vi giungevano in cerca di esotismo.

Qui Farsari apprese da autodidatta il mestiere del fotografo. Nel giro di pochi anni, rilevò un atélier di successo, dotato del ricchissimo archivio di negativi di uno dei precedenti proprietari: Felice Beato, vero fondatore del fotogiornalismo con le sue immagini provenienti dalla guerra di Crimea.

Anche altri fotografi di grande talento, sulle orme di Felice Beato, avevano dato vita a un vero e proprio genere di fotografia turistica, detto “Yokohama shashin” o fotografia allo stile di Yokohama: si trattava di foto all’albumina in bianco e nero, che venivano colorate a mano utilizzando i pigmenti della tradizione giapponese.

Un maestro della fotografia colorata

Farsari perfezionò questo stile: ispirandosi nei soggetti e nella scenografia alle xilografie del grande incisore Hiroshige, vi aggiunse la sua abilità nella composizione dell’immagine, la qualità eccellente di carta e colori e la manualità degli artigiani alle sue dipendenze. Dalle sue lettere sappiamo che aveva aperto una vera scuola per insegnare a colorare le stampe; vi accettava soltanto ragazzini, che restavano vincolati a lui per cinque anni. Era orgoglioso del valore artistico del suo lavoro, che spesso paragonava sprezzantemente a quello dei fotografi giapponesi che vendevano ai turisti album di foto per pochi spiccioli e i cui colori sbiadivano nel giro di un anno.

Fu proprio attraverso le richiestissime foto di Farsari che il mondo conobbe un Giappone ormai alla soglia della modernità. Non a caso, i soggetti più richiesti, raccolti in album dalle copertine di lacca, erano quelli che confermavano l’idea idillica e romantica che si aveva di questo mondo lontano: oltre ai numerosi paesaggi con templi e ciliegi fioriti, le foto che i turisti chiedevano di più raffiguravano geishesamurai ormai sul punto di scomparire dalla vita realescene di vita quotidianamestieriabitazioni e strade così diversi da quelle occidentali.

Insieme alle fotografie, in Occidente giunsero anche molte xilografie giapponesi, caratterizzate da linee curve, bidimensionalità e colori luminosi; il successo di queste immagini provenienti di un mondo lontano fu tale che in Occidente nacque addirittura uno stile pittorico denominato Japonisme.

Nella composizione, nei soggetti, nelle campiture senza ombre di artisti come Van GoghMonet, e Klimt emerge l’influsso di un mondo che, sotto la spinta degli influssi occidentali, diventava sempre più evanescente e si trasformava inesorabilmente nel Giappone moderno.

Cover via Wikimedia

Fonti: Wikimedia

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