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Sebastião Salgado e l’Instituto Terra: il paradiso rinato

21 aprile 2022

Artista di fama mondiale e fotografo della Terra, Sebastião Salgado ha girato il mondo per tutta la vita. C’è però un luogo in particolare che ricorda sempre con meraviglia: è il posto dove è nato. Un tripudio di piante, animali incredibili, piccoli fiumi, che nell’immaginario di Sebastião bambino niente aveva da invidiare al paradiso. Un amore che ha ispirato la nascita dell'Instituto Terra e che è anche il soggetto di Amazônia, grande esposizione di oltre 200 tra fotografie e video realizzati dal fotografo e attualmente in Italia al MAXXI di Roma (fino al 21 agosto 2022).

I viaggi di Salgado

Salgado cresce, parte. Abbandona tutto per diventare un fotografo e si allontana sempre di più dal suo personale paradiso. È nel corso di un viaggio in Ruanda, dove l’incontro con la brutalità della morte e la sua insensatezza è quotidiano e dove sangue, violenza, disperazione sono costanti compagni di strada ora dopo ora, giorno dopo giorno, che Salgado si ammala.

Lascia il Ruanda per raggiungere Parigi alla ricerca di una diagnosi prima ancora che di una cura. La risposta è dentro di lui: ha guardato la morte talmente a lungo che la morte gli è entrata dentro. “Devi smettere”, gli dicono. “Altrimenti morirai anche tu”.

Sebastião torna in Brasile. Turbato da questa esperienza, dalla fotografia, dal mondo intero, decide di tornare alle origini. Ma non trova quello che stava cercando: il suo paradiso non esiste più. Della foresta pluviale, che pochi decenni prima occupava più della metà di quel territorio, ne resta solo una risibile percentuale, lo 0,5%. Tutto è distrutto e l’artista sente che quel senso di morte dal quale scappava lo ha raggiunto anche nei luoghi dei suoi natali. In nome dello sviluppo economico, il Brasile aveva distrutto la sua terra. Ma è a questo punto che nel fotografo brasiliano scatta la voglia di rimettersi in gioco e anziché rinunciare alla fotografia, renderla un’arma di denuncia potentissima.

Così Salgado elabora un sogno di speranza. Piantare una foresta in Brasile per ridare vita al suo luogo delle origini: il ranch che il padre aveva gestito fino al momento della sua morte, vicino alla città di Aimorés, nello stato di Minas Gerais. Una terra impoverita, deforestata, con pascoli ormai brulli e sabbiosi dove un tempo verdeggiava uno dei più estesi polmoni verdi del pianeta. Prende forma proprio così, nel 1990, l’ambiziosa iniziativa del fotografo e di sua moglie Lélia Deluiz Wanick Salgado,di creare una comunità di sviluppo ambientale: un vero atto d’amore per la Terra.

Salgado e la nascita dell'Instituto Terra

Con l’intento di restituire alla foresta pluviale subtropicale lo splendore originario della sua straordinaria biodiversità, nel 1998 nasce ufficialmente l'Instituto Terra, l’organizzazione dedicata allo sviluppo sostenibile della Valle del fiume Doce. Un progetto ambizioso, no-profit, che interviene in una zona complessa, che per secoli ha subito deforestazione e sfruttamento incontrollato delle materie prime, in particolare del ferro. Una luogo in cui le popolazioni scontano sulla propria pelle le conseguenze di quelle scelte scellerate: siccità, desertificazione, devastazione del suolo e soprattutto miseria per una popolazione che basava il proprio sostentamento sul lavoro nei campi.

L’Instituto Terra ha dunque come obiettivo primario il ripristino dell’ecosistema con programmi di sensibilizzazione, educazione ambientale e ricerca scientifica. Insomma, una coraggiosa scommessa che si è rivelata un successo e che fa riflettere a livello planetario. Un’opera di riforestazione senza precedenti, che ha dimostrato ampiamente che, con il ritorno della vegetazione, l’acqua può tornare a scorrere dalle sorgenti naturali e che le specie animali a rischio possono essere salvate ripristinando il loro habitat naturale.

Le parole di Salgado stesso, con la loro forza metaforica, valgono più di ogni complessa spiegazione scientifica:

Vi farò un piccolo esempio che capirete molto facilmente. Voi fortunati che avete ancora tanti capelli in testa, se vi fate una doccia, vi servono due o tre ore per fare asciugare i capelli se non usate un asciugacapelli. Per me, in un minuto sono già asciutti. Lo stesso con gli alberi. Gli alberi sono i capelli del nostro pianeta. Quando c’è pioggia in un luogo senza alberi, in pochi minuti, l’acqua arriva nei torrenti, portando terriccio, distruggendo le nostre sorgenti, distruggendo i fiumi, e non c’è umidità da trattenere. Quando ci sono alberi, il sistema di radici trattiene l’acqua. Tutti i rami degli alberi, le foglie che cadono, creano un’area umida, e l’acqua ci mette mesi e mesi sottoterra per arrivare ai fiumi, e mantenere le nostre sorgenti e i nostri fiumi. Questa è la cosa più importante, se pensiamo che ci serve l’acqua per ogni attività della nostra vita.

Ad oggi l’Instituto gestisce i 1.754 acri di Bulcão Farm, 1.502 dei quali sono stati dichiarati patrimonio privato Riserva Naturale (PNHR). Ispirato proprio dalla buona riuscita di questo progetto pilota, nel 2004, lo stato di Minas Gerais ha istituito la categoria della riserva privata per il Restauro Ambientale (PRER) con lo scopo di incoraggiare altri proprietari privati a seguirne il coraggioso esempio.

L’operazione promossa da Salgado ha coinvolto nel corso del tempo numerosi sostenitori e un’ingente raccolta di fondi, per riforestare circa 17.000 acri di terreni. Un milione di piantine di Mata Atlantica, tipica vegetazione pluviale del Brasile, sono state curate nelle serre e, una volta cresciute, inserite nel loro ambiente. Ad oggi seguendo lo stesso approccio, anche nelle aree circostanti si sta lavorando attivamente a programmi di questo tipo.

Ricostruire le foreste vuol dire tornare a respirare grazie all’unica fabbrica capace di trasformare la CO2 in ossigeno: gli alberi. E grazie al fotografo brasiliano abbiamo sperimentato che la riforestazione è possibile tanto quanto la deforestazione: sono tanti ormai i sostenitori di questa battaglia e i fondi vengono raccolti ovunque. In molti paesi i contributi versati per questa causa sono diventati detraibili dando ulteriore impulso alla partecipazione finanziaria di nuovi sostenitori.

Dalla mia terra alla terra è il libro in cui Salgado, attraverso parole e immagini, racconta il suo viaggio a partire dal suo Brasile, alla scoperta della nostra Terra comune, il nostro Pianeta. Le riflessioni del fotografo, insieme alle sue immagini, rappresentano forse il manifesto stesso dell’Instituto Terra: le fotografie, il suo linguaggio espressivo più efficace, uniscono potenza e poesia di una semplicità sublime e una sobrietà crudele.

Il film documentario di Wim Wenders

Ma a Salgado e alla sua esperienza artistica e umana è dedicato il film documentario Il sale della terra di Wim Wenders: “Una foto non parla solo di chi è ritratto, ma anche di chi ritrae”, dice con semplicità il fotografo, in un momento del film e questa è forse la chiave per comprendere la sua estetica: mettersi in gioco, mettersi a nudo.

Un susseguirsi di immagini brutali che scuotono il cuore e la mente, che raccontano il bene e il male, la bellezza e il degrado al quale noi uomini rischiamo di andare incontro. Immagini pesanti, in un verso e nell’altro, con le quali il regista vuole aprirci a riflessioni profonde, alternando la storia personale di Sebastião a spaccati sul suo mestiere, le sue sofferenze, i suoi turbamenti, in un percorso umano e artistico di una bellezza disarmante. Il film-documentario racconta l’eterno contrasto tra vita e morte, luce e ombra, distruzione e speranza, concetti fondanti della potenza artistica della fotografia di Salgado.

Proprio percorrendo luoghi incontaminati, l’artista risponde alle domande del figlio sul suo lavoro che, diventato uno stile di vita, lo ha tenuto lontano dagli affetti. Nonostante il rapporto tra i due sia incerto e vagamente conflittuale, entrambi gradualmente riscopriranno il forte legame che li unisce mentre sperimentano insieme il mistero primigenio di madre natura, pieno di creature mitiche e comunità umane isolate.

Dal cuore del Rio delle Amazzoni alle tribù indiane, passando per Wrangel Island in Siberia e mostrando i Papoos di Irian Jaya e le lussureggianti paludi del Pantanal in Brasile.

Ed è proprio nel frame in cui si mostra un Salgado in compagnia della tribù Yali di Papua o l’amazzonica Zo’é che riconosciamo il ritratto più edificante dell’umanità, mentre la riforestazione dell’Instituto Terra suggerisce che questa ricchezza di popoli e ambiente non deve e non può andare perduta.

Credits:

Cover: Sebastião Salgado. Photo by Fernando Frazão/Agência Brasil, distributed under a CC BY 3.0 BR license via Wikimedia.

Immagine interna 1: Rio Jaú. Stato di Amazonas, Brasile, 2019. © Sebastião Salgado/Contrasto (gentilmente concessa da Contrastobooks e MAXXI)

Immagine interna 2: Arcipelago fluviale di Mariuá. Rio Negro. Stato di Amazonas, Brasile, 2019. © Sebastião Salgado/Contrasto (gentilmente concessa da Contrastobooks e MAXXI)

Immagine interna 3: Anavilhanas, isole boscose del Río Negro. Stato di Amazonas, Brasile, 2009. © Sebastião Salgado/Contrasto (gentilmente concessa da Contrastobooks e MAXXI)

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