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Ne Il Barone rampante Calvino ci insegna che la vera ribellione richiede disciplina

16 settembre 2020
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Agli inizi degli anni Cinquanta, Italo Calvino si era dato il proposito di scrivere un romanzo neorealista per suggerire ai suoi lettori una disamina dell'allora società italiana, intenta a ricostruire le sue basi politiche e culturali all'indomani dei disastri causati dalla seconda guerra mondiale. Nel 1952, però, l'ispirazione dello scrittore ligure prese un cambio di rotta che lo condusse sulle sponde del romanzo di fantasia, nacque così Il visconte dimezzato. La storia di Medardo di Terralba – colpito, durante la guerra con i turchi, da una palla di cannone e diviso in due esatte metà – si rivelò l'inizio di una trilogia dai toni fiabeschi in cui Calvino indagava il grande tema dell'identità.

La trilogia è composta da Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente: nel 1960 i tre romanzi vennero raccolti in un unico volume intitolato I nostri antenati. Da alcuni critici e studiosi, come Geno Pampaloni ed Emilio Cecchi, Il barone rampante – scritto da Calvino all'età di 33 anniè considerato il testo artisticamente più riuscito della triade, per la completezza del quadro storico in cui è inserita la narrazione e per la varietà dei temi trattati.

La storia inizia il 15 giugno del 1767 e racconta le vicende del giovane Cosimo Piovasco di Rondò, rampollo di una nobile famiglia ligure che all’età di dodici anni, in seguito a un litigio con i genitori per un piatto di lumache, si arrampica su un albero del giardino di casa per poi decidere di non scendervi mai più. Cosimo, fermamente convinto della sua scelta, si costruisce una propria vita sugli alberi, fatta di relazioni amorose, di studio e persino di incontri importanti, come quelli con il filosofo Voltaire e con l'imperatore Napoleone Bonaparte.

La storia di Cosimo è raccontata dal fratello minore Biagio. Questo espediente rende il romanzo, tra le righe, anche una meravigliosa apologia dell'amore fraterno. Due persone generate dagli stessi genitori – “ottimi [...] ma talmente distratti che noi due potemmo venir su quasi abbandonati a noi stessi” – crescono in maniera diametralmente opposta, con ambizioni diverse e abilità diverse: “La vita di Cosimo fu tanto fuori del comune, la mia così regolata e modesta”. Eppure Biagio, con amore, si assume il ruolo di testimone dell'eccentrica vita del fratello maggiore e lo fa mosso dalla stima che nutre per lui, perché riconosce un senso profondo nel coraggio che Cosimo ha dimostrato nel ribellarsi alle regole.

Il barone rampante è ambientato nel Settecento, nell'era che diede i natali al pensiero illuminista. Calvino, da grande conoscitore della filosofia, sceglie quest'epoca per ragionare sui valori illuministi e decide di racchiuderli nella figura del protagonista. Leonardo Sciascia, nel 1957, sulla rivista Il Ponte, commentò: “Il sonno della ragione genera mostri, scriveva Goya sotto una delle sue acqueforti e Cosimo è come una sentinella della ragione, vigile e scattante contro tutti i mostri della natura e della storia”. Italo Calvino conferma questa lettura nella prefazione che scrive, nel 1965, per un'edizione del testo dedicata alle scuole medie, in occasione della quale – nascondendosi dietro il nome di fantasia, Tonio Cavilla – analizza il suo romanzo simulando il distacco di un critico letterario.

“Il fatto di svolgersi nel secolo XVIII dapprincipio fornisce al libro solo uno scenario di maniera, poi l'Autore finisce per tuffarsi nel mondo che ha evocato, per proiettarsi nel Settecento”, scrive Calvino-Cavilla, “Il libro allora a tratti tende ad assomigliare a un libro scritto nel Settecento (a quel particolare genere di libro che fu il ‘racconto filosofico’, come il Candide di Voltaire o Jaques il fatalista di Diderot), e a tratti tende a diventare un libro sul Settecento”.

Sebbene nel prosieguo della prefazione Calvino – possiamo presumere per modestia – tenda a ridurre la portata filosofica del suo romanzo ritenendo di non poter competere con due maestri come Voltaire e Diderot, Il barone rampante è capace di esprimere una ricerca di senso e una profonda analisi sociale al pari delle opere letterarie dei due filosofi e come fu proprio del razionalismo settecentesco. “La prima lezione che potremmo trarre dal libro”, commenta Calvino-Cavilla, “è che la disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua a quella a cui si ribella”.

Nella prefazione a I nostri antenati, l'autore ligure, rivolgendosi a un pubblico adulto fu ancora più chiaro a proposito di Il barone rampante: “l'uomo completo… si identifica con colui che realizza una sua pienezza sottoponendosi a un'ardua e riduttiva disciplina volontaria”. Cosimo, rimanendo fedele alla sua scelta, trova un modo anticonvenzionale ma straordinariamente felice, di vivere l'esperienza umana e identifica se stesso nel rifiuto delle regole sociali, considerate immutabili solo per abitudine. La scelta di Cosimo, però, non comporta l'assenza di leggi, bensì l'instaurazione di norme nuove, attinenti alla sua visione del mondo e a cui lui si attiene con diligenza per tutta la vita.

Calvino rivelò di essersi identificato molto nella figura di Cosimo e negli anni i critici letterari hanno riconosciuto la riflessione implicita ne Il barone rampante sul ruolo degli intellettuali nella società italiana. “Chi vuol guardare bene la Terra, deve tenersi alla distanza necessaria”, l'autore ligure suggerisce agli intellettuali di non lasciarsi irretire dalle regole imposte e di coltivare con orgoglio e perseveranza la loro indole, solo così saranno capaci di dare un reale contributo alla cultura: “Solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini”, riflette Biagio dopo la morte di Cosimo. È sempre l'autore che asserisce: “È chiaro che oggi viviamo in un mondo di non eccentrici, di persone cui la semplice individualità è negata, tanto sono ridotte a una astratta somma di comportamenti prestabiliti. Il problema oggi non è ormai più della perdita d’una parte di sé stessi, è della perdita totale, del non esserci per nulla”.

Il barone rampante, però, non è un'apologia della vita eremitica. Cosimo coltiva un'esistenza ricca di relazioni e ne trae giovamento: “Capì questo: che le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone”. Anche l'amore è descritto, nella sua forma più pura e scevra dalle abitudini, come insostituibile occasione di crescita personale: “Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così”. La storia d'amore tra Cosimo e la sua vicina di casa, Viola, è un lungo percorso tortuoso che Calvino sceglie di far terminare quando lei persiste nelle sue infondate gelosie, perché “Non ci può essere amore se non si è se stessi con tutte le proprie forze”.

Nella prefazione alla raccolta I nostri antenati, Calvino scrisse anche: “Raccolgo in questo volume tre storie che hanno in comune il fatto di essere inverosimili e di svolgersi in epoche lontane e in paesi immaginari. Ho voluto farne una trilogia sul come realizzarsi esseri umani, tre gradi d’approccio alla libertà”, e aggiunge, “Vorrei che potessero essere guardate come un albero genealogico degli antenati dell’uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me stesso”.

Il barone rampante insegna la ricchezza insita in un punto di vista differente e l’importanza dell’imparare a riconoscere i meccanismi desueti della nostra società che, a volte, anche solo per pigrizia ci costringono a reiterare comportamenti sbagliati e nocivi. Nel mondo di oggi, è necessario ripensare a un cambiamento delle regole sociali, politiche e culturali che ci hanno guidato fino a questo punto. La riscoperta di Il barone rampante di Italo Calvino può essere d'ispirazione per trovare il coraggio di riscrivere un futuro che sia in grado di valorizzare l’individualità di ciascuno, con principi nuovi, mossi dalla prospettiva di godere delle possibilità che si possono trarre da un mondo più libero.

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