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Roald Dahl ha insegnato ai bambini a non aver paura dei libri

20 novembre 2020
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“Nel momento in cui diventi vecchio abbastanza per poter scrivere un libro per bambini sei adulto, e ti sei ormai dimenticato che cosa significhi essere un bambino”. Così Roald Dahl, in un’intervista del 1984, motivava le difficoltà generalmente incontrate da chi si occupa di narrativa per l’infanzia. Specificò, però, che la maturità ostacolava gli altri, ma non lui. Uomo dalla personalità eccentrica, “grazie a un puro colpo di fortuna” infatti, per tutta la durata della sua carriera letteraria, era riuscito a “rimanere in contatto con la sua mente di bambino”. E noi non possiamo che essergliene grati.

Dahl nacque il 13 settembre 1916 a Llandaff, in Galles, da genitori norvegesi. Il padre, Harald, era originario di una cittadina vicina all'attuale Oslo: trasferitosi nel Regno Unito per necessità economiche conobbe Marie – la sua prima moglie – e Sofie, poi madre di Roald. Il nome dell’autore rappresentava un tributo a Roald Amundsen, il norvegese che quattro anni prima era stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud. A differenza dell’omonimo esploratore, egli non potrà però ricordare con gioia quei primi decenni del secolo, segnati dalla morte della sorella maggiore, Astri, e da quella del padre. Nel pieno del dolore legato ai lutti familiari subì la rigida educazione dei collegi inglesi – la St Peter’s School prima e Repton poi – dove concluse gli studi, per poi decidere di non iscriversi all’università.

La vita del collegio non era esattamente il sogno di ogni studente, ma non si può dire che le sue giornate scorressero monotone. A proposito dei suoi vissuti adolescenziali, l’autore avrebbe in seguito dichiarato: “Durante la mia giovinezza, a scuola e subito dopo, mi sono successe una serie di cose che non ho mai dimenticato”. Le esperienze scolastiche furono per Dahl fonte inesauribile di avventure, sulle quali, nel 1984, avrebbe basato la sua autobiografia: Boy: storie d’infanzia. A onor del vero, nell’introduzione dell’opera egli ci tenne a precisare come “quella non fosse un’autobiografia”, poiché “non avrebbe mai scritto una storia su sé stesso”. Fortunatamente, le pagine successive dicono l’opposto. Nonostante l’apparente reticenza, in Boy Dahl ci racconta le sue origini, a partire dalla storia del padre, che perse un braccio all’età di quattordici anni a causa di un errore medico. Continua prendendosi gioco della sua stessa ingenuità, ragione per cui era solito credere a tutto ciò che gli raccontavano, anche che la liquirizia era in realtà "sangue di topo pressato” e che inghiottire le setole dello spazzolino da denti faceva venire l’appendicite. Narra di quando mise un topo morto nel barattolo di un’antipatica venditrice di caramelle (e per questo venne picchiato la prima volta) e passa in rassegna i momenti più salienti della sua vita fino al 1936. All’epoca l’autore, ormai ventenne, lavorava da due anni per la Shell Petroleum Company.

Essere impiegato presso una compagnia petrolifera permise al giovane Dahl di viaggiare per tutto l’impero britannico, in particolare nell’Africa Orientale. L’occasione si interruppe nel 1939 quando, con lo scoppio della seconda guerra mondiale, decise di arruolarsi nella Royal Air Force come aviatore. Nei mesi successivi volò in Kenya, in Libia e in Grecia: non si fermò nemmeno quando, nel 1940, esaurì il carburante e precipitò con il suo aereo nel deserto libico, incidente a seguito del quale riportò gravi ferite alla testa, al naso e alla schiena. Sei mesi più tardi prese parte alla battaglia di Atene: fu però uno dei suoi ultimi voli. Dopo essere stato rispedito per un breve periodo in Inghilterra, venne inviato a Washington, presso l’ambasciata britannica, nel ruolo di Wing Commander. Fu solo allora che, finalmente, ebbe inizio la sua attività di scrittore.

In realtà, Dahl aveva cominciato a scrivere durante la guerra, quando ancora lavorava per la Royal Air Force. E il retaggio delle sue esperienze di volo emerge prepotentemente nelle sue opere. In Shot down over Libya, suo primissimo articolo pubblicato per il Saturday Evening Post, l’autore raccontò i momenti drammatici vissuti durante il suo incidente aereo, vicenda che l’avrebbe fisicamente e psicologicamente segnato per il resto della vita. Nonostante si trattasse del suo esordio nel mondo dell’editoria, egli si rese conto di aver finalmente scoperto il suo talento. “Per la prima volta nella mia vita, sono stato totalmente assorbito da quello che stavo facendo. Sono tornato indietro nel tempo ed era come se mi trovassi ancora nel caldo deserto della Libia, con la sabbia bianca sotto i piedi” avrebbe dichiarato in Lucky Break: How I Became a Writer. Il pezzo sarebbe in seguito stato ripubblicato, con il titolo A Piece of Cake, nella raccolta Over to You: se all’inizio rappresentò solo la narrazione anonima di un evento che in quelle circostanze non si poteva definire infrequente, il successo arrivò nel 1942, con la pubblicazione del suo primo racconto di fantasia: I Gremlins.

“I miei giorni di volo erano appena finiti, e mi sentivo un po’ nostalgico dei combattimenti. Questi sentimenti si sono trasferiti nella storia. È la storia di queste piccole creature che creano problemi alla Royal Air Force, praticando buchi negli aerei e così via”. Fu così che, in un’intervista del 1990, Dahl descrisse i Gremlins, bestiole il cui nome, solo apparentemente neologistico, si rifaceva in realtà a quello degli spiritelli mitologici, esperti nel sabotaggio degli aeroplani, che appartenevano alla tradizione orale della Royal Air Force. “Non ho inventato la parola. Ma penso di essere stato il primo a usarla nella stampa”: l’autore riassume così lo stile avanguardistico che avrebbe accompagnato la dialettica di tutta la sua produzione letteraria. Con la stessa candida schiettezza, a chi nel 1990 gli chiese se I Gremlins fosse in origine destinato all’infanzia, rispose: “Non pensavo lo fosse, quando l'ho scritto. Il personaggio principale non è un bambino. Ma la Disney lo comprò e iniziò a trasformarlo in un film, e tutti iniziarono a pensarlo come una storia per bambini. È stato persino pubblicato come libro illustrato. Non la vedo ancora come una storia per bambini; era solo un piccolo esercizio”.

Il primo racconto volutamente destinato a un pubblico giovanissimo fu James e la pesca gigante, pubblicato solo nel 1961. Il motivo? “Scrivevo racconti brevi da quindici anni, poi ebbi dei figli. […] Continuavano a chiedermi storie, ed ero a corto di trame, così decisi di scrivere un libro per bambini”. Per l’esattezza, i figli erano cinque, avuti con Patricia Neal, un’attrice americana, che Dahl sposò nel 1953 e con cui rimase trent’anni. Nel 1960 il figlio neonato Theo venne coinvolto in un incidente automobilistico, a seguito del quale riportò una grave frattura cranica con conseguente idrocefalia: per salvarlo, Dahl contattò Stanley Wade, un produttore di giocattoli specializzato nella realizzazione di piccole pompe idrauliche che fornivano carburante ai motori dei modellini di aeroplani. Il connubio fra le sue competenze in meccanica e l’inestinguibile voglia di salvare il figlio lo spinse a progettare con Wade e Kenneth Till – un neurochirurgo infantile – l’innovativa valvola WDT. Si stima che circa tremila bambini in tutto il mondo abbiano beneficiato della valvola WDT fra il 1962 e il 1964 e i suoi inventori decisero di non trarne alcun profitto.

Nei suoi anni di vita americana, l’autore pubblicò successi che vanno da Gli Sporcelli a La Fabbrica di Cioccolato, opera che in cinque anni vendette più di 80mila copie e da cui venne tratto l’omonimo film, uscito nel 1971 per la regia di Mel Stuart. Ciononostante, la sua popolarità raggiunse il picco in Gran Bretagna, dove tornò con la seconda moglie Felicity “Liccy” Crosland e pubblicò Il GGG (1982), Le Streghe (1983) e Matilda (1988), vincitrice del Children’s Book Award nell’anno successivo. Matilda attirò però anche non poche critiche: lo accusarono di proporre ai bambini un modello di eroina altamente diseducativo, visto che la giovane protagonista si vendica degli adulti. Ma non avevano capito che, in quella come nelle altre sue opere, l’autore era semplicemente stato in grado di abbandonare il suo punto di vista, per assumere quello dei suoi lettori, i bambini, motivo per cui è ancora tanto amato.

Negli anni in cui si dedicò alla narrativa per l’infanzia, Dahl non perse mai di vista il suo ruolo di educatore. Era perfettamente consapevole del fatto che “un buon libro per bambini fa molto più che intrattenere. Insegna ai bambini l'uso delle parole, la gioia di giocare con il linguaggio”. Disposto a dismettere in ogni momento i panni dell’adulto, egli aveva però compreso che “solo una volta che i bambini riescono a leggere un libro e a goderselo, si rendono conto che i libri sono qualcosa che possono affrontare”. Era il 23 novembre 1990 quando Dahl morì di leucemia, nella sua amata Gipsy House, nel villaggio inglese di Great Misseden. Ci lasciò in eredità la sua missione: quella di “aiutare i bambini a non avere paura dei libri”.

Articolo di Elisa Berlin

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