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Architettura & Design
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Andrea Branzi, l’architetto e designer che ha fatto la storia in Italia

22 luglio 2020
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Il design in Italia ha assunto negli anni un ruolo importantissimo per l’economia nazionale – il settore rappresenta il 5% del Pil – e per il nostro prestigio internazionale. Se il design italiano nel mondo è considerato una garanzia di qualità, il merito è soprattutto dei grandi professionisti che in passato hanno sperimentato \nuovi linguaggi, tecniche e modi di coniugare i principi del mestiere. Tra questi c’è l’architetto Andrea Branzi, che ha cambiato la storia del design in Italia.

Branzi, nato a Firenze nel 1938, a quasi 82 anni è considerato tra i maggiori esponenti del design neomoderno, come ribadiscono i numerosi riconoscimenti che gli sono stati conferiti a livello nazionale e internazionale. Basti pensare che la sua tesi di laurea e numerosi progetti sono conservati presso il Centro Georges Pompidou di Parigi, nelle cui sale è stata inaugurata nel settembre 2017 una mostra permanente dedicata al suo lavoro.

Andrea Branzi è un intellettuale raffinato, i cui lavori esprimono l’ininterrotta ricerca che parte dall’osservazione della società e delle sue dinamiche per trovare una sintesi nei progetti a cui si dedica con passione dalla metà degli anni Sessanta. Con quale estro Branzi avrebbe affrontato il mondo del design lo si capì già nel 1964, quando insieme ai colleghi architetti Paolo Deganello, Massimo Morozzi e Gilberto Corretti fondò il collettivo Archizoom Associati, il primo gruppo di avanguardia noto in campo internazionale, con progetti oggi conservati presso il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma. Come scrive lo storico Marco Biraghi in Storia dell’architettura contemporanea 1945-2008, partendo dal presupposto che il mito dell'architettura come "creazione spaziale è dissolto, Archizoom aspira proprio a liberarsi dell'architettura”.

Il progetto Archizoom, a cui nel 1968 si uniscono anche i designer Dario e Lucia Bartolini, incarna perfettamente lo spirito del tempo in cui è  creato: il gruppo di amici e colleghi lavora per sovvertire le regole fino a quel momento considerate immutabili nel mondo dell’architettura e del design, con l’allegria e la spensieratezza tipiche della Pop-culture. Deganello, Morozzi, Corretti e Branzi si cimentano in diversi settori della creatività e della progettazione: dal disegno di oggetti, all'abbigliamento, dal design del mobile alle grandi proposte urbanistiche. Un lavoro imponente che si fa carico di interpretare gli ideali di una generazione che crede in un’umanità libera dai vincoli, anche quelli dell'architettura, ed è mossa dal desiderio di affermare concetti culturali alternativi.

“Qualcuno deve sempre gettare il panico se si vuole che il senso delle cose sia continuamente rivelato, se si vuole che le ore trascorrano in presa diretta con noi stessi o con quello che ci circonda, e anche se si vogliono rompere e rimescolare un po' gli organismi del potere”, scrive l’architetto Ettore Sottsass nel 1965 introducendo ai lettori il progetto Archizoom sulle pagine della rivista Domus. “Questa volta il panico lo getteranno gli Archizoom che sono dei bravi ragazzi abbastanza cattivi per non lasciarsi inibire dai vecchi discorsi”, prosegue Sottsass, “dagli affari complicati, dalle sistemazioni, dagli applausi che potrebbero anche accoglierli con facilità: cattivi al punto da cercare altri applausi e altro pubblico e da sopportare le inevitabili risate, le scrollate di spalle, gli occhi perplessi, i ‘non ci capisco niente’ oppure i ’sono degli esibizionisti’ e questo genere di cose”.

I loro lavori iniziali includono arredi ispirati alla Pop Art, come la “Safari Chair”, rivestita con pelli di animali esotici, o i “Dream Beds”, quattro progetti eccentrici che con i loro colori e le loro forme kitsch vogliono mettere in discussione qualsiasi preconcetto di buon gusto nelle case della classe media. Un altro oggetto d’arredo progettato con perfida ironia e spirito ribelle è la sedia "Mies", che prende il nome dall'iconico architetto e designer modernista. Branzi e i suoi colleghi utilizzano i tubi cromati di Mies, aggiungono i cuscini in pelle bovina di Le Corbusier e, come sintetizzato su Architizer, realizzano una sedia che “cercava di portare gli impulsi consumistici del modernismo a un estremo assurdo”. Nel 1966, in occasione della mostra intitolata “Superarchitettura”, allestita da Archizoom e Superstudio, molti di questi innovativi oggetti di design vengono presentati al grande pubblico. Come affermato nel Manifesto congiunto dei due progetti, "Superarchitettura è l'architettura di superproduzione, superconsumo, superinduzione da consumare, il supermercato, il superuomo, il super gas". Pop Art e consumo di massa: sono questi i due ingredienti dell’estetica elaborata da Archizoom e Superstudio con l'obiettivo di rovesciare l’eleganza tradizionale, sinonimo per i giovani architetti di staticità e ipocrisia.

Il progetto Archizoom dura poco, ma nel breve lasso di tempo che trascorre tra il 1966 e il 1974 Branzi e i suoi colleghi, criticando il sistema attraverso i suoi stessi simboli, lasciano un’impronta indelebile nel mondo del design. L’apice di questa esperienza è raggiunto con “No stop city”, un progetto-manifesto incompleto, ma ben argomentato che reinventa il concetto di città emancipandola dall’architettura. Andrea Branzi spiega che si tratta di “Una società liberata dalla sua stessa alienazione, emancipata dalle forme retoriche del socialismo umanitario e del progressivismo retorico: un'architettura che ha dato uno sguardo senza paura alla logica dell'industrialismo grigio, ateo e de-drammatizzato, dove la produzione di massa ha prodotto infiniti decori urbani".

La No Stop City è la proposta di una città consapevole della nuova modernità e che si interroga con spirito critico sui dogmi della moderna società: “[No stop city] vuole essere l’ideogramma della superficie terrestre con cui mostrare il destino di uno sviluppo capitalistico che è destinato, secondo gli Archizoom, a raggiungere la forma estrema e definitiva della città fabbrica”, scrive lo storico Roberto Gargiani in Archizoom Associati, 1966-74 - Dall’onda pop alla superficie neutra, “vuole mettere sotto gli occhi di tutti lo stato di fatto di un globo interamente urbanizzato dove non esiste più l’opposizione fra artificio e natura, fra città e campagna perché anche le zone più remote sono ormai raggiunte dai fenomeni della civiltà dei consumi, primo fra tutti l’inquinamento”.

No stop city è un mondo in cui gli edifici non hanno più il valore evocativo che gli antichi attribuivano loro e quindi, semplicemente, non servono più. In No stop city il design prevale sull’architettura, “che non ricerca più progetti definitivi, forti e concentrati, ma progetti provvisori, mobili e incompleti che possono cambiare adattandosi alla storia del tempo”. Il progetto ipotizza una città senza confini, illuminata artificialmente e provvista di aria condizionata. Gli Archizoom pensano anche a come arredare gli spazi pubblici e privati di questa città “liquida” e come vestire i suoi abitanti: mobili multifunzionali e vestiti con fibre artificiali.

Dopo la fine del progetto Archizoom, Branzi continua il suo percorso al quale aggiunge l’insegnamento: fonda così – insieme alla famiglia Mazzocchi e allo stilista Gianfranco Ferrè – Domus Academy, la prima scuola internazionale post-laurea di design. “Si insegna per imparare”, ha dichiarato in un’intervista recente in cui racconta il percorso che lo ha portato ad avere una cattedra anche al Politecnico di Milano, “Non mi ha mai interessato insegnare il ‘progetto’, ma formare dei ‘progettisti’ (che è una cosa completamente diversa), valorizzando la loro identità e la loro diversità”.

Andrea Branzi continua quindi la sua ricerca stilistica e ideologica, è autore di numerosi libri sulla storia e la teoria del design, ha curato numerose mostre di questo settore in Italia e all’estero e nel 1994 ha ricevuto il Compasso d’Oro alla carriera, ulteriore conferma che storia del design italiano non può prescindere da Andrea Branzi e dalla sua esperienza con il collettivo Archizoom. Conoscere questo patrimonio artistico, fatto di progetti, manufatti, arredi e idee, è la chiave necessaria per apprezzare fino in fondo il valore che viene evocato quando si parla di  “design italiano”.

Fotografie: Courtesy Studio Andrea Branzi

Foto in copertina Artribune

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