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Abatantuono, Teocoli, Albanese. La grande Milano da bere della risata.

25 marzo 2019
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A pochi passi dallo stadio San Siro, in uno scantinato di via Monte Rosa 81, si trova un crocevia di artisti randagi che cercano di sbarcare il lunario: personalità dello spettacolo, malavitosi, impresari, prostitute e gente comune, riunite dalla volontà di farsi una sana risata. La vicinanza con lo stadio ne ha influenzato il nome, ma il Derby è entrato nel ricordo dei milanesi grazie ai comici che ha lanciato, come Diego Abatantuono, Paolo Rossi e Claudio Bisio.

Il locale nasce agli inizi degli anni Sessanta: in città c’è fermento, è un’epoca d’oro per Milano e non solo. Il boom economico attira lavoratori da tutta Italia, richiamati da un posto sicuro in fabbrica e dalla prospettiva di un futuro migliore. L’Italia del miracolo cresce a ritmi sorprendenti, il benessere si estende ad ampie fasce della popolazione e in tutte le case arrivano il frigorifero e il televisore. Salvatore Quasimodo ha appena vinto il Nobel per la letteratura, Emilio Segrè quello per la fisica, La Grande Guerra di Monicelli si è aggiudicato il Leone d’oro al festival di Venezia ex aequo con Il generale Della Rovere di Rossellini. Persino la lira viene insignita di un Oscar delle monete dal Financial Times come valuta più solida dell’epoca. Nel frattempo la Milano del calcio vince tutto quello che è possibile vincere: è la grande Inter di Mazzola, Facchetti e Suarez che riesce a portare per due volte sotto la Madonnina la coppa dalle grandi orecchie.

È in quest’atmosfera che fa il suo esordio sul palco Enzo Jannacci, ai tempi studente di medicina che si esibisce nei piccoli cabaret della città per racimolare qualche soldo. Lo nota un certo Dario Fo, che, dopo averlo invitato a casa, gli fa sentire alcune canzoni composte da lui. Jannacci tentenna, ma Fo lo coinvolge in quello che diventerà un grande sodalizio artistico. Nascono così “Ho visto un re”, “l’Armando”, “Il primo furto non si scorda mai”, canzoni ironiche e teatrali che raccontano la storia di disperati con quella vena satirica che sarà una delle caratteristiche comuni a molti comici del gruppo del Derby, come Giorgio Gaber, che con Jannacci fonderà i due corsari. Ma lo storico locale non è fatto solo da attori o showman in cerca di gloria; il Derby, negli anni Sessanta, vuol dire soprattutto buona musica. Succede che si esibiscano jazzisti di fama internazionale dal calibro di John Coltrane e Quincy Jones di fronte a un pubblico composto da Mina, Rivera e Bettino Craxi.

Con gli anni Settanta si apre il periodo della Milano calibro 9 (film di Fernando Di Leo del 1972), una città sommersa dal piombo delle pallottole, dove la sicurezza è minacciata dai sequestri, dagli scontri armati e dalle manifestazioni di piazza. Da un lato i terroristi, dall’altro le bande criminali che cercano di accaparrarsi nuovi mercati in città. Una su tutte la banda della Comasina di Renato Vallanzasca. Ma Milano è ancora una città fatta di ferramenta, drogherie, edicolanti, trattorie e periferia industriale. È una città più vicina al passato che al futuro, rappresentato da quegli anni Ottanta che sconvolgeranno architettura e costumi dei suoi abitanti. Forse è proprio grazie a quell’atmosfera tetra, nebbiosa e austera, con il Duomo annerito dallo smog, che alcuni giovani sentono la necessità di evadere dal grigiore della quotidianità. Il risultato è una raffica di vitalità, che in pochi anni porta sul palcoscenico del Derby personaggi eccentrici, capaci di creare situazioni grottesche e surreali: Teo Teocoli, cantante de I Quelli, band che in seguito diventerà niente meno che la PFM, Premiata Forneria Marconi; Diego Abatantuono, che fa qui il suo esordio, raccomandato dalla madre che vi lavora come guardarobiera e che dopo i suoi spettacoli finge di non conoscerlo per la vergogna dei primi sketch, in cui recita la parte del “terrunciello”; Paolo Rossi, che rischia di essere linciato per aver rubato una battuta a Giorgio Faletti. È al Derby che esordiscono anche Giovanni Storti e Aldo Baglio, un duo destinato a diventare un famoso trio qualche anno più tardi, dopo l’aggiunta di Giacomo Poretti, all’epoca infermiere. E Antonio Albanese, che, in omaggio alla provincia tra Como e Lecco, inventerà l’ing. Perego, personaggio ispirato allo stereotipo dell’industriale della Brianza ossessionato dal lavoro, con l’ambizione di costruire un capannone in eternit più grande di quello del padre.

Negli Ottanta, tra pubblicità di amari e sfavillanti insegne al neon che dominano le vie del centro, la rivoluzione ha perso, cadono i vecchi ruoli e si afferma trionfale il consumismo: è l’epoca della Milano da bere. La gente si riversa per le strade con la voglia di divertirsi e non si nasconde più dietro al rigore dell’ideologia. Ma soprattutto è l’epoca delle televisioni private che con i loro programmi contribuiranno a cambiare il modello culturale degli italiani. L’ascesa della televisione coinciderà con la crisi del Derby. Le emittenti via cavo offrono una fama e un cachet che lo storico locale della periferia milanese non può permettersi e così, uno dopo l’altro, i comici se ne vanno e il locale è sempre meno frequentato dalle personalità dello spettacolo che ora preferiscono i nuovi locali alla moda. Dopo anni di lento declino il locale chiuderà definitivamente i battenti nel 1985.

Erede del Derby sarà lo Zelig, locale della periferia nord della città sotto la direzione artistica di Gino e Michele (al secolo Luigi Vignali e Michele Mozzati) e di un giovane Gabriele Salvatores, regista e fondatore del Teatro dell’Elfo, che si affiderà a dei comici emergenti mantenendo la vocazione cabarettistica del Derby. Tra di loro c’è un gruppo di amici che sta creando fermento nella scena teatrale del momento, tra cui alcuni degli ultimi esordienti del Derby: Paolo Rossi, Antonio Albanese, Claudio Bisio, Silvio Orlando, Gigio Alberti, Raul Cremona e Angela Finocchiaro. La formula è la stessa: un piccolo palco e lo stesso copione imbevuto di ironia – quando c’è un copione. È un successo: la serata inaugurale registra 5mila paganti. Claudio Bisio raggiungerà un successo clamoroso con la memorabile Rapput, canzone scritta a quattro mani con Rocco Tanica (Elio e le storie tese) e recitata solo con una chitarra.

Il locale diventa una palestra indispensabile per lanciare comici di qualità e nel 1996 firma un contratto con Italia Uno per trasmettere in prima serata lo spettacolo settimanale dello Zelig. Inizialmente il formato funziona, ma i tempi televisivi costringeranno i comici a tagliare i loro spettacoli, con due conseguenze principali. La prima è quella di omologarsi. La seconda è più sottile: lo spettacolo ora trasmesso sul piccolo schermo ha la capacità di determinare in breve tempo il successo o meno di un comico, a seconda del gradimento del pubblico. Oltre alla rapidità, anche i nuovi concetti di audience e pubblicità contribuiranno a ridurre l’originalità in favore di una rassicurante uniformità di scena. Il risultato è un costante declino dei contenuti.

In quegli anni è storico anche il programma Mai dire, condotto dalla Gialappa’s Band e dal Mago Forest, che aggrega improbabili situazioni nonsense e farà la fortuna di molti attori. Il gruppo Elio e le storie tese sarà il collante dello show, di cui curerà le sigle per varie edizioni. Il segreto del successo del programma è quello di proporre imitazioni, parodie e sketch originali, prima legati al mondo del calcio e poi estesi a politica e costume, in un infinito alternarsi di personaggi assurdi commentati dalle voci fuori campo della Gialappa’s. Fabio De Luigi dà vita all’ingegner Cane, a Bum Bum Picozza, a Guastardo della Radica (improbabile nobiluomo-editore che auspica una restaurazione dei costumi in favore di un cameratismo d’altri tempi), e offre imitazioni indimenticabili, da Carlo Lucarelli all’on. Calderoli. Maurizio Crozza imita Arrigo Sacchi, Daniele Luttazzi interpreta il professor Fontecedro. Anche Antonio Albanese e Aldo, Giovanni e Giacomo inventano personaggi diventati iconici con i loro tormentoni. Cetto La Qualunque, Alex Drastico, i sardi, solo per citarne alcuni.

Anche quella parentesi si chiude e il Derby, il primo Zelig e Mai dire lasciano un vuoto che forse non è stato più colmato. Il Derby, in particolare, con i suoi attori compagnoni e un po’ tristi, rimarrà uno spazio storico che ha fatto da apripista alle realtà che hanno accolto la risata milanese. Un luogo dove si percepiva che, parafrasando Capossela, “L’arte è cosa sacra e seria da salvar”, e i suoi eroi erano gente suonata affascinata da quel modo di fare commedia.

Autore: Lorenzo Foti

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