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Ali vs Foreman, l’arte di non arrendersi

18 marzo 2022

Nel 1974, alla conferenza stampa prima dell’incontro con George Foreman, Muhammad Ali tirò su un vero e proprio spettacolo di cabaret. Era difficile pensare che un ex campione del mondo dei pesi massimi, uno che nella vita per campare tirava pugni all’avversario, avesse una verve del genere. Ma lui era Muhammad Ali e i giornalisti sapevano com’era fatto.

Qualche volta, davanti alle sue spacconate, gli dicevano: “Fossi in te starei zitto”, e lui col sorriso rispondeva: “Lo sai che è impossibile”. E così quel giorno cominciò il suo spettacolo dicendo che era più forte e più grosso che mai, che avrebbe battuto il campione del mondo dei massimi, anzi, che lo avrebbe mandato in pensione. “Ho combattuto con un alligatore, ho sconfitto una balena… la settimana scorsa ho mandato all'ospedale un mattone”, i giornalisti facevano andare le penne per non perdere nemmeno una battuta. “Sono talmente veloce che ieri sera ho spento l’interruttore della luce ed ero al letto prima che la stanza fosse buia”, e tutti giù a ridere. Ali, col pugno chiuso davanti al viso: “lo so che preferite Foreman, ma quello non ha scampo”.

Si alzò in piedi e cominciò a imitare una mummia dicendo che il suo avversario sul ring si muoveva proprio in quel modo sgraziato.

Il che, ovviamente, non era vero. Era solo una pantomima architettata da un atleta che aveva fatto dello spettacolo la sua cifra stilistica. Sulla carta, George Foreman non solo era più forte di Muhammad Ali, la differenza tra i due era schiacciante. E questo lo dicevano le statistiche, i numeri, i match. Ali le aveva prese da Joe Frazier e da Ken Norton; Foreman li aveva annientati. Il suo pugno era stato definito "sovrumano": aveva messo al tappeto Joe Frazier sette volte prima di alzare la cintura del campione al cielo. Nel match successivo aveva liquidato Norton in due round. Due. Lo avevano soprannominato “killer”.

L’eroe che non aveva paura

Sì, lo so, quel bestione mette paura a chiunque” ammise Ali. Ma lui non aveva mai avuto paura, nemmeno quando avrebbe dovuto. I pronostici lo davano per sfavorito: la sua vittoria contro Foreman era quotata 3 a 1. La gente pensava fosse impossibile per lui vincere contro quella forza della natura, quella slavina che metteva KO tutti gli altri pugili in meno di tre round. Foreman era il futuro, aveva 25 anni e una brillante carriera davanti; Ali era il passato e per molti quello era il match che avrebbe segnato il ritiro ufficiale dalle scene, una sorta di incontro celebrativo per salutare una carriera folgorante. Sì, una carriera folgorante in cui gli ultimi anni erano stati un disastro.

Nel 1967 Ali era stato condannato per renitenza alla leva dalla Corte Federale di Houston. Cinque anni di carcere e 10.000 dollari di multa. Il favore del pubblico americano, specialmente quello più conservatore, si era polverizzato per via delle sue dichiarazioni anti americane, per il rifiuto di arruolarsi e partire per il Vietnam (disse che in fin dei conti i vietcong non gli avevano mai fatto niente di male) e per via della scelta di cambiare il nome dall’americano Cassius Clay a Muhammad Ali. Non si era mai visto un atleta tanto incurante della sua carriera, così spregiudicato nelle sue decisioni da mettere a rischio l’amore atavico che il pubblico prova per un campione. “Alcuni dicono che parlo troppo, ma so quello che dico” specificò in un intervista. Pur dando per buona la sua consapevolezza, quello che aveva detto e fatto lo aveva tenuto lontano dalla boxe per tre anni. E in quei tre anni di cose ne erano cambiate parecchie. Così, tornato sul ring, Ali aveva conosciuto le prime due sconfitte della sua carriera: nel 1971 quella contro Frazier; nel 1973 quella contro Ken Norton.

The Rumble in the Jungle

Dal momento che Foreman aveva sconfitto le due nemesi di Ali, il passo successivo fu inevitabile.

Il presidente dello Zaire, Mobutu Sese Seko, aveva messo sul piatto dieci milioni di dollari, cinque per ogni campione, purché andassero a combattere a Kinshasa. L’evento era stato chiamato The Rumble in the Jungle.

In Zaire il favore del pubblico era tutto per Ali: lui era un afroamericano che aveva combattuto per i suoi diritti e che aveva fatto scelte sconsiderate ma coraggiose. Non c’era un singolo africano che tifasse per George Foreman. Foreman rappresentava l’America: era grande e potente come gli States, un gigante in confronto a tutti gli altri campioni come Frazier e, ovviamente anche in confronto ad Ali. Norman Mailer, che scrisse uno splendido libro sull’evento intitolato “The Fight”, disse:

Foreman che colpisce un sacco è uno dei ricordi più incredibili di tutta la mia vita. Come se nessuno dei pugili che avevo visto allenarsi sapesse colpire. Nessuno era come lui”.

Ali d’altro canto portava avanti il suo show, concedeva interviste mentre saltava la corda e intanto continuava a lodarsi. “Lui è il toro, io il matador”. Ne era sicuro o forse lo ripeteva così spesso perché tentava di convincersi, lui e tutti gli altri che invece continuavano a remargli contro. Perfino per i giornalisti sportivi, che adoravano il suo personaggio perché praticamente si scriveva da solo, perfino secondo loro Ali non aveva nessuna possibilità. Avevano scritto che sarebbe andato giù al quinto o al massimo al sesto round. Tanto sarebbe durata ancora la carriera di Muhammad Ali.

L’arte di non arrendersi

Il micidiale diretto al viso che mise al tappeto George Foreman, invece, partì esattamente all’ottavo round.

L’incontro era iniziato alle quattro del mattino ora locale, per fare in modo che venisse trasmesso negli Stati Uniti in prima serata. Era il 30 ottobre 1974. Nello spogliatoio di Ali l’atmosfera era funerea. Un silenzio assoluto che indirettamente comunicava a tutti i presenti, allenatori, giornalisti, e Ali stesso, qual era il risultato che ci si aspettava. Fu il campione a risollevare gli animi con una frase che, in breve, raccontava già tutto ciò che avrebbe fatto durante l’incontro: “Ballerò e lui diventerà matto per questo”.

Alla fine del primo round però le cose si erano messe male per Ali: aveva portato qualche colpo coraggioso, ma aveva anche avuto modo di verificare sulla sua pelle, anzi sulla sua faccia, che Foreman era più forte, più preparato e forse aveva anche più voglia di vincere. Tanto che durante il secondo round tutti pensarono che il match sarebbe finito lì: Foreman aveva inchiodato Ali alle corde, lo tempestava di colpi e quando Muhammad cercava di tornare a danzare, lo spingeva di nuovo all’angolo. Tutti aspettavano solamente il colpo di grazia. Al secondo round, ben prima dei cinque che la stampa aveva benevolmente concesso ad Ali. Era un incontro a senso unico: Foreman picchiava e Ali incassava, sempre sul punto di andare al tappeto.

A metà del quinto round Foreman era sfinito, non ce la faceva più. Tutte le bordate che aveva tirato, quei colpi sovrumani che avevano abbattuto i giganti, ormai erano carezze. Allungava stanco le braccia, cercava di acchiappare quel furetto che dall’altra parte continuava ad evitare ogni colpo, a incassare, stoico. Che gli sussurrava all’orecchio: “mi deludi, George, stai colpendo meno forte del solito”. Poi, con la ferocia di un serpente, Alì scattò diretto al volto dell’avversario. Foreman sorpreso dall’iniziativa vacillò e cominciò a mulinare le braccia per respingerlo. Ali si abbassò e colpì ancora. Il pubblico era incredulo e urlò di gioia davanti a quel guizzo che aveva trasformato un match già scritto.

Servirono altri tre round per decidere il destino dell’incontro. Foreman continuò a colpire impreciso come un’ape impazzita. Alì continuò a incassare, a schivare, a muoversi. Alla fine dell’ottavo round del Foreman dell’inizio era rimasto ben poco. Ali invece era sempre lì, solido come una parete di roccia. All’ennesimo pugno tirato senza più un briciolo di forza, Alì schivò e lasciò partire una scarica di diretti micidiali al viso di Foreman. Lui barcollò, il pubblico trattenne il fiato. Alì alzò il pugno come se volesse far partire un altro colpo ma poi si bloccò perché il gigante, George Foreman, finì faccia a terra. Tentò di rialzarsi ma l’incontro era finito, il toro era stato domato.

Alì alzò le braccia al cielo. Il pubblico estasiato urlava: “Ali, Boma Ye!”, Ali, distruggilo. E lui l’aveva fatto. Muhammad Ali non era ancora finito e forse, dopo quel match che definire il più importante della storia della boxe è perfino riduttivo, non sarebbe finito mai. Aveva insegnato al mondo intero l’arte di non arrendersi.

In cover Foreman tira golpe a Clay, El Grafico. Distributed under a CC-BY 2.0 license on Wikimedia
Immagine interna 1: George Foreman 1974c, Associated Press. Distributed under a CC-BY 2.0 license on Wikimedia
Immagine interna 2: Joe e Martin Cassius Clay 1960, The Courier Journal. Distributed under a CC-BY 2.0 license on Wikimedia

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