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Food & Wine
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Nelle cantine dello Chateau d’Yquem, dove nasce uno dei vini migliori (e più cari) del mondo

06 marzo 2018

Nel 1992 dal castello di Yquem non uscì neppure una bottiglia. Troppo scarsa la qualità delle uve, che vennero tutte rivendute ai “negociants”. Accade qualcosa di simile nel 1978, giusto 40 anni fa, quando venne rivenduto l’85% delle uve.

Anche da queste cose si giudica una leggenda. E il vino prodotto a Chateau d’Yquem lo è, oltre a essere il vino dolce (in Italia si direbbe da dessert, ma così non è) più famoso al mondo. Cosa significhi saltare un’annata (è accaduto anche nel 2012) è presto detto: perdere 100mila bottiglie e un fatturato da 25 milioni di euro l’anno. Un danno di poco conto in realtà, un’inezia, se si guarda ai numeri del suo produttore. Che altri non è che Bernard Pinault, patron del gruppo del lusso Lvhm(Louis Vitton-Hennesy-Moet), che ha preso in eredità l’azienda del marchese Alexandre de Lur-Saluces, a capo di Château d’Yquem dal 1968.

Con la nuova proprietà il castello nel Bordeaux meridionale è stato aperto da non molto al pubblico degli appassionati. Una sorta di profanazione del Sancta Sanctorum? Ma no, il mondo cambia e nuovi pubblici avanzano. E non a caso la Francia è la prima destinazione turistica del pianeta. Tre le possibili visite guidate alle cantine, divise in tre orari. Poco più vasta l’offerta di degustazione del mitico nettare. Il prezzo è decisamente abbordabile (visita più degustazione: 75 euro) e giusto, visto che in fondo si tratta di un mito del vino.

Tutto fa di Yquem un luogo ed un vino unico. Per chi sa un po’ di enologia, si inizia con le rese: 7 quintali e mezzo per ognuno dei 111 ettari abbarbicati sulla collina, dominata dal castello. Rese bassissime (una pianta produce al  massimo una bottiglia) con il famoso problema della vendemmia che dura a lungo. E qui entra in campo la Botrytis cinerea, detta dai francesi pourriture noble, in italiano muffa nobile. Attacca gli acini ma un poco alla volta, quindi bisogna fare più passaggi per cogliere i chicchi che sono surmaturi, attaccati dalla Botrytis, figlia di un clima tutto particolare che provoca quella nebbia mattutina indispensabile per provocare la muffa sull’uva.

I vendemmiatori sono oltre 130 e le barrique (le botti da 225 litri) sempre nuove, perchè il sentore di legno (boisé si dice) col tempo si perde per un vino che può essere ottimo anche dopo mezzo secolo in bottiglia (e anche di più).  Da qui il perché il vino sia così caro ed esclusivo. Da qui anche il motivo per cui nel Dopoguerra (e fino agli anni Ottanta) Yquem è stato l’unico fra i Sauternes a reggere prezzi e mercato mentre tutti i cugini crollavano sulla scena internazionale. La sua qualità assoluta gli ha permesso di non sentire e di uscire dalla crisi.

Yquem è amato particolarmente dalla nobiltà russa ma anche quella inglese. È nota la passione della Gran Bretagna per i vini da meditazione: sono stati proprio gli inglesi d’altronde ad aver scoperto il Marsala in Sicilia, il Porto e altri vini come Madeira e Jerez.

Tutte grandi bottiglie, per carità, ma nessuna al livello di Yquem, autentico re nel rapporto complicato fra zucchero e acidità. Se esiste un vino che riesce forse a tenergli testa, quello è il TokajiEssenczia, prodotto nella regione ungherese che confina con l’Ucraina, ma la sua diffusione è limitatissima.

Una fama, quella di Yqeum, che è precedente anche al 1855, l’anno della famosa classificazione dei Grand Crù di Bordeaux, nella quale comparve come Unico Premier Cru fra i bianchi.

Le grandi bottiglie (ma esiste anche la “mezzena”) di Yqeum non sono adatte ad un brindisi di fine pasto. Meglio semmai puntare decisi all’abbinamento con un grande piatto di foie gras oppure con un formaggio vaccino maturo, come un francesissimo Reblochon di Savoia (oggi la produzione si è allargata al versante italiano delle Alpi). Oppure ancora con un erborinato di grande valore: uno Stilton o un gorgonzola di Novara.

Se poi visiti i siti che raccolgono notizie su questo vino, non ti sorprendere di scoprire che sia stato il preferito da Hannibal Lecter (Il Silenzio degli innocenti), grande appassionato di fegato (ma non di vitello…). O che sia stato citato anche da Umberto Eco nel suo“Il Cimitero di Praga”. E la lista, letteraria e cinematografica, sarebbe ancora più lunga. Meglio berlo.

In cover il castello d’Yquem, in Francia.
Fonte: 1234.

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