Letture
7 minuti
Musica
Musica

Richter: l’ansia da palcoscenico e l’aragosta nella scatola. La bizzarra vicenda di uno dei più grandi pianisti del Novecento

05 dicembre 2019
autore:

Svjatoslav Teofilovič Richter è stato uno dei più importanti pianisti del Novecento. Nacque in Ucraina da due genitori russi di origini tedesche: la madre apparteneva a una famiglia nobile, mentre il padre era pianista. Prima di scoprire le sue straordinarie doti musicali Svjatoslav si era dedicato alla pittura – inclinazione artistica tramite la quale non smetterà mai di esprimersi – dipingendo quadri per tutta la vita. Al pianoforte si era avvicinato da autodidatta in tenera età grazie alla grande capacità di lettura musicale a prima vista di cui era dotato e alla passione del padre. Quando tenne il suo primo concerto pubblico, a Odessa, non aveva ancora iniziato formalmente gli studi. Entrò al Conservatorio di Mosca come giovane prodigio, saltando l'esame di ammissione. Il suo maestro, Heinrich Neuhausaveva descritto Richter come “lo studente geniale che aveva aspettato per tutta la vita”.

Ormai in carriera, suonava di tutto. Bach, Mozart, Beethoven, Shostakovich, Prokofiev. Con le sue dita abbracciava una dodicesima sulla tastiera. Un'incommensurabile capacità mnemonica, lo sterminato repertorio e la tecnica virtuosistica di cui era dotato gli hanno permesso di diventare celebre per le sue performance. La sua vita fu però anche attraversata da un periodo particolarmente buio nel quale soffrì di depressione, allucinazioni uditive e di un disturbo ossessivo che lo portò a credere di non saper più suonare senza tenersi vicino un’aragosta di plastica che portava con sé ovunque in una scatola.

“Oggi molti ascoltatori sembrano attribuire grande importanza alla qualità tecnica di una registrazione,” racconta lo stesso Richter a Bruno Monsaingeon, regista e autore di un'opera dedicata alla sua vita straordinaria, “Penso che questo accada perché è qualcosa che loro capiscono e per cui si preoccupano di più che della musica. Sono semplicemente incapaci di apprezzare il vero valore di un'interpretazione. È il riflesso di questo secolo, con la sua preoccupazione per le macchine e la tecnologia. Le persone sono più lontane che mai dalla natura e dai veri sentimenti umani e si stanno gradualmente trasformando in macchine stesse".

All'opposto di Glenn Gould, che smise di suonare in pubblico all'età di 31 anni, in preda a una fobia da palcoscenico e a una mania di perfezionismo che lo costrinsero a rifugiarsi in studio di registrazione, Richter voleva sempre e solo esibirsi e registrare dal vivo.

Quando Gould gli offrì di fare insieme una registrazione in studio di cui lui stesso sarebbe stato il produttore, Richter, che non aveva alcuna intenzione di andare in America, disse che avrebbe accettato solo a condizione di poter ospitare un recital del pianista canadese al suo Festival di Tours. Cosa che naturalmente non accadde mai, visto il terrore che Gould aveva sviluppato per il pubblico.

Proprio la proposta di Gould al pianista sovietico spinse l'autore e regista Bruno Monsaingeon a un incontro con Richter nel quale l'artista gli raccontò del periodo di depressione che aveva passato e della sua ossessione per l'aragosta di plastica che l'accompagnava ovunque. Il periodo antecede di poco gli ultimi 20 anni della vita del pianista (Richter morì il 1 agosto del 1997 a Mosca). L'assurda ossessione per l'animaletto di plastica arrivò nel 1974 e durò quasi un anno. Nella sua narrazione, Monsaingeon include alcune interviste in cui Richter parla del male oscuro che lo colpì: “Ho conosciuto periodi di depressione cronica, il più grave dei quali è stato nel 1974,“ racconta il pianista, “Era impossibile per me vivere senza un'aragosta di plastica che portavo con me ovunque, lasciandola solo nel momento in cui salivo sul palco”. L'idea era molto semplice quanto angosciante: tutta quella miriade di note sarebbe scomparsa dalla sua testa e dalle sue mani se si fosse separato dal suo amuleto apotropaico.

Infinitamente suggestiva e particolarissima, la storia dell'aragosta ha interessato anche l'ex cronista del New York Times Edward Rothstein, autore di Allegro con Plastic Lobster nel quale scrive: "Richter era schiavo di ossessioni. Era tormentato da una ‘memoria terrificante e non selettiva’: poteva ricordare il nome di ogni persona che incontrava e perdeva il sonno quando uno gli sfuggiva. Era quasi impazzito da una melodia ronzante nella sua testa, che alla fine ha fatto risalire al suo amore infantile per la Vocalise di Rachmaninoff.

Ma perché proprio l'aragosta? Il pianista in quel periodo stava girando il Giappone con un recital che aveva come programma le ultime sonate di Beethoven: la 109, la 110 e la 111, considerate tra i brani pianistici più difficili e impegnativi che Beethoven scrisse. Secondo lo scrittore danese Karl Aage Rasmussen, autore di un'opera sulla vita dell'artista, l’incredibile difficoltà tecnica della sonata 106, la "Hammerklavier", fra le più lunghe scritte da Beethoven, coincise e contribuì per Richter all'inizio dei suoi malesseri. Nel 1974, il pianista smise di comunicare e di suonare, cancellando tre mesi di concerti già fissati fino a quando tornò di nuovo a esibirsi ad aprile a Mosca. A settembre, Richter parlò per la prima volta della sua mania per l'aragosta in una lettera indirizzata alla zia Dagmar, illustratrice e autrice di racconti per bambini che lo aveva cresciuto.Nello scritto si servì dei nomi che aveva inventato per sé e per la zia in una commedia romantica chiamata Dora che scrisse all'età di 9 anni. A ormai 60 anni compiuti, nello scritto si dichiara ancora lo stesso “Reginald” (nome inventato per sé nella commedia) di quando aveva cinque o sei anni e viveva a Zhitomir. “Innanzitutto mi sono svegliato molto presto stamattina,” scrive alla zia, “[...] o forse la mia aragosta mi ha svegliato. Ora si siede davanti a me alla piccola scrivania e mi sta aiutando. Lei è grande e amichevole. La uso principalmente per spaventare la gente in Italia dall'interno dell'auto. Faccio finta che stia per attaccarli e morderli. Ora è il mio giocattolo preferito, perché dopo la mia malattia sento un desiderio travolgente di fare lo sciocco”. L'aragosta, sintomo di una stabilità mentale evidentemente vacillante di cui però il pianista faceva autoironia, era quindi la sua stessa cura? Richter ne aveva bisogno e lo ammetteva. In quel periodo non c'era esibizione in cui potesse farne a meno e a quanto pare ci scherzava sopra.

L'aragosta rappresenta la sensazione di non potersi esibire, di non poter suonare il pianoforte senza questo qualcosa in più. Secondo Monsaingeon, autore e regista delle biografie di molti artisti dediti alla musica, questo genere di insicurezze davanti al pubblico colpisce soprattutto i pianisti: “Trovo che ci sia un'enorme differenza tra persone che vogliono suonare il violino, che vogliono suonare il pianoforte o che vogliono diventare cantanti,” ha dichiarato in una intervista rilasciata al New York Times. “C'è sempre qualcosa di diverso nei pianisti, in particolare, quando si tratta di dover affrontare i problemi psicologici. Per tutti loro, tranne naturalmente Glenn Gould, che ha deciso di imboccare una strada diversa e di non esibirsi in pubblico (una decisione molto saggia), c'è il problema di dover affrontare il pubblico”.

Nonostante non gli mancassero né le doti musicali necessarie per esibirsi, Richter, come altri grandi pianisti, è stato colpito da un malessere di carattere psichico che ha reso la sua carriera più difficile di come avrebbe potuto essere, visto il talento indiscutibile di cui era dotato. Nonostante tutto a lui le cose sono andate abbastanza bene. Il periodo dell'aragosta è durato poco e non gli ha comunque impedito completamente di suonare, cosa che invece è accaduta ad altri grandi della tastiera (pensiamo ad esempio a Vladimir Horowitz o allo stesso Gould) che hanno dovuto abbandonare le sale da concerto per periodi molto lunghi o per sempre. C'è chi ha sofferto di attacchi di panico e ansia da palcoscenico, chi di manie di perfezionismo e chi di ossessioni, proprio come quelle di Richter. C'è quindi qualcosa che rende gli artisti più vulnerabili alla malattia mentale. Forse la loro fragilità, figlia della maggiore sensibilità che possiedono, va di pari passo con l'enorme potenziale di cui sono dotati.

Articolo di Sofia Rossi

 

Vuoi informazioni sulla nostra consulenza e sui nostri servizi?

Naviga il sito e vedi tutti i contenuti di tuo interesse