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Sisters with Transistors è la storia delle donne invisibili che hanno rivoluzionato la musica elettronica

23 febbraio 2021
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Quella della musica elettronica viene spesso erroneamente considerata una storia prettamente maschile. Basti pensare a quali sono stati i nomi più chiacchierati della scena negli ultimi anni, da Four Tet ad Aphex Twin, e poi ancora Nils Frahm, Jon Hopkins, Nicolas Jaar, Ólafur Arnalds, il “collettivo” tedesco dei Moderat, gli Autechre, e tanti altri. I nomi oggi più noti al grande pubblico sono soprattutto quelli di musicisti maschi, ma in questa scena esistono anche molte donne da Ellen Allien a Holly Herndon, da Jessy Lanza a Laurel Halo, da Julianna Barwick a Kaitlyn Aurelia Smith, oltre alle più note Bjork e Fever Ray, e ci sono sempre state, anche se hanno avuto poca visibilità e il loro contributo alla causa non è mai stato troppo valorizzato.

Sisters With Transistors, questo l’azzeccatissimo titolo scelto dalla regista franco-tedesca Lisa Rovner per il suo documentario d’esordio, che racconta  la storia di dieci donne che sono state delle vere e proprie pioniere della musica elettronica. Pioniere non solo dal punto di vista compositivo, ma anche da quello tecnico, grazie alla costruzione vera e propria degli strumenti, nonché dell’elaborazione di una nuova concezione filosofica della musica, nel senso più esteso possibile del termine. Dieci donne innamorate di un suono che esisteva soltanto nella loro testa e che grazie a un uso sapiente della tecnologia è diventato realtà, narrate in un documento dall’importanza fondamentale per rimettere in ordine tutti i tasselli di una storia musicale fino ad oggi lacunosa.

Si parte dagli anni Venti con Clara Rockmore, artista del Theremin, strumento inventato da Lev Sergeyevich Termen, con il quale collaborò a lungo e in maniera talmente stretta da arrivare ad apportare alla sua invenzione modifiche sostanziali e da diventarne, in breve tempo, la miglior esecutrice sulla piazza. Uno strumento complesso – più del violino che aveva suonato in precedenza, dichiarerà lei – e misterioso, il cui suono sembrava venir fuori “dall’etere”, come dissero alcuni all’epoca, cioè da un ipotetico quinto elemento attraverso il quale si pensava che si propagassero le vibrazioni dello spettro elettromagnetico. Per altri era un mezzo che ospitava le anime dei morti e attraverso il quale era possibile sentire le loro voci. Per Clara, che ne aveva una visione più poetica e meno inquietante, percepire quel suono era semplicemente come ascoltare un’anima che canta. Per questo bisognava maneggiare lo strumento con delicatezza: “Non puoi suonare l’aria con un martello, devi suonare con ali di farfalla,” sosteneva.

Si passa poi agli anni Cinquanta di Daphne Oram, pianista dotata e fondatrice del Radiophonic Workshop, lo studio di effetti sonori della BBC con cui collaborò anche la mente matematica di Delia Derbyshire, dieci anni più tardi. Sono loro le due teste di serie della musica elettronica inglese, tra le prime ad aver creato suoni interamente elettronici in Gran Bretagna: la prima è famosa soprattutto per aver inventato la tecnica del “suono disegnato” che porta il suo nome, l’Oramics, ovvero un sistema che consentiva di produrre musica elettronica attraverso la rappresentazione grafica del suono. La seconda, invece, è nota soprattutto per aver reso mainstream l’elettronica già nel lontano 1963, quando creò la sigla del Doctor Who, partendo dal ricordo delle sirene dei raid aerei durante la Seconda guerra mondiale e per la quale, tra l’altro, fu accreditata su schermo soltanto cinquant’anni dopo la messa in onda del primo episodio.

Anche la musicista francese Eliane Radigue negli anni Settanta comincerà a creare musica elettronica a partire dal suono degli aerei, lavorando al fianco del compositore francese Pierre Schaffer, per poi approdare ai feedback (che lei amava chiamare “proposizioni sonore”) e infine al sintetizzatore, con il quale dichiarò di avere una vera e propria storia d’amore, un rapporto passionale e viscerale.

Nel frattempo dall’altra parte dell’oceano, scrivevano la storia della musica elettronica anche Bebe Barron e Pauline Oliveros. Barron costruì insieme al marito un vero e proprio studio di registrazione per la sonorizzazione di film d’avanguardia nella New York degli anni Cinquanta, inaugurando lo storico connubio tra musica elettronica e fantascienza, nonché la prima colonna sonora interamente elettronica di un film: Il Pianeta Proibito di Fred M. Wilcox. Purtroppo la colonna sonora non fu accreditata come tale per via dell’opposizione alla musica elettronica da parte del Sindacato dei musicisti americani, che non la riconosceva come “vera musica”, non essendo suonata con strumenti convenzionali, tant’è che alla fine fu rinominata in senso dispregiativo con l’espressione “Electronic Tonalities”, tonalità elettroniche, al posto del solito “Soundtrack”, colonna sonora.

Pauline Oliveros, invece, sulla costa opposta degli Stati Uniti, aveva messo in piedi il San Francisco Tape Center, mossa dalla sua passione per le registrazioni sul campo, i cosiddetti field recordings. Questi la portarono a elaborare la teoria della “coscienza sonora”, ovvero la capacità umana di concentrarsi nell’ascolto cosciente della musica e dei suoni ambientali – “bisogna uscire e far diventare orecchie le piante dei piedi”, sosteneva –, e di conseguenza a fondare il Deep Listening Institute, proprio per distinguere il sentire involontario (hearing) dall’ascolto selettivo e volontario (listening). Oliveros, donna gay che voleva fare musica elettronica negli anni Cinquanta, si distinse per il suo spirito battagliero: famoso un suo articolo in difesa dell’intera categoria, apparso sul New York Times col titolo “Don’t Call Them Lady Composers”. “Volevo essere introdotta semplicemente come composer”, commenterà in seguito.

Ancora, Wendy Carlos, donna transgender che aveva cominciato la transizione nel ‘68, proprio in concomitanza con la pubblicazione del suo album di maggior successo, “Switched on Bach”, che, a dispetto delle aspettative, sbancò le classifiche con una rivisitazione elettronica delle sinfonie classiche di Johann Sebastian Bach. Un caso unico nel suo genere all’epoca e un successo tale da aprirle le porte di casa Kubrick per la realizzazione delle colonne sonore di Arancia Meccanica e Shining. Rimangono ancora tutte da scoprire nel documentario la storia di Maryanne Amacher, la “scienziata pazza” che campeggia sulla locandina del documentario, quella di Suzanne Ciani, maestra del sintetizzatore Buchla, capace di lasciare senza parole persino David Letterman, e quella di Laurie Spiegel, inventrice di Music Mouse, ovvero uno dei primi software per creare musica col computer. Una cosa, quella della musica creata attraverso le macchine, che inizialmente era decisamente malvista – alcuni la ritenevano persino diabolica – e che invece per queste donne che la mettevano in pratica fu una vera e propria liberazione dagli stereotipi di genere. La macchina, chiarisce nel documentario Spiegel, è un’estensione dell’uomo (o meglio della donna): non è la macchina a creare la musica, ma chi la utilizza.

Noi donne”, spiega ancora Spiegel nelle battute finali del documentario, ”siamo state attratte dalla musica elettronica quando la possibilità di comporre per una donna era di per sé controversa. L’elettronica ci ha permesso di fare una musica che poteva essere ascoltata dagli altri senza essere presa sul serio dall’Istituzione di dominio maschile”.

A distanza di tanti anni, quindi, questo documentario ha il merito di rendere finalmente giustizia a tutte queste donne che hanno contribuito in maniera significativa allo sviluppo della musica elettronica, mettendo per la prima volta sotto i riflettori i loro nomi e cognomi e restituendo loro il giusto riconoscimento.

Articolo di A. Pazienza

In copertina Maryanne Amacher fotografata da Peggy Weil

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