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Giacomo Leopardi, tifoso fanatico dello sport nazionale del 1800

11 maggio 2022

Quando si pensa a Giacomo Leopardi, si immagina di conoscerlo: era un uomo piccino (pare fosse alto solo un metro e quaranta), dalla salute cagionevole, con un grande amore per la cultura. La tradizione vuole che proprio il suo studio “matto e disperatissimo” sia stato la causa della famosissima gobba, che lui descriveva come “un baule pesante e greve, che mi porto sulle spalle”. Eppure dietro questa mente geniale si nascondeva un giovane come tutti gli altri, che di tanto in tanto nel “dì di festa” si recava allo stadio, da buon appassionato qual era. Lo sport che aveva rubato il suo cuore era il pallone con il bracciale, un antenato del calcio ma giocato con le mani, usate per lanciare una palla di pelle di manzo da colpire con un bracciale dentato di legno.

Con gli occhi di un tifoso

Ogni volta che poteva, il giovane Leopardi si recava allo Sferisterio, lo stadio situato ancora oggi nella vicina città di Macerata. Nell’autunno del 1821 era sicuramente lì, nascosto tra altri 10 mila spettatori, ad ammirare le gesta del suo campione preferito: Carlo Didimi. Mentre lo scrittore sedeva tra il pubblico in platea, dopo essere sfuggito alle grinfie della sua famiglia iperprotettiva, l'atleta veniva accolto dalla folla come un dio. Sul campo, quella volta come tutte le altre in cui si era esibito, ha dato spettacolo, eseguendo lanci precisi e azioni di gioco che lasciarono tutti a bocca aperta.

Anche il giovane Giacomo Leopardi ne era rimasto colpito, tanto che, tornato a Recanati tra le sue “sudate carte”, non era riuscito a levarsi dalla testa quelle gesta che avevano arricchito la sua giornata di libertà. Un'emozione che, presi inchiostro e calamaio, ha deciso di trasformare in poesia, dando vita ad A un vincitore nel pallone. Nella sua canzone civile, il poeta non cita mai esplicitamente Carlo Didimi, al quale allude però quando fa riferimento a un “garzon bennato”, cioè un giovane di buona famiglia. Il giocatore infatti, esattamente come Leopardi, era figlio di un conte, ma questa non era l'unica cosa che avevano in comune. Come il poeta, Didimi era nato nel 1798 ed era marchigiano, precisamente di Treia, piccolo comune in provincia di Macerata.

Nonostante le numerose coincidenze, però, i due non potevano essere più diversi. Mentre Leopardi aveva mostrato fin da piccolo una passione per le lettere e la filosofia, Carlo Didimi, al contrario, si è dedicato all’attività fisica. Ed è stato subito chiaro che il suo nome sarebbe riecheggiato a lungo, proprio come quello di Leopardi in campo letterario. Nel 1821, all’età di 23 anni, era già il miglior battitore in circolazione in uno sport che spopolava in quella che di lì a qualche decennio si sarebbe chiamata Italia. Un campione acclamato dalle folle. Le cronache riportano che per ogni match disputato guadagnava 600 scudi pontifici, quando il compenso di un insegnante era di massimo 60 scudi l’anno: uno stipendio da vero fuoriclasse. Era così forte che a un certo punto della sua carriera gli è stato impedito di giocare negli stadi delle Marche, per manifesta superiorità rispetto agli avversari.

La visione di quel talento cristallino è stata come un'illuminazione per Giacomo Leopardi. Nelle cinque strofe che compongono A un vincitore nel pallone, quel garzon bennato è paragonato a un eroe classico, capace di incredibili gesta. Il campo da gioco, largo in media 16 metri e lungo 86, era visto come un’arena in cui gli atleti combattevano a suon di lanci e il coraggio mostrato dai giocatori in campo ricordava quello degli ateniesi durante la battaglia di Maratona, combattuta nel 490 a.C. contro il popolo persiano.

Di gloria il viso e la gioconda voce
Garzon bennato, apprendi,
E quanto al femminile ozio sovrasti
La sudata virtude. Attendi attendi,
Magnanimo campion (s'alla veloce
Piena degli anni il tuo valor contrasti
La spoglia di tuo nome), attendi e il core
Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
Arena e il circo, e te fremendo appella
Ai fatti illustri il popolar favore;
Te rigoglioso dell'età novella
Oggi la patria cara
Gli antichi esempi a rinnovar prepara.

Giacomo Leopardi e il valore sociale dello sport

Per quanto agli occhi del tifoso Leopardi Carlo Didimi appariva come un semi-dio, l’elogio al fenomenale atleta nascondeva un intento ancora più profondo. Infatti, anche se a causa della salute cagionevole, che gli impediva di compiere qualsiasi sforzo fuori dall’ordinario, il poeta non era mai riuscito a destreggiarsi nell’attività fisica, era ben consapevole del suo grande valore.

In un appunto del 1820, arrivato fino a noi nella raccolta dello Zibaldone, il giovane poeta scriveva: “Il vigore e il ben essere del corpo conferisce alla serenità dell’animo, e la serenità dell’animo al vigore e al ben essere del corpo. Come per lo contrario la debolezza o mal essere del corpo e la tristezza dell’animo”. Si tratta chiaramente di una ripresa del famoso motto latino “mens sana in corpore sano”, secondo cui lo sport può contribuire a rafforzare il benessere dello spirito.

D’altronde il nobile poeta ha da sempre sostenuto la superiorità degli antichi rispetto ai suoi contemporanei, persi nella noia del non far nulla (sua acerrima nemica) e dediti ad azioni vili. E in A un vincitore del pallone, Leopardi presenta lo sport proprio come quel mezzo in grado di trasmettere valori sociali come coraggio, solidarietà, lealtà, rispetto. Tutti veicoli in grado di spingere le genti a imprese incredibili. L’autore, quindi, invita gli atleti, ultima incarnazione dei valorosi uomini dei tempi andati, ad agire in modo virtuoso per ispirare con il loro atteggiamento, dentro e fuori dal campo, quei tifosi che nel loro tempo libero accorrono negli stadi.

Ai suoi concittadini lascia nella parte conclusiva della canzone un importante monito: solitamente, errando, si riconosce l’immenso valore della propria esistenza solo in momenti di grande incertezza e malattia, quando l’idea della morte fa capolino nella mente. Leopardi, invece, auspica a una vita vissuta al massimo delle proprie possibilità, in cui il timore e l’inattività non trovano spazio, lasciando posto a sogni e ambizioni. Una lezione che lui per primo ha messo in pratica sui libri, proprio come Carlo Didimi in campo. Un insegnamento tratto dallo sport, calamita in grado di avvicinare anche i poli opposti, come l'atleta e il poeta.

Credits

Cover: Giacomo Leopardi Ferrazzi, A. Ferrazzi. Distributed under Public Domain Mark 1.0 license via Wikimedia

Immagine interna 1: WLM2017 - Sferisterio (Macerata) 01, Camelia.boban. Distributed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license via Wikimedia

Immagine interna 2: Adriaen van de Venne, Pallone con bracciale davanti a un castello alla campagna, Adriaen van de Venne. Distributed under Public Domain Mark 1.0 license via Wikimedia

Immagine interna 3: Una partita di fine Ottocento a Firenze, DAF. Distributed under Public Domain Mark 1.0 license via Wikimedia

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