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Perché bisogna esaltare l’uomo Giovanni Falcone, non l’eroe

28 dicembre 2019
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La memoria collettiva segue una propria evoluzione specifica, una stratificazione nel corso degli anni influenzata dalle specificità locali e nazionali, un percorso originale e imprevedibile. Ne parla approfonditamente nel proprio saggio “Primo Levi e la memoria” Anna Baldini, ricercatrice di letteratura italiana contemporanea presso l’Università per Stranieri di Siena, in relazione alla Shoah, alla rielaborazione di quei ricordi così dolorosi dall’immediato dopoguerra sino ai giorni nostri, di quanto possano incidere le iniziative legislative, educative e mediatiche a forgiare il discorso pubblico e, per l’appunto, la memoria collettiva. “Uno stesso oggetto – prodotto culturale o evento storico – dà così luogo a risonanze distinte a seconda del campo di forze politiche, sociali e culturali che lo ospita” asserisce Baldini. Questa affermazione si può certamente applicare alla figura di Giovanni Falcone e alle vicende che lo hanno riguardato.

Prima del 23 maggio 1992, giorno della strage di Capaci, Falcone era inviso ad ampi settori dell’opinione pubblica, delle forze politiche, della stessa magistratura. Il punto di non ritorno fu raggiunto nel 1989. Nel mese di maggio vennero recapitate a diverse autorità lettere dattiloscritte il cui autore (ribattezzato “Il corvo”) accusava numerosi magistrati e appartenenti alle forze dell’ordine, figure di spicco dell’antimafia tra cui lo stesso Giovanni Falcone e Gianni De Gennaro (all’epoca direttore della Criminalpol in Lazio), di voler contrastare la fazione dei Corleonesi, dominante nella cupola di Cosa Nostra, non attraverso le indagini e i processi ma supportando più o meno indirettamente i clan rivali. Il mese successivo, 21 giugno, vennero rinvenuti 58 candelotti di dinamite sulla scogliera ai piedi della villa all’Addaura dove il giudice palermitano si trovava insieme ai colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann per approfondire alcuni aspetti dell’inchiesta Pizza Connection. Questo episodio non accrebbe la solidarietà e l’empatia nei confronti di Giovanni Falcone: non mancò chi addirittura lo additò di aver inscenato l’attentato. Tutto cambiò dopo l’attentato nel quale persero la vita anche sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta: il giudizio sull’operato di Giovanni Falcone mutò repentinamente, una narrazione che dalle aule parlamentari, passando per le autobiografie di coloro i quali collaborarono con lui a stretto contatto, sino alle fiction televisive, lo ha innalzato nell’olimpo degli eroi.

Tale definizione di primo acchito pare doverosa, tributo al sacrificio di un uomo ritenuto così pericoloso dalla mafia siciliana che la sua condanna a morte fu eseguita in modo spettacolare, facendo brillare un intero tratto dell’autostrada che collega Palermo a Trapani. Approfondendone l’etimologia questa si rivela però fuorviante e pericolosa. Nella mitologia classica l’eroe ha ben poco di umano: egli è, piuttosto, una divinità incorsa in alterne fortune. Anche nel linguaggio comune l’eroe è colui che dà prova di grande valore, di sprezzo del pericolo, esponendovisi anzi ostentatamente. Ciò astrae Giovanni Falcone dal contesto, distorcendone l’umanità, travisandone la memoria e producendo amnesie. Innanzitutto è bene precisare che egli non si è mai considerato un eroe né aspirava a vestirne i panni. “Quando esistono degli organismi collettivi,” diceva a sostegno della creazione del pool antimafia, “quando la lotta non è concentrata o simboleggiata da una persona, allora la mafia ci pensa due volte prima di uccidere”. Nel prologo del libro Cose di Cosa Nostra, scritto in collaborazione con la giornalista francese Marcelle Padovani nel 1991, è ancora più esplicito: “Non sono Robin Hood […] né un kamikaze e tantomeno un trappista”. La definizione che dava di se stesso era l’unica possibile: servitore dello Stato, del nostro Stato e della società che ne è l’espressione, seppur talvolta terra infidelium. Un magistrato lasciato solo, ecco cos’era. Quella stessa solitudine che afflisse un altro onesto e integerrimo servitore dello Stato, Giorgio Ambrosoli, la cui vicenda fu brillantemente raccontata sempre nel 1991 dal romanzo di Corrado Stajano Un eroe borghese.

Come ha commentato tempo fa sul Manifesto Marco Revelli, la feroce linearità di comportamento e di convinzione di Ambrosoli, alla stregua di quella di Giovanni Falcone, pur di fronte a laceranti delusioni, è stata possibile non nonostante ma grazie a quella solitudine di uomo “abituato a rispondere a se stesso, a una sorta di ‘etica della convinzione’ più privata che pubblica, più morale che politica, capace di intendere l’appello del motto ‘fai quel che devi, accada quel che può'[…]”. Una solitudine, quella vissuta da Giovanni Falcone, innanzitutto rispetto alla maggioranza dei propri colleghi, che non mancavano di esporgli le loro perplessità circa l’esistenza di una mafia strutturata anche dopo le rilevazioni di Tommaso Buscetta che scoperchiò il vaso di Pandora della Cupola siciliana; ma anche dei propri conterranei affetti, come descritto in un passaggio di Cose di Cosa Nostra, da una distorsione nell’animo: “[…] il dualismo tra società e Stato; il ripiegamento sulla famiglia, sul gruppo, sul clan, la ricerca di un alibi che permetta a ciascuno di vivere e lavorare in perfetta anomia, senza alcun riferimento a regole di vita collettiva.” Una deriva a cui si giunge proprio a causa della mancanza dello Stato sul territorio, dell’assenza di una politica uniforme e di un impegno costante nella lotta alla criminalità organizzata, motivata più “dall’impressione suscitata da un dato crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull’opinione pubblica. […] Le leggi non servono se non sono sorrette da una forte e precisa volontà politica, se non sono in grado di funzionare per carenza di strutture adeguate e soprattutto se le strutture non sono dotate di uomini professionalmente qualificati.” Uno Stato che delle proprie debolezze, delle proprie mancanze, delle proprie connivenze e dell’incapacità di difendere i propri servitori non ha ancora chiesto scusa. E, forse, solo in parte ha posto rimedio: le parole di Falcone consegnate a Marcelle Padovani più di 25 anni fa, lungimiranti, vestono a puntino il dibattito pubblico e governativo contemporaneo, descrivendone i mali che l’affliggono.

Il miglior omaggio che si possa rendere a Giovanni Falcone è abbandonare la retorica dell’eroismo. “Pur all’interno di dinamiche sociali complesse, infatti, l’impronta delle scelte, della cultura e della personalità di alcuni individui può risultare determinante per i tratti specifici assunti da una memoria nazionale” è la convinzione espressa nel proprio saggio da Baldini. La memoria dell’eroe caduto è quanto di più lontano fu Falcone in vita, un travisamento della sua biografia. Eppure risulta un utile espediente perché le istituzioni, l’intellighenzia e i cittadini si autoassolvano. Come si può pretendere di replicare la condotta di un essere sovraumano, eccezionale, più unico che raro?  Il suo insegnamento fu di ben altro ordine. Alcuni lucidi passaggi di Cose di Cosa Nostra sono lì a testimoniarlo.

“[…] Ciò dimostra che anche con il nostro arsenale legislativo complesso e spesso contraddittorio si può impostare una vera e propria azione repressiva in presenza di delitti senza autore e di indagini senza prove” osservava alla luce dei lunghi anni di esperienza alle spalle. “Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto” dichiarò alla Padovani, senza lesinare critiche verso i colleghi togati e le forze dell’ordine. “Per evitare di rifugiarsi nei facili luoghi comuni, per cui la mafia, essendo in prima istanza un fenomeno socioeconomico – il che è vero -, non può venire efficacemente repressa senza un radicale mutamento della società, della mentalità, delle condizioni di sviluppo. […] Non attardiamoci, quindi, con rassegnazione, in attesa di una lontana, molto lontana crescita culturale, economica e sociale che dovrebbe creare le condizioni per la lotta contro la mafia. Sarebbe un comodo alibi offerto a coloro che cercano di persuaderci che non ci sia niente da fare.” Ecco, incorniciare Giovanni Falcone nel perimetro dell’eroe, farne un santino da venerare senza eseguirne le volontà e il lascito, questo è l’alibi perfetto.

“La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”, Falcone ne era persuaso: è onere di tutti contrastarla, per ciò che sono i propri ruoli e competenze, con la professionalità, la diligenza, l’etica e la rettitudine necessaria. Perché la mafia assolve ai propri compiti con ferocia, decisione, puntualità. Un pericolo costante e concreto per le nostre libertà individuali e collettive. In merito Marcelle Padovani non esitava a commentare, a chiusura del prologo nella prima edizione dell’opera redatta insieme al giudice palermitano, con toni drammatici: “Il contenuto politico delle sue azioni ne fa, senza alcun dubbio, una soluzione alternativa al sistema democratico. Ma quanti sono coloro che oggi si rendono conto del pericolo che essa rappresenta per la democrazia?”

Articolo di Emanuele Telesca

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