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Hermann Rorschach inventò le sue “macchie” a partire da un gioco da tavolo

17 aprile 2022
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A scuola, a Zurigo, lo chiamavano Klex, dal tedesco “macchia”. Difficilmente si sentiva pronunciare il suo vero nome, Hermann Rorschach. Figlio di un maestro d’arte svizzero, pareva che il talento gli fosse stato tramandato dal papà, perché anche lui era un pittore estremamente dotato sin dalla più tenera età. E poi, soprattutto, il nomignolo gli veniva da un gioco assai diffuso all’epoca basato sulle "kleksografie": si versavano delle macchie d’inchiostro colorato su di un foglio di carta che poi veniva piegato su se stesso per ottenere dei simboli simmetrici. A partire da quelle macchie così stimolanti, i bambini costruivano storie, fiabe. Ed Herman era un asso: le guardava, immaginava e in qualche modo quelle macchie entravano a far parte di lui. Tanto che nei primi anni del ‘900, terminati gli studi, restò a lungo in dubbio sulla carriera da perseguire: continuare a studiare arte, per diventare un pittore come il papà, oppure specializzarsi nella biologia e in particolare nello studio della mente umana.

Scelse la seconda strada e nel 1909 si laureò in medicina con specializzazione in psichiatria. Fu in quegli anni che gli tornarono alla mente le sue macchie e le utilizzò per inventare uno dei test psicodiagnostici più famosi della storia: il test di Rorschach.

Il potere dell’immaginazione

Non bisogna però fare l’errore di pensare che fu Hermann Rorschach il primo a rendersi conto del potere evocativo delle macchie d’inchiostro. Semmai lui fu il primo ad applicarlo con una prospettiva nuova, mutando totalmente la concezione delle kleksografie. In un certo senso fuse insieme le sue due anime: una dimensione artistica e una dimensione medica, psicologica.

Si può dire che i “maestri” di Rorschach furono addirittura i grandi geni dell’arte rinascimentale italiana, come Botticelli e Leonardo Da Vinci. Entrambi infatti avevano compreso ed espresso l’interesse per il potere evocativo delle macchie colorate. In particolare Da Vinci aveva scritto la sua in Trattato della Pittura (XVI secolo), sulle cui pagine confessava agli artisti di essersi lui stesso lasciato ispirare dalle macchie.

"Io ho già veduto ne’ nuvoli e muri macchie che m’hanno desto a belle invenzioni di varie cose, le quali macchie, ancorachè integralmente fossero in sé private di perfezione di qualunque membro, non mancavano di perfezione ne’ loro movimenti o altre azioni. "

La più grande ispirazione per Rorschach però arrivò dal medico e poeta tedesco Justinus Kerner. Fu lui a inventare la kleksografia. Leggenda narra che avvenne accidentalmente, quando per colpa dei suoi ben noti problemi alla vista, lasciò cadere delle macchie d’inchiostro su dei fogli sui quali stava scrivendo. Invece di gettarli, trovò che le figure che l’inchiostro aveva formato erano evocative. Decise di lasciarsi ispirare e le utilizzò come muse per le sue composizioni poetiche. Il suo Die Klecksographie (pubblicato postumo nel 1890), contava 50 macchie realizzate dopo aver piegato a metà un foglio su cui aveva fatto cadere l’inchiostro. Sotto ognuna di esse una poesia. Il gioco che tanto aveva appassionato Rorschach ricalcava proprio lo stesso processo creativo.

Perfino in ambito psicodiagnostico erano già state utilizzate le macchie. I primi furono Alfred Binet ed Henri Beaunis, che nel 1895 avevano utilizzato le kleksografie per stabilire la facoltà immaginativa di una persona. Il passo successivo però è sicuramente da attribuire a Hermann Rorschach, fu lui e solo lui a trasformarle in uno strumento diagnostico che forniva informazioni circa la personalità di un individuo.

Dalla teoria alla pratica

Rorschach studiava e lavorava in quella che veniva definita la culla della psichiatria svizzera, ovvero la Clinica Universitaria Burghölzli di Zurigo, diretta da Eugen Bleuler e dove insegnava anche Carl Jung. Fu proprio ascoltando le lezioni di Jung che Rorschach ebbe la sua idea, e in particolare seguendo i suoi corsi sull’isteria e venendo a conoscenza del suo test di associazione verbale.

Il test era molto semplice: al soggetto veniva letto un elenco di parole, e lui doveva rispondere con il primo termine che gli veniva in mente. Le risposte venivano poi analizzate facendo particolarmente attenzione ad alcune caratteristiche, come il tempo di reazione. Rorschach pensò che lo sforzo immaginativo era simile a quello richiesto dal suo gioco preferito di quand’era bambino. Cominciò i suoi esperimenti sulla percezione delle macchie d’inchiostro poco dopo, nel 1911.

Negli anni successivi sottopose al test centinaia di pazienti ricoverati presso l’ospedale di Herisau. In particolar modo notò che i pazienti schizofrenici fornivano interpretazioni estremamente diverse dagli altri. Con il tempo affinò le modalità con le quali veniva svolto il test: non c’era un modo “giusto” di guardare alla figura, ed era contemplata la possibilità che il soggetto non vedesse niente nella tavola. Dopo le risposte la prova veniva sottoposta a una valutazione che variava sia dalle risposte fornite sia dall’interpretazione di alcuni codici convenzionali, chiamate siglature, che venivano tradotti in indici e rapporti. Il suo lavoro confluì nel libro Psychodiagnostik pubblicato, con grande fatica, nel 1921.

Grazie al grande numero di test che aveva effettuato, Rorschach era riuscito a sistematizzare il protocollo del test in sole 10 tavole. Il suo era un lavoro sperimentale e ancora prematuro, che difatti inizialmente non destò granché interesse nella comunità scientifica. Purtroppo per lui non fu possibile perfezionarlo ulteriormente, dal momento che morì solo un anno dopo la pubblicazione, a 37 anni, per via di una peritonite.

Il test di Rorschach oggi

Rorschach pensò di assistere a un fallimento su tutti i fronti. Trovare un editore era stato molto difficile: erano le prime volte che si utilizzava il termine "psicodiagnostica", e c’era enorme scetticismo intorno all’argomento, sia da parte dei critici della psicoanalisi, sia da parte degli stessi psicoanalisti. Dopo la sua morte furono i suoi collaboratori, come Emil Oberholzer, a diffonderlo e a permettere che venisse ripreso e migliorato da studiosi come Samuel Beck e Bruno Klopfer. Il test si diffuse tanto in Europa quanto negli Stati Uniti stimolando la nascita di molti sistemi comprensivi (tra i più famosi l’Exner, il Passi-Tognazzo, R-PAS e la Scuola Romana) che hanno cercato di standardizzarlo eliminando ogni tipo di valutazione soggettiva legata al valutatore.

Ancora oggi il test è molto discusso, al punto che alcuni studiosi preferiscono definirlo come “Reattivo di Rorschach” perché viene ritenuto ideale per ottenere risposte dal paziente attraverso uno stimolo ambiguo. Chiedere alle persone di esprimere ciò che vedono in uno schema non definito può aiutarle a esprimere più di quanto il loro sé cosciente potrebbe conoscere. E sebbene oggi il test di Rorschach non sia considerato dagli psicologi moderni come lo strumento perfetto, viene spesso utilizzato per identificare e diagnosticare la schizofrenia. E d’altronde era proprio questo l'obiettivo ultimo di Hermann Rorschach.

Credits

Cover: Rorschach high-res test frame #2453, zeh fernando. Distributed under CC BY-ND 2.0 license on Flickr

Immagine interna 1: Hermann Rorschach c.1910, autore sconosciuto. Distributed under Public Domain Mark 1.0 license via Wikimedia

Immagine interna 2: KernerKlecksographie, Justinus Kerner. Distributed under Public Domain Mark 1.0 license via Wikimedia

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