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Paolo Villaggio non è solo Fantozzi

03 luglio 2019
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Il 3 luglio di due anni fa moriva Paolo Villaggio, personalità che ha cambiato la commedia dell’arte del nostro Paese. Spesso accostato solo alla sua maschera di Fantozzi, Villaggio è stato un personaggio complesso che riusciva a essere nello stesso tempo cinico e colto, critico e grottesco. È stato uno scrittore, attore e personaggio che racchiudeva in sé i drammi e le contraddizioni di un’Italietta e un ceto medio che sembrano ancora attuali. Villaggio fu un intellettuale a tutto tondo, capace di fare riflettere e stupire attraverso le sue opere che non si limitano alla saga di Fantozzi.

Villaggio nacque a Genova nel 1932 da una famiglia della borghesia cittadina: il padre era ingegnere e la madre insegnante. Mentre si trovava con la sua famiglia in vacanza a Cortina, il sedicenne Villaggio sentì un bambino bestemmiare ripetutamente. L’indignazione fu tale che non si trattenne dallo sgridarlo duramente. Il bambino era Fabrizio De André e in quel momento i due strinsero un’amicizia che durò per tutta la loro vita. Dopo la maturità classica Villaggio si iscrisse a Giurisprudenza senza concludere gli studi. Il giovane Villaggio era inquieto, e come molti coetanei che si affacciano all’età adulta non sapeva cosa fare del suo futuro. Decise di trasferirsi in cerca di fortuna in una Londra già cosmopolita, dove lavorò come lavapiatti, barista e annunciatore radiofonico, prima di tornare a Genova per fare l’intrattenitore sulle navi da crociera insieme all’amico Fabrizio.

Se Londra è stata una breve parentesi nella sua vita, Genova ha lasciato un segno profondo su Paolo Villaggio È la Genova per noi malinconica descritta da  Paolo Conte, abitata da gente di mare, ma che guarda alla montagna. Negli stessi anni Gino Paoli descriveva ne La gatta l’abitazione dove viveva nel quartiere genovese di Boccadasse, con le sue case colorate, e ne Il cielo in una stanza raccontava di un incontro con una prostituta in un bordello della città. Anche Luigi Tenco faceva il suo esordio musicale suonando il sassofono nei Modern Jazz Group, di cui faceva parte anche Fabrizio De André alla chitarra elettrica. Con Faber, Villaggio contribuì a scrivere i testi de Il fannullone, trasposizione musicale delle giornate passate a oziare dei due amici, e Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, all’epoca censurato perché considerato troppo dissoluto. Furono i primi passi della scuola genovese, un gruppo di artisti che voleva rompere con la tradizione classica italiana, esprimendosi in modo diverso: si ispiravano ai cantastorie francesi, cantando le loro esperienze di vita con un forte accento sulla loro individualità.

Sul loro esempio, anche Villaggio voleva rompere gli schemi: iniziò con il teatro, esibendosi con la compagnia goliardica Mario Baistrocchi, culla del varietà cittadino dove gli attori erano spesso ex studenti dell’Università di Genova che si cimentavano in spettacoli satirici. Grazie alle esibizioni nei club della città venne notato da Maurizio Costanzo, che lo invitò a esibirsi al Sette per otto, storico locale di cabaret di Roma. Poco dopo arrivò in televisione, portando in scena il personaggio di un impiegato dai modi grotteschi imbruttito  dalla vita aziendale. Furono le prime rappresentazioni di quello che divenne il suo personaggio più conosciuto, anche se a fargli raggiungere la fama fu un’altra maschera, quella del professor Kranz, un impacciato prestigiatore dalla forte pronuncia tedesca che inscenava trucchi maldestri puntualmente scoperti dal pubblico. I suoi modi bruschi e il continuo interagire con il pubblico, una novità nel panorama italiano, lo consacrarono come un personaggio di rottura rispetto alla tradizione comica italiana abituata al politicamente corretto e al perbenismo della Rai.

La svolta arrivò nel 1971 con la pubblicazione del primo libro di Fantozzi con Rizzoli, una raccolta di brevi capitoli che raccontano le vicissitudini di un impiegato alle prese con la vita aziendale. Villaggio trasse l’ispirazione per il suo personaggio più celebre durante gli anni passati come impiegato alla Cosider, società di impianti siderurgici, descrivendo il servilismo verso i potenti, trasformati in entità soprannaturali incarnate dal megadirettore galattico, il dramma di sbagliare “ancora una volta” il voto alle elezioni politiche, fino al grido liberatorio sulla Corazzata Kotiomkin (volutamente non Potëmkin) definita “una cagata pazzesca”. E, ancora, le gite domenicali, la nuvoletta, l’acquario dei dipendenti sorteggiati, la partita di calcio scapoli contro ammogliati, le manifestazioni sportive volute dal solito impiegato organizzatore, la frittatona di cipolle, l’accento svedese, la corsa alla timbratura del cartellino. Tutte queste scene sono entrate nell’immaginario collettivo degli italiani, insieme a personaggi come il Calboni, la moglie Pina e la bruttissima figlia Mariangela, la signorina Silvani, il ragionier Filini, il rosso Folagra, la voce narrante fuoricampo e la megaditta, luogo alienante dove trascorrono le giornate di Fantozzi.

Villaggio riusciva a essere dissacrante anche grazie al suo utilizzo intelligente del lessico, dando vita a espressioni ormai diventate parte del linguaggio comune come il “batti lei”, “facci lei”, “come è umano”, e il continuo uso di tragico e terrificante che accompagnavano la narrazione con tinte tragicomiche. Negli anni Cinquanta Sordi era diventato  il primo vero antagonista antipatico e comico della storia del cinema italiano, con personaggi espressione dell’italiano medio che pur di arrivare e conquistarsi una posizione sono disposti a tutto. Sordi, in scena, era capace di ogni bassezza, e impersonava spesso l’arrivista in cui molti italiani si riconoscevano. Anche in questo caso Villaggio decise di rompere la tradizione imposta dal comico romano: il suo personaggio non vince, non è disposto a tutto e rispetta le regole anche quando tutti non lo fanno. Villaggio riuscì a cogliere l’inquietudine e la paura del futuro della società consumistica che esaspera i lati negativi della condizione umana. Come gli italiani degli anni Cinquanta si identificarono in Sordi, molti negli anni Settanta e Ottanta lo fecero a malincuore nel Fantozzi simbolo del bistrattato ceto medio.

Villaggio, però, non fu  solo Fantozzi. Lavorò anche con Monicelli che stava scritturando diversi attori per il secondo episodio dell’Armata Brancaleone (1970), con Gassman come protagonista, e soprattutto con Corbucci in Che c'entriamo noi con la rivoluzione? (1972), una commedia in cui Villaggio interpretava un prete antieroe che si trovava invischiato suo malgrado nella rivoluzione messicana. Comparve anche in Signori e signori, buonanotte (1976), film satirico in episodi diretto da diversi registi tra cui Scola, Monicelli e Comencini: qui in cui interpretava il prof. F. R. Schmidt, sociologo che, con le sue opinioni assurde, anticipava e metteva alla berlina la figura dell’opinionista televisivo. Ma fu con La voce della Luna (1990) di Fellini che il grande cinema consacrò Villaggio, interprete di un prefetto affetto da manie di persecuzione: un uomo freddo, schivo, che vaga di notte in una città di provincia, convinto di essere sempre seguito. Durante le sue passeggiate notturne troverà in Ivo, Roberto Benigni, un leale confidente e antitesi irrazionale del suo personaggio. Il film è un elogio della follia a tinte oniriche che Villaggio interpretò con una tale immedesimazione e trasporto da fargli vincere il David di Donatello.

Da quel momento Paolo Villaggio superò con il suo nome i confini nazionali, venendo acclamato da registi come Woody Allen e Martin Scorsese, e dimostrando la sua versatilità di attore in diverse occasioni: Lina Wertmüller lo scelse per Io speriamo che me la cavo (1992) in cui recitava la parte di un maestro elementare trasferito in una scuola di periferia del Sud. Nel 1994 fu nuovamente diretto da Monicelli in Cari fottutissimi amici,film presentato al festival del cinema di Berlino e premiato con una menzione d’onore per la regia. In questa pellicola è difficile capire quale sia il confine tra il personaggio Dieci, ex pugile sempre pronto a trascinare i suoi compagni in strambe avventure, e lo stesso Villaggio. La sua carriera venne consacrata durante il Festival di Venezia del 1992 con il Leone d’oro alla carriera: fu la prima volta che veniva premiato un comico. Solo in seguito, anche a Sordi e Gassman ricevettero il riconoscimento.

Paolo Villaggio ha sempre dimostrato con le sue opere di saper anticipare i tempi e rompere con il passato, dissacrando la tradizione. L’ha fatto con la musica, venendo censurato in Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, in televisione, ribaltando il perbenismo dei conduttori televisivi e coinvolgendo il pubblico con i suoi personaggi durante gli show, e nel cinema, grazie alla maturità dei personaggi creati per lui da Fellini, Monicelli e tanti altri. Lo ha fatto anche con la letteratura per mezzo di Fantozzi, antieroe di quel ceto medio che si trova ingabbiato nella società dei consumi e schiacciato tra lavoro d’ufficio e impegni familiari, Il comico genovese è riuscito a essere cinico, critico, colto, irresistibile, grottesco: in una parola, Paolo Villaggio.

Autore: Lorenzo Foti

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