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Gregory Crewdson, il maestro della staged photography ispirato da Hopper e Lynch

25 aprile 2022

Da ragazzo Gregory Crewdson suonava in un gruppo rock chiamato The Speedies e la loro canzone principale era Let Me Take Your Photo. Un titolo profetico per colui che sarebbe diventato il maestro della staged photography, particolare modalità di scatto che ribalta la concezione della fotografia intesa come rappresentazione fedele della realtà. Piuttosto, per gli autori del genere, una foto è frutto di un'attenta e meticolosa messa in scena.

Crewdson infatti non aspetta l’attimo giusto, ma crea l’evento, l’ambiente, l’emozione, alla ricerca di una normalità senza tempo e senza spazio. Con il supporto di una vera e propria troupe di quaranta persone, realizza i suoi single-frame movies surreali e onirici, ispirati ai colori e alla poetica di Edward Hopper e David Lynch.

Alla ricerca di una normalità sospesa

Nato nella Grande Mela, oggi Gregory Crewdson vive a New Haven, dove insegna Fotografia all’Università di Yale. Bisogna però riavvolgere il nastro per capire la carriera che l’ha portato a salire in cattedra nello stesso ateneo dove negli anni ’80 si è laureato. Al tempo, in realtà, il giovane Gregory preferiva frequentare la sua New York piuttosto che le aule dell’università del Connecticut. Questione di qualità della vita e velleità musicali, ma anche di gusti fotografici. Infatti, il realismo documentaristico che a New Haven andava per la maggiore non lo interessava molto, perché era più intrigato dalle sperimentazioni che alcuni fotografi, come Cindy Sherman, proponevano a New York. Lì stava nascendo la staged photography, che di li a poco avrebbe rivoluzionato il processo creativo dell’immagine.

Il fotografo diventa un regista, crea un set, scrive copioni, definisce le interpretazioni dei suoi soggetti-attori. In definitiva, è il deus ex machina di una messa in scena. E se da un lato la Sherman a suo tempo conduceva i suoi lavori servendosi di pochi collaboratori e vestendo anche i panni della persona ritratta; Crewdson invece ha allargato gli orizzonti affidandosi sempre più a dei professionisti del settore e arrivando a guidare una troupe di taglia e respiro hollywoodiano. Basti pensare che oggi collabora – tra gli altri – con lo scenografo di Lost in Translation, Oscar per la migliore sceneggiatura originale nel 2004, e con il direttore della fotografia di Independence Day, nota pellicola di fantascienza che la statuetta se l’è aggiudicata per gli effetti speciali.

Il numero e le competenze dei collaboratori farebbero pensare alla ricerca di una costruzione spettacolare, degna delle migliori narrazioni cinematografiche. Eppure, paradossalmente, ciò che Crewdson ricerca è l’assoluta normalità. Una normalità sospesa, senza spazio e senza tempo. Non a caso i set delle sue foto prendono vita in sobborghi anonimi, luoghi non identificabili che sceglie dopo giorni di location scouting senza meta, lento e assorto, che ricordano più la flanerie di Baudelaire che la frenesia di alcuni suoi colleghi. Gli scenari devono essere luoghi qualunque, su cui Crewdson interviene per generare pienezza di significato nell’apparente assenza dello stesso. Lo fa fermando il traffico, costruendo o levando la segnaletica stradale, modificando il paesaggio. Così inscena la sua rappresentazione, così crea la sua realtà.

“Le mie foto riguardano la ricerca di un momento, un momento perfetto […] in virtù di quegli istanti, la mia vita ha un senso” (G. Crewdson, Hopperiana)

Le fotografie di Gregory Crewdson, preparate per mesi e studiate con precisione maniacale, evocano un’atmosfera densa e rarefatta. E se a livello spaziale sono sganciate da ogni possibile contesto, a livello temporale sono astratte da una ricostruibile concatenazione di eventi. Come spiega Crewdson stesso, i suoi scatti catalizzano l’attenzione su un solo istante, all’interno del quale si cristallizza il racconto: il film è tutto in quel fotogramma, non c’è né una scena precedente né una scena successiva.

I suoi single-frame movies sono quindi visioni oniriche della quotidianità dell’americano medio, posto al centro di un’attenta costruzione di luce e colore. Quest’ultimo è l’elemento distintivo della sua produzione e, con coscienza, Crewdson lo definisce “più pittorico che cinematografico”.

Atmosfere intime e meditative: l’influenza di Edward Hopper

Infatti, di Crewdson si può dire che sia un fotografo proprio in senso etimologico, dato che “foto-grafia” significa “scrivere o disegnare con la luce”. Grazie a un uso virtuosistico di quest’ultima, crea delle immagini di forte impatto e grande fascino visivo. Spesso tagliente e contrastata, a volte più soffusa e morbida, quasi sempre crepuscolare negli ambienti esterni, la luce è un elemento che accomuna Crewdson a uno dei suoi principali modelli, Edward Hopper.


Con il pittore americano, Crewdson condivide l’impostazione vivida e le tonalità cromatiche, nel suo caso raggiunte anche grazie all’uso della post-produzione digitale. La messa a fuoco di tutti gli elementi coinvolti e dei diversi piani spaziali sui quali sono disposti gli permette, infatti, di dare risalto a ogni singolo dettaglio presente nelle sue foto, rappresentato molto nitidamente proprio come nelle opere del pittore a cui si è ispirato.

“Hopper ha avuto una forte influenza su di me come artista. Venendo da una precisa tradizione americana, il lavoro di Hopper tratta l’idea di bellezza, tristezza, alienazione e desiderio” (G. Crewdson per Drawing on Hopper, mostra del Williams College Museum of Art)

Da Hopper il fotografo ha tratto anche uno degli elementi principali della sua poetica: la solitudine. Silenzio, riflessione, incomunicabilità sono, infatti, temi cari al pittore americano, che ha spesso dipinto soggetti all’apparenza combattuti tra il desiderio di vivere e l’incapacità di farlo. Atmosfere intime e meditative, immortalate durante l'attesa che qualcosa accada, che si ritrovano anche in gran parte delle foto di Gregory Crewdson.

Proprio come Hopper, il fotografo raramente ritrae più di due persone contemporaneamente e nelle sue scene quasi mai mette in comunicazione i soggetti, né tra di loro né con l’ambiente circostante. Come il pittore, Crewdson – figlio di uno psicoanalista – apre una porta nella mente dei personaggi: le sue foto più che dare risposte sembrano porre domande. Ogni opera cela qualcosa di invisibile. Ogni opera nasconde un piccolo mistero.

La lezione surrealista di David Lynch

Il mistero e l’indagine psicologica sono anche una presenza costante dei film di David Lynch, a cui Crewdson deve molto. Con il regista condivide l’evocazione dell’inconscio, che in entrambi prende forma in opere dai tratti marcatamente onirici e surreali. Nei film dell’eclettico regista, come nelle foto di Crewdson, luci e colori sono infatti gli espedienti estetici principali con cui rendere palpabile l’aura di mistero.

"Mi ero appena diplomato quando nel 1986 vidi Blue Velvet di David Lynch, un film che ha cambiato la mia vita di artista” (G. Crewdson, da Il pensiero dei fotografi di Roberta Valtorta)

Lynch, che si occupa puntigliosamente anche della color correction e del color grading delle sue pellicole durante la post-produzione, punta molto sulla polarità delle luci per generare un effetto thriller. Dei suoi racconti, dice: “Una storia, per me, può essere insieme concreta e astratta”. Crewdson potrebbe asserire lo stesso delle sue foto. L’incendio emotivo causato dalle opere dei due prende, infatti, vita grazie alla scintilla che si accende dal contatto tra realtà e immaginazione. Una tensione in grado di generare mondi magici.

Non è un caso se guardando le foto di Crewdson si ha la sensazione di essere in un luogo vicino al Club Silencio in cui si recano Rita e Betty in Mulholland Drive, per le vie di Lumberton con Jeffrey Beaumont in Velluto blu, o alle prese con le indagini dell’agente Dale Cooper in Twin Peaks. E non è un caso se molto spesso i misteri frutto del genio di Lynch non hanno una soluzione chiara e netta, proprio come quelli delle foto di Crewdson. Perché non possono avvalersi di ulteriori spiegazioni e interpretazioni: per entrambi l’opera d’arte deve bastare a se stessa.

Credits

Cover: Gregory Crewdson, Beneath the Roses. Distributed under CC BY-NC 2.0 license via Flickr

Immagine interna 1: Gregory Crewdson 2, Christopher Peterson. Distributed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license via Wikimedia

Immagine interna 2: Gregory Crewdson. Distributed under CC BY-NC 2.0 license via Flickr

Immagine interna 3: Morning Sun. Distributed under CC BY-NC 2.0 license via Flickr

Immagine interna 4: Gregory Crewdson. Distributed under CC BY-NC 2.0 license via Flickr 

Immagine interna 5: Couverture et Intercalaires. Distributed under CC BY-NC 2.0 license via Flickr

Immagine interna 6: Gregory Crewdson. Distributed under CC BY-NC 2.0 license via Flickr

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