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“L’anno della lepre”, il capolavoro di Arto Paasilinna, ci insegna ad accettare con coraggio il cambiamento

12 febbraio 2021
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Le prigioni da cui è più difficile evadere sono quelle senza sbarre. Per finirci dentro non bisogna aver commesso grandi crimini, se non quello di essersi dimenticati un po’ troppo di se stessi, dei propri sogni e del proprio bisogno di libertà. È il tipico peccato originale di coloro che si avvicinano ai quarant’anni. Chi saluta la giovinezza e inizia a fare la conoscenza con la propria versione matura si trova inevitabilmente a fare i conti con aspettative deluse, fatiche e piccoli grandi fastidi quotidiani. Nella migliore delle ipotesi si tratta di cambiamenti che non ci portano lontano dalla strada già intrapresa, se non tramite l’accettazione di ragionevoli compromessi. In altri casi, errori di valutazione e l’emergere di una nuova versione di sé, più fedele alle origini, portano a mettere in discussione i traguardi raggiunti e a cambiare rotta.

Tutto questo capita anche al giornalista Kaarlo Vatanen, protagonista quarantenne del cult book della letteratura scandinava L’anno della lepre. Sposato, tradito e deluso, non solo in ambito sentimentale, l’antieroe di Arto Paasilinna si scopre tutto d’un tratto nauseato dalla vita che conduce e fortemente motivato a non proseguire su quello che sembra essere per lui il sentiero principale, quello più ovvio. L’esigenza di mollare tutto per seguire l’improbabile corsa di una lepre dalla zampa ferita è l’incipit narrativo dal quale seguono una serie di avventure memorabili e al limite del surreale che rendono questo personaggio immediatamente simpatico al lettore. È facile immedesimarsi in quel suo rifiuto di reprimere quel “ma perché” che mette in discussione una vita vissuta ormai all’insegna dell’oblio delle proprie istanze personali.

Vatanen rinasce nell’istante esatto in cui si rifiuta di agire nel modo più sensato: invece di rientrare in macchina con il collega fotografo con cui è in giro per lavoro e dirigersi alla volta dell’albergo per la cena, si ferma a soccorrere l’animale ferito dalla vettura su cui lui stesso viaggiava fino a pochi minuti prima e finisce per passare la notte in un fienile. La mattina dopo, al risveglio, ripensa alla sua vita e a quanto si senta disgustato all’idea di riprenderla. Ora che ha assaporato un pizzico di libertà e preso la giusta distanza dalla realtà quotidiana, grazie a quell’azione apparentemente insensata, tutto diventa chiaro: la vita che conduce non lo rende felice e non lo rappresenta. È piuttosto una realtà che subisce, in cui è rimasto impigliato a furia di rimandare ogni cambiamento, accettando di essere felice solo a metà.

Se tornare indietro quindi non può più essere la via, Vatanen ha solo un’altra possibilità davanti a sé: viaggiare on the road attraverso lo splendido paesaggio nordico della sua terra, senza una meta ma con un fine, quello di non tornare sui suoi passi. In questo il protagonista del libro metterà grande determinazione, aggirando ostacoli piccoli e grandi e sfuggendo alle trappole di coloro che lo vorrebbero riportare a casa. Come un moderno Peer Gynt, il primo degli antieroi scandinavi, Vatanen riscopre un pezzo del sé più autentico solo quando decide di perdere la strada battuta, partendo per il vero viaggio iniziatico verso la libertà. Finalmente liberato dalla presenza di una moglie che non ama più, da una professione (quella del giornalista) che vede ormai svuotata di ogni senso, capace solo di un’informazione “annacquata, mascherata, ridotta ad allegra storiella”. Vatanen non ritrova più alcuna nobiltà nel suo lavoro, né è legato alla sua redazione o ai colleghi da rapporti di amicizia. Sarà proprio uno dei colleghi, il suo fotografo, ad abbandonarlo senza farsi troppi scrupoli nel bel mezzo della foresta di notte.

La storia parte proprio con questa simbolica rottura della fiducia fra il protagonista e la società civile, sostituita da una rinnovata e crescente affinità con il mondo della natura e degli animali rappresentato dalla lepre, elemento magico e surreale che inquadra questo breve romanzo (che Paasilinna amava definire un racconto) nel contesto letterario finlandese. I temi della letteratura finnica ci sono tutti: l’elemento naturalistico e il mondo degli animali che entrano in contatto surreale con gli uomini, il velo di tristezza velata da una leggera malinconia del protagonista e il paesaggio nordico che fa da bellissimo sfondo all’intera vicenda, entrando talvolta in veste di protagonista nella narrazione con lunghe e appassionate descrizioni che evidenziano il grande amore che Paasilinna aveva per la sua terra.

La lepre rappresenta il mondo della natura che si riprende prepotentemente i suoi spazi a discapito di una società di stampo calvinista che cerca a tutti costi di ricondurre il protagonista ai suoi doveri di marito e di cittadino. La moglie e il direttore del giornale, simboli dei doveri verso la famiglia e verso la società civile, non vogliono lasciarlo andare. Non perché siano legati al protagonista da un vero affetto, ma perché la libertà che Vatanen si sta indebitamente prendendo ha un prezzo di cui la società tendenzialmente chiede sempre il conto. Tanto che alla fine del romanzo Vatanen finirà persino messo in prigione, insieme alla lepre.

Nella vita reale lo spirito libero legato alla semplicità del vivere scandinavo (che nell’autore deriva del suo spirito mezzo lappone) deve scendere a patti con il senso di opportunità che permette agli individui di vivere insieme in società. È l’eterno conflitto che si esprime, anche visivamente, fra la natura libera e selvaggia e la città, popolosa, inquinata, ma anche ben organizzata. Una città (Helsinki in questo caso) in cui gli abitanti “evadono” solo il venerdì e il sabato sera grazie ai potenti effetti dell’alcool (un passatempo assai praticato nei paesi scandinavi) ma tornando rigorosamente a casa in taxi per non mettere a repentaglio le proprie vite e non mettere in discussione la legge e l’ordine civile di cui i popoli nordici sanno essere molti rispettosi.

Questi due spiriti devono convivere in una doppia natura che fatica a trovare una vera conciliazione. Un po’ come quella di Paasilinna, prima guardaboschi, poi giornalista, poi poeta e autore culto in patria e autorevole critico della società civile.

Partendo dalla sua esperienza personale, l’autore sembra quindi volerci dare più di una lezione. La prima è che dobbiamo sempre avere il coraggio di fermarci ad analizzare la vita che stiamo vivendo per chiederci con sincerità se è davvero quella che vogliamo. Possibilmente senza arrivare al punto in cui darci alla fuga rappresenti ormai l’unica strada per ritrovarsi. La seconda è che la libertà, quella vera e totale ha un prezzo abbastanza alto, che non tutti possono permettersi. Per essere veramente liberi bisogna accettare una grande solitudine.

Quando fugge dalla prigione, nelle ultime pagine, Vatanen sa che quello sarà un punto di non ritorno. L’unico posto giusto per lui, se dovesse decidere di tornare in società, sarebbe il carcere. Per questo deciderà di evadere e far perdere per sempre le sue tracce oltre il confine dell’Unione Sovietica. Che qualcuno lo abbia seguito su questa via? A parte la lepre, che sappiamo essere di certo con lui, la fine del romanzo lascia intravedere un possibile legame sentimentale con l’avvocatessa che seguiva il suo caso, anch’essa scomparsa misteriosamente nel nulla. Forse Vatanen ha trovato qualcuno con cui dividere il suo insopprimibile desiderio di libertà? Non è dato saperlo, ma possiamo sempre sperarlo, nella consapevolezza dell’ultima e più importante lezione di questo romanzo si trova espressa perfettamente nella postfazione italiana scritta da Fabrizio Carbone che descrive L’anno della lepre come “la scoperta che la vita può essere reinventata  in ogni momento e che, se la felicità è per natura anarchica e sovversiva, si può anche provare ad avere il coraggio di inseguirla”.

Articolo di Sofia Rossi

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