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Perché Cent’anni di solitudine è una delle opere più importanti di sempre

07 gennaio 2019

Se dovessimo pensare a uno degli incipit più efficaci della letteratura di tutti i tempi, penseremmo a quello di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”. Questa frase è una vera e propria bussola, capace di fornire al lettore i punti cardinali per orientarsi nell’intera opera. La prima coordinata è racchiusa infatti nei ricordi del colonnello Aureliano Buendìa, alter ego dello dello stesso Márquez. Il colonnello Buendìa è un feticista delle memorie e delle suggestioni infantili: dalle storie di sua nonna Tranquilina Iguaràn, Màrquez ha infatti attinto visioni, temi e dettagli folkloristici che raccontano la Colombia e il suo villaggio d’origine, Aracataca, dove nacque il 6 marzo del 1927. La seconda coordinata, invece, è il ghiaccio, incarnazione delle novità portate a Macondo dagli zingari capeggiati da Melquìades, vero e proprio emblema di modernità e progresso. Gli zingari sono simbolo di culture diverse, in una Macondo congelata in un tempo atavico e in uno spazio desertico, e José Arcadio Buendìa è profondamente affascinato dalle invenzioni e dai congegni che scaturiscono, come per magia, dalle loro mani. In questo romanzo vivono ricordi, folklore e attaccamento ancestrale alle radici e alla storia del popolo colombiano, ma anche curiosità e voglia di contatto col diverso, quindi, in una xenìa mutuata direttamente dal mondo greco antico, simbolo di civiltà e di rispetto per l’ospite, ritenuto sacro e inviolabile.

L’epopea che condusse Màrquez alla stesura di Cent’anni di solitudine è avventurosa e travagliata: Gabo, come si faceva chiamare, iniziò come reporter del giornale El Universal dopo i disordini del 1948, periodo denominato “La Violencia” e culminato con la dittatura di Gustavo Rojas Pinilla del 1953, e pubblicò numerosi racconti sul supplemento letterario del quotidiano liberale di Bogotà El Espectador. Il giornalismo fu per lui un vero e proprio ampliamento della sua vocazione letteraria, ma quando Pinilla spazzò via ogni forma di opposizione in Colombia, anche El Espectador fu costretto a far cessare le pubblicazioni. E lì, nel momento di maggior indigenza della vita dello scrittore, iniziò la parabola di Cent’anni di solitudine: trasferitosi a Parigi in un piccolo albergo di Rue Cujas frequentato solo da latinoamericani, iniziò a scrivere.

Infelice e senza soldi anche per mangiare, Márquez decise che non aveva più nulla da perdere: avrebbe fatto di tutto per scrivere quel romanzo che lo ossessionava da quando aveva udito per la prima volta la voce di sua nonna. La moglie, Mercedes Barcha, fu costretta a impegnare il televisore, la radio e l’automobile; il giradischi fu uno dei pochi oggetti che mantenne, perché Gabo amava ascoltare Debussy e i Beatles quando non era impegnato a delineare i profili dei suoi personaggi. La stesura dell’opera prese diciotto mesi, trascorsi nel perimetro di quella stanzetta che Márquez chiamava “la cueva de la mafia”, durante i quali smise di pagare l’affitto, si ritrovò a dover chiedere credito al macellaio e prese a fumare compulsivamente. Così arrivò a 1300 pagine, che poi nella versione definitiva ridusse a 490, accumulando così tanti debiti che, se il libro non fosse stato un successo, per lui sarebbe stata la fine. Ma nel settembre del 1966 Márquez firmò il contratto con la “Editorial Sudamericana” di Buenos Aires, e l’opera, inaspettatamente, fu davvero un successo, grazie anche al boom della letteratura sudamericana.

La composizione di Cent’anni di solitudine è stata una delle tante magie dell’autore colombiano. Magia, è una parola che permea tutta la sua opera e il Realismo Magico, genere letterario sancito, sistematizzato e glorificato proprio da Cent’anni di solitudine, è una vera e propria catarsi narrativa capace di celebrare il folklore e l’attaccamento alle radici attraverso un originale impasto di realtà e leggende dal sapore mitico e popolare. L’opera ha inaugurato un vero e proprio filone letterario con le sue regole e portato con sé uno strascico di archetipi, tematiche ed elementi prodigiosi o soprannaturali: da Remedios la Bella che sale al cielo tra l’aria tersa del pomeriggio e le lenzuola stese al sole, fino ad arrivare ai bambini nati con una coda di porco, passando per i morti che continuano a ossessionare i vivi rimanendo legati agli alberi.

Gli eventi fantastici sono collocati come se niente fosse nella trama e nella quotidianità dei personaggi, tanto da acquistare il crisma della plausibilità e il sigillo della verosimiglianza: all’interno dei meccanismi narrativi prende forma una logica spiazzante che ammette la coesistenza di elementi ordinari e quotidiani ed elementi fantastici, e il lettore finisce per trovare perfettamente normale questa miscela. Il tempo è però il vero filo conduttore che congiunge i lembi del romanzo: Màrquez disegna ciclicità, cerchi concentrici, alterazioni temporali, deformazioni o, addirittura, assenza totale di temporalità: basti pensare alle scene della pioggia su Macondo o della peste del sonno, che bloccano il tempo in una fissità eterna e biblica, o ai salti temporali che conducono dalla prolessi dell’incipit del plotone di esecuzione.

Tutto ciò è cementato infine dalla presenza dei costumi popolari. Il romanzo di Màrquez ci insegna ad amare visceralmente le nostre radici, a coltivare la nostra memoria collettiva e ad apprezzare la nostra storia. Come ogni classico, inoltre, non esaurisce mai la sua funzione comunicativa e ci regala una straordinaria lezione di humanitas, accettazione e arricchimento. Gli zingari giunti a Macondo vengono accolti con un caleidoscopio di sentimenti: dopo l’incrinatura iniziale, fatta di paura, sfiducia e titubanza, si passa a un’istintiva ammirazione, che nasce dall’incontro con i saperi della loro civiltà. Lenti, cannocchiali, dentiera, calamita, lingotti metallici, ghiaccio, sono solo alcune delle invenzioni portate da questi misteriosi stranieri, e José Arcadio Buendìa è il personaggio che più subisce il fascino dell’altro, e che incarna la virtù dell’ospitalità, del rispetto primordiale per il diverso, in quanto foriero di nuovi valori, e quindi di ricchezza.

Nell’epoca dei porti chiusi, lo zingaro Melquìades è lo sguardo della letteratura che anticipa e scruta il presente, e che smaschera la mancanza di umanità creata da una narrativa politica e mediatica tossica. Màrquez e i suoi zingari ci consegnano l’accezione più limpida e ancestrale del “popolare”, in quanto legato alla purezza e al buono delle origini, non come vicinanza a gogne e bisogni di pancia rabbiosi. Ai i porti chiusi, rispondeva con una palingenesi che sa di scienza, novità e scoperte, col colore del ghiaccio che agli occhi di Aureliano Buendìa sembra il diamante più grosso che abbia mai visto. La nostra mente rischia di assorbire inconsciamente l’odio che ci circonda costantemente, ma la letteratura ci ricorda che è pericoloso non sapere cosa sta succedendo nella nostra mente e ci aiuta a mantenere chiari valori che non dovrebbero mai essere messi in discussione per vivere in pace. Lo zingaro Melquìades rappresenta il diverso, ci insegna che una tolleranza non stilizzata è possibile soltanto se si sceglie di mettersi davvero nei panni dell’altro, disponendosi emotivamente all’ascolto della sua diversità, ma anche rendendosi disponibili a contrapporre la propria non come vessillo da sbandierare in modo campanilista, ma come valore aggiunto e punto di partenza per un dialogo costruttivo.

Màrquez ci insegna che gli slogan e la solitudine esistenziale ci rendono aridi, e ci consegna lo sguardo chiaroveggente che scruta il diverso e lo accetta in quanto umano, in una rigenerazione che ha poco a che fare con gli istinti animali e più con la pietas latina, che anche dovrebbe essere parte delle nostre tradizioni. Cent’anni di solitudine ci mostra la bellezza e il dolore del tentare, ci esorta a dare una possibilità all’altro per scoprire qualcosa che non conoscevamo che ha il potere di meravigliarci, perché anche le stirpi condannate a cent’anni di solitudine possano finalmente meritare una seconda possibilità sulla Terra.

Articolo di Monica Acito

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