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Nella musica è il tempo a rendere belle le cose, anche quelle che non lo sembrano

09 aprile 2020
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Almeno una volta nella vita tutti abbiamo sentito qualcuno intorno a noi – un parente, un amico o uno sconosciuto incontrato al bar – lamentarsi di quanto si stesse meglio “un tempo”. Un’età dell’oro indefinita in cui non esisteva la scarsa qualità e ogni aspetto della vita funzionava in modo perfetto: dalla letteratura al cinema, dalla struttura della società alla moda per arrivare, guidati dalla nostalgia, alla musica. Proprio questo ambito sembra essere quello che nella quotidianità, insieme alla televisione, mostra di più le contraddizioni di chi alla propria epoca si identificava nella lotta contro espressioni del sistema che ora rimpiange.

Il mondo della Popular music è per definizione il più soggetto all’arrivo e alla scomparsa di una grande varietà di cambiamenti in archi temporali ristretti. L’industria discografica, in ogni sua declinazione, va dove porta la corrente culturale del momento e ognuno di noi finisce per ascoltare e identificare quella che ritiene essere degne di nota. Le più predisposte ad assecondarle e, di riflesso, a decidere verso quale direzione spingere la produzione, sono le giovani generazioni: soprattutto dagli anni Cinquanta in avanti, il mondo occidentale è stato testimone di un continuo susseguirsi di ragazzi decisi a dare il proprio contributo al panorama musicale, spinti dalla necessità di dare forma a un mondo diverso (e non necessariamente comprensibile) da quello degli adulti.

Lo scontro generazionale è dunque alla base di un processo che, con molta probabilità, è destinato a sopravvivere negli anni, tanto per ragioni culturali quanto di profitto da parte dell’industria – che promuove e trae beneficio da situazioni conflittuali di questo tipo. È perciò inevitabile che, davanti ad un panorama del genere, chi ne rimane tagliato fuori abbia la sensazione che fosse meglio quello a cui aveva partecipato in modo attivo nel passato. Tracciando un’immaginaria linea temporale che parte dalla massima diffusione del rock’n’roll e arriva fino ai giorni nostri, è possibile vedere come, negli ultimi settant’anni circa, sia sempre più rapida la sostituzione di precedenti produzioni musicali in favore di nuove. Novità che spesso devono farsi strada lottando contro le resistenze di chi si è imposto nel passato, prossimo o remoto, e fatica a cedere la sua posizione. Sono indimenticabili le parole dure di Frank Sinatra nei confronti della musica di Elvis Presley e dei suoi tanti seguaci e del loro modo frenetico di affrontare il palcoscenico (del tutto estraneo all’aplomb sofisticato e sornione dei crooner), che dagli anni Cinquanta in poi cominciavano a insidiare il suo primato nella musica statunitense: “Una musica scritta, suonata e cantata da strampalati cretini”, e ancora “la forma di espressione più brutale, brutta e disperata che abbia avuto la sfortuna di sentire”. 

La musica dei giovani di quel periodo, nelle cronache dell’epoca viene associata spesso al degrado morale (anche per la presenza del brano Rock around the clock nel film Il seme della violenza), invitando il suo pubblico ad abbandonarne l’ascolto. Con molta meno preoccupazione, anche qui in Italia pochi anni dopo i ragazzi cominciarono a crearsi uno spazio culturale in cui poter ascoltare loro coetanei che rispondono al nome di urlatori (una versione nostrana dei cantanti rock’n’roll) e cantautori. Personalità oggi simbolo per qualità artistica e autorevolezza, protagonisti di epoche tramandate ai figli e ai nipoti come quasi mitologiche, hanno però esordito con il bollino di fenomeni effimeri e lontani dal gusto dominante dell’epoca.

Guardando alla recente storia della popular music italiana ci rendiamo conto di come questo stesso processo si sia ripresentato a ogni cambio generazionale, obbligando gli artisti a mettersi in gioco per sopravvivere,  perché arriva per chiunque il momento di dover crescere e scoprire una parte più matura di sé e della propria arte. Un esempio su tutti è l’evoluzione dello stile e della musica di Giorgio Gaber: dopo un inizio come urlatore, ha saputo trovare la sua vera dimensione nell’ambiente dei cantautori e, da lì, nella canzone politica e impegnata che confluisce poi nel teatro-canzone di cui è il massimo esponente. In ambito femminile, non c’è percorso artistico più eterogeneo e variegato di quello di Mina, anche lei esordiente nel rock’n’roll all’italiana e, dopo meno di cinque anni, già riconosciuta come grande interprete capace, in più di sessant’anni di carriera, di spaziare nei generi e negli stili più disparati. Eppure, anche questi due miti della musica italiana (così come molti dei loro colleghi) al loro esordio sono stati oggetto di critiche feroci sulla qualità del loro lavoro.

In tempi più recenti, assistiamo all’avvicendarsi di innumerevoli fenomeni cultural-musicali ancora oggi ricordati per aver spostato gli standard o aver contribuito a cambiarli. Un maestro dello shock ai danni della tradizione (quando non della morale comune) è sicuramente Renato Zero, che ha esordito in gioventù come un personaggio eclettico e stravagante ma di grande sensibilità artistica e, più di ogni altra cosa, libero e sicuro di poter affermare il proprio talento. “Altro” tra la gente, ma allo stesso tempo profondo conoscitore di quella società in cui è cresciuto e si muove cercando anche di metterne in luce le contraddizioni, Renato Zero ha colpito l’immaginario dei giovani degli anni Settanta perché ha dato loro la speranza di potersi esprimere nonostante tutto – in primis l’incomprensione di un mondo adulto forte di una supposta superiorità intellettuale data dall’età, dall’esperienza o semplicemente da una personale ritrosia.

Facendo un veloce salto ai nostri giorni e senza prendere in considerazione la specifica discografia degli artisti, quante volte lo stesso pubblico che quarant’anni fa si trovava a difendere il “re dei sorcini” è ora critico nei confronti del personaggio proposto da Achille Lauro e del suo côté legato all’aspetto visivo e iconografico? Mettendo idealmente al suo fianco il Renato Zero del periodo di Zerofobia o Zerolandia, ci si trova davanti a due giovani artisti che hanno capito quanto importante sia l’immagine per veicolare messaggi di libertà personale, che non è volta a intaccare quella altrui ma, al contrario, a dare voce a realtà differenti. Non sono trasgressivi nell’eccesso dei costumi di scena ricchi di paillettes o nei tatuaggi, quanto nella rottura di barriere e tabù che riguardano prima di tutto la fisicità e il modo di porsi: a più di quarant’anni di distanza, un’artista del 2020 sente ancora la necessità di “liberare” il corpo maschile (e ribadire questa libertà) da una rappresentazione stereotipata che lo ingabbia in ruoli e convenzioni.

Non è un caso se, oltre ai detrattori di Lauro che non lo riconoscono come fenomeno musicale da tenere in considerazione, c’è anche chi lo accusa di non inventare nulla di nuovo, dato che “già all’epoca c’era chi faceva questo e anche di più”. Guardando solo a quanto avvenuto nel passato, dimostrano loro malgrado che basta spostare il punto di vista di qualche grado per osservare il fenomeno sotto una luce differente – e forse capirne le sfumature prima non colte: nessuno afferma di essere davanti a una novità assoluta, ma di vedere per la prima volta dopo diverso tempo un ragazzo di Roma che della ormai più che quarantennale lezione di un altro giovane della Capitale ha fatto tesoro adattandola a sé, al suo pubblico e ai tempi che cambiano ma mai del tutto. Questo discorso si può applicare a ogni fenomeno musicale e artistico/culturale che si presenta per la prima volta come vera novità o riproposizione. È il pubblico a essere sempre diverso e ad avere bisogno di un esempio per crescere e trovare una direzione verso cui indirizzare la propria esistenza. Non bisogna dimenticare anche che molto spesso si tende a ragionare con il senno di poi, dando per scontato i traguardi e i successi raggiunti da chi oggi viene ritenuto grande – come in una sorta di predestinazione, una fortuna già scritta nelle stelle.

Se si volesse esagerare, si potrebbero addirittura scomodare Nietzsche e la sua teoria dell’eterno ritorno per spiegare come non ci sia da stupirsi se ogni nuova generazione trova i propri idoli in persone (e personaggi) che i genitori non sono più in grado di comprendere e a volte di tollerare: anche loro, in quella dimensione spazio-temporale denominata “ai tempi”, hanno avuto la stessa esperienza, ma se ne sono dimenticati e ora fingono che quanto hanno vissuto non possa ritornare ancora una volta nei gusti e nella musica dei loro figli.

Articolo di Selene Barbone

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