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New York, Greenwich Village, 1960: qui, con Bob Dylan, Jimi Hendrix e Bruce Springsteen, nasce la controcultura del folk

14 settembre 2021

A partire dalla fine degli anni ’40 del secolo scorso, il Greenwich Village – semplicemente il Village per gli “amici” – iniziò a costruire il suo genius loci, ovvero a trasformarsi da un anonimo, quasi noioso, quartiere di New York nel centro della nuova cultura americana.

Già durante l’ultima guerra, s’era andata affermando in alcuni strati della società americana una sorta di insoddisfazione per i contenuti della cultura dominante. Questa irrequietudine era orientata – in un primo momento – verso una radicale contestazione dell’American way of life. È il periodo della beat generation, di un movimento contraddistinto da una comunanza di istinti ribelli e una concezione anti-conformista della vita, di Allen Ginsberg e Jack Kerourac e di una generazione di giovani americani che esibisce il proprio malessere, più come espressione di un profondo problema esistenziale che non con la coerenza di un (co)ordinato progetto politico. Ebbene, dove va a localizzarsi questa fetta della popolazione che non si riconosce più nei quadri dell’ordinata vita americana? Naturalmente negli scantinati del Village, in disadorni ambienti scuri: è la Bohème di New York.

Il rock’n’roll come mezzo di espressione

Nel corso degli anni ’60, il rock’n’roll si evolve da mero sottofondo per l’intrattenimento degli adolescenti in cerca di divertimento a mezzo privilegiato per l’espressione dei sogni, della rabbia, delle speranze e delle utopie dei giovani di tutto il mondo. Alla musica s’affida il compito di combattere i mali secolari della società americana, di contestare scelte governative deleterie (la guerra in Vietnam), di elaborare le utopie dei giovani di tutto il mondo (il flower power). E quale luogo negli USA può ospitare questa fetta della popolazione, destinata a rivoluzionare nel profondo la musica (e la cultura tout court) del Ventesimo secolo se non quello che è ormai divenuto sede ufficiale della controcultura?

Bob Dylan al Greenwich Village: la nascita di un mito

Torniamo nel Village; ma questa volta ci fermiamo più a lungo. Qui, all’inizio degli anni ’60, giunge da Minneapolis un giovanotto appena ventenne, un certo Robert Allen Zimmerman, che da qualche tempo si fa chiamare Bob Dylan, in onore del poeta Dylan Thomas. Il ragazzo suona la chitarra e compone canzoni che interpreta con la sua voce peculiare, diviso tra il rock’n’roll dei giovani della sua età e il folk dei suoi genitori.

A New York il giovane Dylan vuole incontrare i suoi idoli musicali, su tutti il grande Woody Guthrie, il folksinger che aveva cantato la desolazione degli ultimi, da anni ricoverato al New Jersey Hospital.

Quando Dylan finalmente lo incontra ha un’illuminazione. Secondo la leggenda vende gli strumenti elettrici per dotarsi di una Gibson acustica e dedicarsi esclusivamente alla musica folk, ma inserendo nei suoi testi i temi propri della musica e dell’impegno politico della sua generazione.

In verità, c’è anche da dire che i discografici hanno capito che Guthrie, per ragioni di salute, non può più sostenere il suo ruolo e bisogna trovare un altro musicista di talento per sostituirlo. E questo talento lo cercano nei numerosi giovani che si esibiscono nei teatrini del Greenwich Village. Nel mitico Caffé Wha, Bob Dylan incanta la folla dimostrandosi da subito il perfetto erede di Guthrie e mettendo in chiaro che è proprio lui quel talento. Capace di superare notevolmente anche quello del maestro.

Andy Warhol, i Velvet Underground, Jimi Hendrix e altri artisti

A poca distanza, il pittore Andy Warhol ha installato il suo studio, La Factory, e si prepara ad ampliare gli orizzonti dell’arte di questi anni, rivoluzionando il modo stesso di fare arte e i suoi contenuti. Dal Village preleva un gruppo di giovani musicisti, i Velvet Underground, capitanati dal geniale Lou Reed e da John Cale, e ne fa il “suo” gruppo. Ad essi affianca l’affascinante modella tedesca Nico.

L’album Velvet Underground & Nico è un colossale flop dal punto di vista commerciale, ma porta in sé una carica innovativa destinata a rivoluzionare la musica del futuro. Oggi è considerato una pietra miliare della musica rock. La loro musica ci conduce negli ambienti della grande metropoli, per descrivere – spesso in modo crudo, ma senza peli sulla lingua – tutte le situazioni e le esperienze di vita che ivi avvengono.

Nei locali del Village un altro talento comincia a farsi sentire. Uno straordinario chitarrista di colore, che dal suo strumento riesce a ricavare una musica che mai nessuno aveva neppure immaginato: muove i suoi primi passi il grande Jimi Hendrix. In quest’ambiente unico e creativo, Jimi sviluppa le sue idee rivoluzionarie sulla chitarra elettrica e sul mondo che lo circonda.

Pochi anni dopo, nella vicina Woodstock, con la sua distorta e mostruosa interpretazione dell’inno nazionale americano, svelerà al mondo cosa si nasconde dietro la patina pulita e decorosa del potere. Quando annunciò agli organizzatori che avrebbe suonato l’inno, lo presero per pazzo.

Sempre dal Village passano una marea di musicisti. Attratti dall’atmosfera magica che si respira. Solo per fare qualche nome: David Crosby, Paul Simon, Joan Baez, Tim Hardin, Harry Nilsson, Richie Havens, e Bruce Springsteen, The Boss, la cui musica è da sempre dedicata agli esclusi, quelli per cui “il sogno americano” non vale.

Perché erano proprio gli esclusi, gli ultimi, i malinconici, speranzosi figli di una generazione in cerca di riscatto, quelli che frequentavano il Village. Fumoso e malfamato, lontano dalle luci patinate di Broadway, ribollente di determinazione, traboccante di voglia di rivalsa. Qui, cantando alla ricerca di un mondo migliore, un’ondata di giovani si ribellava alla società ritrovandosi nei testi dei loro menestrelli che siglavano versi immortali. Forse il simbolo di quest’era è proprio uno dei pezzi cult di Dylan: “The Times They Are a-Changin“, “i tempi stanno cambiando”. E qui sarebbero cambiati, sì, una volta per tutte.

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