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L’Africa sta creando uno dei mercati unici più grandi del mondo. Che opportunità ci saranno?

10 dicembre 2019
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Mentre l’Unione europea è minacciata da un’impennata nei consensi dei partiti euroscettici che sognano di portare altri Paesi sulla strada aperta dalla Gran Bretagna con il referendum sulla Brexit del giugno 2016, i leader africani guardano proprio all’esempio europeo per il futuro del loro continente. Il 7 luglio 2019 la Nigeria ha sancito la sua adesione all’African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA), rafforzando un iter che punta a unire l’intera Africa in un’area di libero scambio di merci e persone tra i 54 Paesi aderenti entro il 2022. La firma del nigeriano Muhammadu Buhari, presidente della prima economia del Continente con il suo Pil annuo di 450 miliardi di dollari, è stata un passo decisivo per un progetto che affonda le sue radici negli anni Sessanta della decolonizzazione.

Quando nel 1963 è stata fondata l’Organizzazione dell’Unità africana (Oau) uno dei suoi obiettivi principali era la cooperazione tra gli Stati per ridurre la dipendenza dall’Occidente e dare un impulso al commercio intra africano. Con la sua trasformazione in Unione africana (Ua) nel 2002 l’istituzione non era ancora riuscita a mettere le basi di questa trasformazione. Solo durante il vertice di Addis Abeba del 2012 i leader africani hanno deciso di impegnarsi seriamente in questa direzione, avviando i negoziati nel 2015. Con il summit di Kigali del 2018, ultimo di un ciclo di dieci incontri straordinari, i leader di 44 Paesi hanno firmato i protocolli dell’AfCFTA, mentre 30 si sono anche impegnati in un piano che regoli la libera circolazione delle persone e l’introduzione di un passaporto unico che valga per tutti i cittadini dell’Unione.

Con l’ok della Nigeria dell’anno successivo agli accordi preliminari sono state messe le basi per creare un mercato africano unico – con l’eccezione dell’Eritrea, unico Stato a non aver sottoscritto l’accordo – che coinvolgerà 1,2 miliardi di persone, con un Pil annuo stimato di 2500 miliardi di dollari e il titolo di maggiore area di libero scambio del Pianeta. “Per l’Africa, dopo decenni di indipendenza segnati da un costante sottosviluppo e da un ruolo marginale nel sistema internazionale, i termini delle trattative si mostravano in termini manichei: potevamo unirci o scomparire”, ha dichiarato il ciadiano Moussa Faki Mahamat, presidente in carica dell’Unione africana. Nonostante la forza delle intenzioni, c’è ancora molta strada da fare prima che gli accordi presi a Kigali possano diventare realtà. Prima di tutto, i termini devono essere ratificati dai singoli Stati membri e al momento solo 27 Paesi lo hanno fatto, anche se tra questi ci sono già Egitto e Sudafrica. Se la ratifica degli accordi da parte della seconda e terza economia africana – rispettivamente 332 e 295 miliardi di dollari di Pil annuo – sono un segnale positivo per i sostenitori del progetto, molti la vedono come la conferma che l’AfCFTA avrà effetti devastanti per le economie degli Stati meno ricchi.

Molti osservatori si sono interrogati sulla capacità del nuovo mercato unico di ridistribuire equamente la ricchezza del Continente e di tutelarne i soggetti più deboli. L’eliminazione delle tariffe doganali tra i 54 firmatari rischia di privare i governi dei Paesi più poveri di una voce importante dei loro bilanci, costringendoli a ridurre i pochi servizi offerti ai cittadini, con il rischio di aumentare le tensioni sociali e indebolire la sicurezza pubblica. Questo non è un fattore da sottovalutare in un continente dove solo tra il 2017 e il 2018 hanno perso la vita più di 47mila persone a causa dell’azione di gruppi terroristici o di guerriglieri. Al-Shabaab che aggrava il bilancio di una guerra civile che in Somalia prosegue dal 1991, Boko Haram che tra il 2011 e la fine del 2018 ha causato quasi 38mila morti con attacchi in Nigeria, Niger, Ciad e Camerun, Al-Qaeda per il Sahel islamico che punta a destabilizzare gli Stati subsahariani di Mauritania, Mali, Niger, Ciad e Sudan e le centinaia di piccole e grandi formazioni che si scontrano per il controllo della Libia sono solo alcuni degli attori che verrebbero favoriti da un AfCFTA centrato solo sugli interessi delle grandi economie africane.

Per scongiurare questo rischio, gli accordi preliminari hanno fissato tra le priorità lo sviluppo di infrastrutture che connettano gli Stati membri con un singolo mercato dei trasporti, con ripercussioni non solo sulle tariffe e la facilità di spostamento degli africani, ma anche sull'adozione di un singolo standard di costruzione per tutto il Continente. I collegamenti ferroviari e stradali tra gli Stati membri sono ancora una rarità e spesso non sono possibili anche perché le strutture di epoca coloniale non erano progettate per favorirli, per motivi militari o economici. Le limitate reti ferroviarie portano ancora la firma delle diverse potenze coloniali che le hanno realizzate per convogliare le materie prime verso i porti da cui spedirle in Europa. Spesso queste non possono essere integrate tra loro se non con investimenti difficilmente sostenibili, soprattutto per le economie meno solide. Il risultato è che mentre gli scambi tra gli Stati europei rappresentano il 68% del totale del traffico di merci in Europa e in Asia sono cresciuti negli ultimi anni fino al 58%, questa percentuale precipita al 15% quando si parla di commercio intraregionale tra Paesi africani.

Ancora oggi, gli Stati dell'Africa commerciano piú con il resto del mondo e con le ex potenze coloniali che con i loro vicini. Questo non è dovuto soltanto ai limiti strutturali, ma al fatto che gran parte dell'export africano è ancora dipendente dal commercio di materie prime non lavorate, soprattutto grazie a una richiesta in crescita costante da parte delle economie asiatiche, seguite a stretto giro da quelle occidentali. L'assenza di un sistema industriale e produttivo del continente africano è una delle cause principali degli scambi limitati tra gli Stati dell'Unione africana. Colmare questo gap con politiche che favoriscano il sistema imprenditoriale locale non è soltanto la base per il successo dell'AfCFTA, ma un'opportunità di crescita che potrebbe valere 2,8 miliardi di dollari l'anno e un aumento degli scambi interni al Continente del 52% entro il 2022, secondo un recente rapporto della Commissione economica per l'Africa dell’Onu (Uneca).

Come sanno bene tanto alle Nazioni Unite quanto i leader dell'Unione africana, creare un sistema produttivo locale e affrancare l'economia africana dalle oscillazioni del mercato delle materie prime e dall'instabilità finanziaria che causa non è possibile senza massicci investimenti dall'estero. Al momento però, l'Africa attira solo un decimo degli investimenti stranieri diretti (Fdi) dell'Asia. Chi invece ha deciso di investire nel futuro del continente più giovane del Pianeta (almeno 450 milioni di under 25 entro il 2055) è la Cina. Dal 2000 al 2017 gli scambi tra Pechino e Africa sono passati da 10 miliardi di dollari a 148, con un picco di 220 nel 2014 a causa dell'impennata dei prezzi delle materie prime. Oltre al volume degli scambi, la presenza cinese in Africa è sempre più massiccia anche negli investimenti di ammodernamento delle infrastrutture e nella condivisione di tecnologie. Fedele alla sua filosofia commerciale di trattare e fare affari senza distinzione con democrazie, regimi autoritari e dittature, la Cina continua a investire sullo sviluppo dell'intero Continente per favorirne la stabilità politica e creare nuovi mercati per il suo surplus di merce. L'Africa, specialmente quella orientale, è anche un crocevia fondamentale della parte marittima della One Belt, One Road, la nuova Via della Seta con cui Pechino punta a rinforzare le relazioni commerciali con 70 Paesi del mondo.

Intanto, la Cina ha già firmato nel corso degli ultimi anni accordi bilaterali con 40 dei 54 futuri aderenti dell'AfCFTA, dandole una grande influenza sui futuri sviluppi e la riuscita di un accordo che tutti gli analisti definiscono storico. Al momento, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang ha rassicurato i partner africani sostenendo che "il lancio dell'AfCFTA ha aperto nuove prospettive nella cooperazione tra Africa a Cina e che il Paese continuerà il suo programma di investimenti in infrastrutture e industrie locali". In molti sono convinti che un'Africa più forte a livello economico finirà per rafforzare anche la posizione di potenza globale della Cina.

Il successo dell'AfCFTA rappresenta una grande opportunità anche per l'Unione europea e in particolare per Francia, Germania, Spagna e Italia che da sole rappresentano il 60% dell'export europeo verso l'Africa. Sommando esportazioni e importazioni lo scambio annuale tra Europa e Africa vale 168 miliardi di euro. Tutelare e far crescere queste cifre e quote di mercato è una sfida da non sottovalutare se si pensa che gli Stati Uniti dal 2008 a oggi hanno perso il 45% del totale degli scambi con l'Africa arrivando a 61 miliardi di dollari annui. Per questo motivo non lasciare campo libero agli investitori di Pechino deve diventare un punto centrale dell'agenda economica di Bruxelles e dei singoli membri dell'Unione europea.

L'accordo raggiunto a Kigali nel 2018 ha il potenziale per cambiare la storia di un intero Continente e, con lei, del resto del mondo. Abbattere le barriere doganali e i confini tra 54 dei 55 Stati africani può migliorare la vita di un 1,2 miliardi di persone e stabilizzare una delle aree più turbolente del mondo, a patto che i leader dell'Africa affrontino questa sfida con lungimiranza e coraggio, fedeli a un obiettivo ambizioso che ha richiesto 60 anni di sforzi solo per muovere i primi passi. Noi europei, più di tutti, dovremmo capire e sostenere l'AfCFTA e le tante promesse che porta con sé.

Articolo di Flaminio Spinetti

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