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Tristan da Cunha, l’isola abitata più remota del mondo è in mezzo all’Atlantico

09 aprile 2022

Muretti di pietra a secco, uova in abbondanza, piccoli orti ben ordinati, uno stile di vita agreste: potremmo essere in una qualsiasi zona rurale del Regno Unito se non fosse che i muretti sono costruiti con nera pietra lavica, le uova sono di pinguino e le verdure crescono in una terra scura come il vulcano che domina il paesaggio.

Stiamo parlando di Tristan da Cunha, parte dei Territori d'oltremare britannici, una delle isole più incredibili del mondo, di sicuro la più remota tra quelle abitate. Situata in pieno Oceano Atlantico Meridionale, quasi a metà tra Africa e coste sudamericane, l’isola e il suo omonimo arcipelago si trovano infatti a 2.432 km dal luogo popolato più vicino, Cape Town, in Sudafrica, e 3.486 km dalle Isole Falkland. È anche questo a rendere Tristan da Cunha un luogo unico nel suo genere.

L’isola fu scoperta nel 1506 dall’ammiraglio portoghese Tristão da Cunha, che le diede il suo nome e provò a mettervi piede senza successo a causa del mare grosso. L’Ilha de Tristão da Cunha venne poi anglicizzata dai cartografi di Sua Maestà che le diedero il nome usato ancora oggi. Nonostante alcune fonti riportino il 1520 come data del primo sbarco, a opera dei portoghesi, è al 7 febbraio 1643 che si fa risalire con certezza il primo passo umano su questa terra vergine: è l’equipaggio della nave Heemstede della Compagnia olandese delle Indie orientali a scrivere una pagina di storia che di lì a qualche secolo avrebbe portato Tristan da Cunha ad avere una popolazione superiore ai 200 abitanti. Si deve infatti aspettare il 1816 per vedere il primo nucleo coloniale permanente sull’isola, occupata e annessa dal Regno Unito anche a scopi strategici, per evitare che i francesi potessero farvi tappa sulla via di un ipotetico disperato salvataggio di Napoleone, confinato a Sant’Elena, situata 2,161 km più a Nord.

Anche se altri si stabilirono in precedenza sull’isola per brevi periodi, è lo scozzese William Glass il primo colono riconosciuto ufficialmente, a fare la sua stessa scelta negli anni successivi furono poi marinai provenienti da varie nazioni: Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda, Olanda e persino Italia. Sì, perché tra gli otto cognomi in cui sono divisi i circa 270 abitanti di Tristan da Cunha, due sono italiani, per la precisione liguri di Camogli. I Repetto e i Lavarello sono infatti discendenti di Andrea Repetto e Gaetano Lavarello, due marinai liguri che nel 1892 naufragarono sull’isola a causa di un incendio che divampò all’interno del brigantino mercantile su cui erano imbarcati. La natura del luogo e il carattere delle genti incontrate li spinsero a stabilirsi per sempre sull’isola.

Oggi Tristan da Cunha è il luogo abitato più remoto del mondo, le navi coi rifornimenti passano una volta ogni cinque-sei settimane e per questo la comunità deve fare di tutto per essere autosufficiente almeno nei generi di prima necessità. L’economia del luogo è infatti di natura quasi arcadica: pesca, allevamento, agricoltura. Greggi di pecore importate brucano nei prati e alle pendici del vulcano, ma ci sono anche mucche, asini e galline che convivono con la fauna autoctona. I membri della comunità si aiutano l’un l’altro e lavorano la fertile terra vulcanica per avere sempre ortaggi freschi e soprattutto patate, molto resistenti a qualsiasi condizione metereologica (dopotutto, siamo in mezzo all’Atlantico, dove tempeste e venti fortissimi sono una probabilità concreta).

La pesca è ovviamente l’attività che va per la maggiore, non solo per il sostentamento della popolazione, ma anche per l’esportazione di aragoste, numerosissime nelle acque blu che circondano l’isola. Per il resto, nel centro abitato, chiamato Edimburgo dei Sette Mari, c’è tutto ciò che ci si aspetterebbe di trovare in un normale villaggio del Kent o del Sussex: un piccolo emporio, una stazione di polizia con un solo agente che batte tutti i giorni la stessa, unica strada asfaltata dell’isola, un centro di ritrovo con annesso pub e persino un campo da calcio semiufficiale. Sono solo 10 i calciatori dell’isola, nemmeno sufficienti a completare una squadra, ma negli anni si sono contate tante partite tra isolani e viaggiatori di passaggio, rigorosamente su un campo di dimensioni non regolamentari e dalla vista mozzafiato.

I ritmi di vita sono naturalmente lontanissimi da quelli del mondo urbanizzato, la natura scandisce l’andamento delle giornate e il silenzio domina la notte. Il cosiddetto mondo civilizzato è riuscito a introdursi nell’isola poco a poco, senza però riuscire a conquistarla. Non c’è un aeroporto, l’uso di internet e dei social network è limitatissimo, se non praticamente nullo, e la televisione è arrivata solo negli anni Ottanta. Tanti sono gli appassionati viaggiatori disposti ad affrontare i sette giorni di navigazione necessari a raggiungere l’isola dalle coste del Sudafrica, e ad attenderli alla meta c’è un piccolo mondo fuori dal mondo, uno spazio d’interesse per naturalisti, escursionisti, perfino antropologi e genetisti, una comunità formata da giovani che vanno e vengono per gli studi (e a volte tornano per restare) e tanti cittadini legatissimi alla propria terra e alle proprie tradizioni. Dalla filatura della lana con arcolai azionati a mano fino alla tipografia che stampa gli ambiti francobolli dell’isola (tra le maggiori fonti di sostentamento economico di Tristan da Cunha).

E pensare che questo idillio sarebbe potuto finire all’inizio degli anni Sessanta, quando nel 1961 un’eruzione vulcanica costrinse all’evacuazione totale dell’isola con trasporto della popolazione sull’isola disabitata di Nightingale, grazie ai pescherecci Tristania e Frances Repetto. Da lì, orfani di casa, i tristaniani vennero trasportati prima a Cape Town e poi nel Regno Unito. Se è vero che alcuni rimasero a vivere nella madre patria, la maggior parte dei “rifugiati” tornò sull’isola già nel 1963, ristabilendo il contatto con le proprie radici e quel mondo privo di inquinamento acustico e ambientale, immerso nella pace sconfinata e nel silenzio dell’oceano.

Benvenuti, dunque, a Tristan da Cunha, 37° 6′ 44″ S, 12° 16′ 56″ W, 98 chilometri quadrati, un vulcano, nessun influencer e tutto un mondo da scoprire.

Articolo di Carlo Maria Rabai

Credits:

Cover via Flickr,  distributed under Public Domain Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Immagine interna 1 via Imaggeo. Credit: Kasra Hosseini

Immagine interna 2:  Edimburgo dei Sette Mari. Distributed under Public Domain Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0) via Wikimedia

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