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La critica platonica alla democrazia

31 dicembre 2019
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Nel 390 a.C. Atene, da poco sconfitta da Sparta nella trentennale guerra del Peloponneso, è una città in crisi. La disfatta nel conflitto più importante della storia greca ha messo in discussione lo stesso sistema democratico della polis, perfezionato dallo statista Pericle. Nel 404 Sparta favorisce infatti una svolta nell’impianto costituzionale ateniese con la nascita del governo dei Trenta Tiranni, capeggiati da Crizia. L’esperienza oligarchica di Atene dura solo otto mesi, fino a quando Trasibulo guida la fazione filo democratica nel ripristino della tradizionale forma di governo della città. Uno dei primi atti della restaurata democrazia è però la condanna a morte di Socrate nel 399, ritenuto ostile ai valori di Atene. È in questo contesto storico che nasce La Repubblica di Platone, trattato filosofico che si inserisce nel momento di crisi delle poleis greche, ma con un intreccio tematico che non permette di catalogarla come un semplice trattato di filosofia politica. Ciononostante, il suo successo è dovuto agli argomenti di ambito politico, per il suo disegno di “ingegneria costituzionale”, ritenuto nel corso dei secoli utopistico e spesso scandaloso.

Quando inizia a scrivere La Repubblica, Platone ha circa quarant’anni. È nel pieno della sua maturità e ha assistito di persona agli eventi che hanno portato alla morte del suo maestro Socrate, punto di vista privilegiato per guardare al recente passato di Atene in maniera lucida e attenta. Il filosofo è consapevole del fallimento delle due forme di governo fino ad allora elaborate dalla coscienza politica ateniese: la democrazia e l’oligarchia. La prima ha condotto Atene in una guerra contro Sparta che ha distrutto la sua influenza sul mondo greco, mentre la seconda si è macchiata di crimini tanto gravi da farla cadere in pochi mesi. Platone si sforza di capire da un lato le ragioni di tali fallimenti e dall’altro di trovare un modello politico alternativo.

Per comprendere la logica platonica, è necessario soffermarsi in primo luogo sull’idea di “filosofia” che emerge dall’opera. Come indica la sua etimologia, la filosofia è amore per il sapere e, nell’ottica dei primi cinque libri de La Repubblica, assume la particolare accezione di amore per la ricerca della verità. Infatti, nella conclusione del Libro quinto, Platone traccia una netta distinzione fra tre concetti: ignoranza, scienza e filosofia. La prima corrisponde alla mancanza di conoscenza, mentre la seconda rappresenta la conoscenza di ciò che è, quindi dello status quo delle cose. La filosofia si pone invece in una zona intermedia fra le due, perché viene intesa come “opinione”, e quindi come conoscenza di ciò che è, ma anche di ciò che non è. Nell’ottica platonica la filosofia diventa “filodossia”, concetto molto vicino a quello di “io so di non sapere” di Socrate. Proprio la sua condanna a morte, decisa dalla restaurata democrazia di Trasibulo, dimostra però la scarsa considerazione che si aveva dei filosofi nell’Atene del quarto secolo a.C. Nel corso del dialogo fra Socrate (cioè Platone) e Adimanto, nel Libro sesto de La Repubblica, il primo accusa la propaganda dei demagoghi della fama di personaggio bizzarro e inutile che pesa sulla figura del filosofo.

Altro presupposto concettuale per comprendere la critica di Platone nei confronti della democrazia è dato dall’idea stessa di governo. Per Platone governare è un’arte, proprio come lo è la medicina. Il filosofo utilizza spesso l’esempio del medico affermando che il malato non può che farsi assistere da una persona professionalmente adatta e dalle conoscenze assodate. Lo stesso varrebbe per l’arte del governare: così come pochi sono adatti alla professione medica, allo stesso modo pochi hanno la giusta attitudine per gestire la “cosa pubblica”. Con queste premesse è più facile spiegarsi la distanza che separa Platone dalla democrazia. Secondo il filosofo greco, questa non è altro che il governo delle masse, e quindi degli ignoranti che non hanno alcuna conoscenza. Affidare a loro la cosa pubblica significa attribuire un potere immenso a chi non ha le capacità per gestirlo. Il rischio di questa situazione è sempre la demagogia, cioè lo sfruttamento del consenso popolare da parte di personaggi ben lontani nei propri intenti dal perseguire il bene comune.

Questa concezione critica della democrazia si basa sulla suddivisione in classi che Platone fa dei cittadini tra governanti, guerrieri e lavoratori. Alla stessa categorizzazione corrisponde una divisione dell’anima umana in una parte razionale (propria dei governanti), una parte irascibile (adatta al guerriero), e una parte “concupiscibile”, alla base di tutti gli impulsi corporei. Ecco perché attribuire il potere al popolo sarebbe come legittimare gli impulsi del corpo nel decidere le sorti di una città. Per Platone l’equilibrio e la giustizia si raggiungono nel momento in cui ogni parte del corpo svolge la sua funzione senza pretendere di svolgerne altre, e quindi quando un cittadino fa il suo dovere, quello per il quale è inquadrato come lavoratore, o come soldato o come governante.

Partendo da questo ragionamento Platone sembra favorevole all’oligarchia, ovvero un governo dei “pochi”, secondo l’etimologia del termine. In realtà il filosofo critica anche i modelli oligarchici e propone come forma di governo ideale l’aristocrazia. Per “aristocrazia” Platone intende una forma di gestione della polis affidata agli “àristoi”, ovvero i migliori. In questo modo la sfida politica passa dalla legittimazione tramite il consenso di massa del governo di pochi all’individuare la categoria di soggetti “migliori”, i più adatti a perseguire il bene comune da un punto di vista oggettivo e a prescindere dall’umore popolare. La soluzione al dilemma per Platone è semplice: i migliori sono i filosofi, gli unici in grado di gestire uno Stato.

Non a caso, nell’apertura del Libro sesto, il Socrate platonico si sofferma sulle principali virtù del filosofo: oltre all’amore per la verità e alla conoscenza di ciò che non è eterno, sarebbe dotato di magnanimità e di sincerità, in virtù della sua temperanza d’animo e del suo distacco dai beni materiali. È l’unico soggetto che non userebbe il potere per assecondare le sue necessità, perché educato fin dalla giovane età a ignorare le pulsioni corporee o la vanità mondana che invece animano le aspirazioni delle masse, dei tiranni e dei demagoghi. Quella di Platone è un’immagine coerente con l’idea che nel mondo filosofico greco si ha dell’uomo politico: il buon governante deve possedere la phronesis, ovvero la saggezza, l’unica attitudine che porta l’uomo a riflettere sulle sue scelte. La phronesis, ben distinta dalla sofia intesa come sapienza, è in grado di indicare all’individuo il kairos, il momento opportuno per ogni singola azione. Una saggezza di questo tipo non si trova negli impulsi irrazionali delle masse, ma solo in chi coltiva la ricerca filosofica. La debolezza del sistema democratico è che le masse non possono essere in alcun modo filosofe.

Per molti La Repubblica potrebbe sembrare un’utopia. Platone però chiarisce che la sua non è una speculazione, ma solo una forma di governo difficilmente realizzabile. Tralasciando le critiche e gli elogi a La Repubblica nel corso dei secoli, il suo insegnamento di fondo è ancora attuale a più di duemila anni di distanza. Dietro la complessa struttura platonica emerge l’importanza dell’educazione alla gestione della cosa pubblica. A prescindere dalle forme di governo, democratiche o oligarchiche che siano, ciò che evita la corruzione del potere è l’educazione ricevuta da chi guida lo Stato, incentrata su una maggiore consapevolezza del bene comune da perseguire al di là delle finalità personali di chi governa. Una società virtuosa non può fare a meno di una cultura del rispetto nei confronti della “cosa pubblica”, alla base dell’idea stessa di società e del contratto sociale.

Nell’insegnamento platonico è chiara la consapevolezza dei rischi che porta con sé la sacralizzazione del concetto di governo democratico. Platone insegna a mettere in discussione gli assunti a cui difficilmente rinunceremmo, in modo particolare quello secondo cui la democrazia, anche nelle sue più moderne manifestazioni, sarebbe a priori la migliore forma di gestione dello Stato. La lezione del filosofo è quella di non rinunciare a sviluppare sistemi politici sempre migliori. Il rischio insito nell’abbandono di una filosofia che metta in dubbio le certezze date per assodate e indiscutibili è quello di arrivare a una sterile esaltazione della democrazia. O peggio, quello di ostinarsi a definire come tale qualcosa che, nella sostanza, è la sua esatta negazione.

Articolo di Davide Carrozzo

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